Da anni, attraverso i Balcani, si snodano le vie seguite e gestite dalla grande criminalità transnazionale per i traffici illeciti di stupefacenti, armi e tabacchi diretti verso l’Italia e il Centro Nord Europa.
Di qui la coniazione del termine di «rotta balcanica », nel cui ambito il Kosovo riveste una funzione di cerniera necessaria e del tutto peculiare per la situazione politica ed economica che ancora caratterizza la regione dopo il conflitto con la Serbia. Questo si è formalmente concluso nel giugno 1999, ma senza che siano state risolte molte delle questioni destinate a costituire un’ulteriore minaccia per la stabilità della zona.
La risoluzione 1244 del 10 luglio 1999 del Consiglio di sicurezza dell’Onu ha autorizzato l’invio in Kosovo di una missione internazionale civile con il compito fondamentale di provvedere alla ricostruzione istituzionale, amministrativa ed economica (Unmik). Tuttavia, nonostante gli sforzi, la situazione permane desolante.
Sotto il profilo politico, le libere elezioni del 2001 e del 2004 hanno sì portato alla costituzione di un parlamento, di un governo provvisorio e di un apparato giudiziario, ma l’impalcatura istituzionale permane debole e senza riscontro partecipativo della popolazione, che mal sopporta la presenza dell’Unmik.
Dal punto di vista economico - a prescindere dall’enorme entità di aiuti, la cui stima varia dai nove ai diciotto miliardi di euro - è un vero disastro: la totale assenza di infrastrutture produttive ha portato il tasso di disoccupazione all’80 per cento della popolazione attiva e l’unico comparto un po’ vitale è quello edilizio, volto a rimediare alle distruzioni belliche.
All’interno regna una calma apparente, tanto apparente da costringere la Nato - presente sul territorio con la Kosovo implementation force (Kfor) - a mantenere livelli di prontezza operativa di massima allerta, anche per lo schieramento di ben sette brigate serbe al confine. Di fatto, il Kosovo è divenuto un protettorato dal futuro incerto, in quanto albanesi e serbi sono rimasti sulle rispettive posizioni massimaliste: i primi tendono all’indipendenza, i secondi continuano a ritenere il Kosovo una regione della Serbia.
Va da sé che in tale situazione prospera la corruzione e l’economia sommersa alimentata dalle attività criminali, le uniche in grado di superare gli odi razziali: la mafia albanese è ben collegata con quella serba, macedone, turca, rumena, greca, russa, cinese e ovviamente italiana. Prosperano così le attività criminali più diverse, mentre il riciclaggio dei capitali illeciti trova ottimi investimenti in attività legali e non.
Nel contesto, l’Unmik è ben conscia che un intervento a carattere repressivo che intenda essere davvero incisivo avrebbe gravi ripercussioni sull’ordine pubblico e la stessa mancanza di forme di microcriminalità è prova indiretta della crescita costante del crimine organizzato: esse, infatti, attirerebbero troppo l’attenzione delle forze di polizia (specie internazionali) presenti, e potrebbero dunque creare turbamenti allo svolgimento delle attività criminali più redditizie.
Nel 2002, su richiesta dell’Unmik, preoccupata dal dilagare della corruzione e dei crimini economico-finanziari, nell’ambito della missione è stata creata una Financial investigation unit - intelligence cell (Fiu o Fic), team di esperti in grado di contrastare tali fenomeni criminali. Le Nazioni unite hanno richiesto la costituzione di un’unità composta esclusivamente da personale della Guardia di finanza, cui demandare - in relazione alle specifiche competenze del Corpo nel campo economico-finanziario - il compito di investigare sulle attività di enti pubblici e privati, che percependo finanziamenti dal Kosovo consolidated budget, siano sospettate di coinvolgimento in reati finanziari o in manifestazioni criminali comunque correlate a fenomeni di corruzione. La Fiu ha iniziato a operare a pieno regime dal mese di marzo 2003.
Più in dettaglio, il compito è quello di indagare sul fenomeno del crimine finanziario, che in Kosovo è il problema centrale rispetto a tutti gli aspetti di diffusa criminalità ed è strettamente intrecciato ai piani internazionali di ricostruzione e di quelli per il finanziamento delle Ong presenti nella regione. La Fiu conduce indagini a tutto campo con particolare riferimento ai fondi utilizzati per le opere pubbliche, infrastrutture e grandi imprese. La missione, che è interamente finanziata dall’Onu, avrebbe dovuto aver fine il 31 dicembre 2003. Tuttavia, sulla scorta di un accordo trilaterale tra le Nazioni unite, l’Unione europea e il governo italiano, essa è stata prorogata fino alla fine del mese di febbraio 2006, con oneri a carico dell’Unione europea. Contestualmente, la Fiu è stata inserita in una struttura più complessa, la Investigation task force, di cui fanno parte anche funzionari dell’Ufficio europeo per la lotta antifrode (Olaf) e dell’Ufficio per i servizi di vigilanza interna (Oios) dell’Unmik.
Il quadro panoramico tracciato è di per sé indicativo di una situazione ad alto rischio ai fini della sicurezza in ambito europeo: le attività della criminalità organizzata devono essere contrastate con ogni possibile mezzo, per ridurre al massimo la loro incidenza sulle realtà nazionali divenute veri e propri obiettivi delle attività criminali.
Se le strutture in precedenza citate sapranno rendersi veramente efficaci, assicurando un’adeguata incisività alle proprie azioni, sarà possibile dare un colpo d’arresto al complesso intreccio burocratico-criminale, che attualmente connota la regione, con immediati positivi riflessi sulla stessa sicurezza europea dal crimine organizzato.