Tradizionalmente le linee guida delle politica di difesa statunitense vengono delineate in un documento, la Quadriennal defense review che ogni quattro anni definisce priorità, prospettive, linee guida e programmi. Il procedimento normalmente seguito è bottom-up, i migliori cervelli del Pentagono lavorano ad un documento di sintesi che viene poi modificato e sanzionato dalle autorità politiche. Il processo richiede un minimo di diciotto mesi.
Questa volta però la procedura è cambiata, il Segretario alla difesa Donald Rumsfeld ha scelto l’approccio opposto, top-down, delineando i capisaldi della politica nel corso di una serie di discussioni con i membri del suo inner circle e poi sottoponendo il tutto ai militari, che dovranno cercare di uniformarsi (e che non hanno nascosto il loro risentimento). Inoltre, l’approvazione formale del libro bianco era attesa inizialmente solo nel febbraio 2006, influenzando così il bilancio per il Fy 2007. In realtà sembra che il testo sarà presentato in Congresso a settembre.
Il secondo elemento di novità è costituito dalla difficile ricerca di un compromesso tra il credo «trasformista » di Rumsfeld, la volontà della Casa Bianca e del suo Ufficio bilancio di imporre una riduzione del deficit federale, con il contributo di tutti i ministeri, difesa inclusa, e infine le realtà e le esigenze reali delle operazioni militari in corso in Afghanistan e in Iraq. A questo si aggiunga che il bilancio della Difesa, nonostante i 420 miliardi di dollari previsti per il Fy 2006 (ai quali si aggiungono gli 80-90 miliardi per le operazioni militari correnti) non è sufficiente per finanziare i troppi programmi in fase di sviluppo o acquisizione.
Ecco quindi l’esigenza di effettuare drastiche revisioni. Ad uscire vincenti da quest’esercizio sono due tra le forze armate meno tecnologiche, Us Army e Usmc, che riceveranno nell’arco di cinque anni circa 30 miliardi di dollari in più per effettuare una ristrutturazione volta ad aumentarne non solo le capacità operative, ma anche la consistenza organica e i reparti combattenti. Lo slogan tradizionale, «meno quantità, più qualità» evidentemente non funziona sempre e comunque. Così se Aeronautica e Marina vedranno ridurre la propria forza, Army e Marines beneficeranno di incrementi sostanziali: si comincia con 30mila elementi in più, ma in Congresso sono molti ad auspicare un incremento di 120mila unità. L’idea è condivisa dai commentatori, perché l’evidenza dimostra che se la tecnologia transformation è importante, per condurre operazioni controguerriglia su vasta scala, aiutare le forze locali a crescere ed a combattere e controllare vasti territori non ci sono (per ora) alternative ai soldati. Del resto gli Usa mantengono in Iraq ancora 135mila soldati e nessuno si azzarda a ipotizzare un reale ritiro prima di 18-24 mesi.
I soldati però costano, costano molto perché devono essere equipaggiati al meglio, hanno bisogno di sistemi e tecnologie che sono state trascurate negli scorsi anni e ora diventano improvvisamente urgentissime e anche perché è difficile reclutare e mantenere in servizio elementi con le giuste caretteristiche. I pacchetti di benefits che devono essere offerti diventano sempre più dispendiosi: si arriva ad oltre 150mila dollari per convincere alla rafferma i membri delle forze speciali, così richiesti e così poco numerosi. Si vorrebbe addirittura incrementarne i ranghi di 1.200 unità. Anche la compensazione per le famiglie che subiscono la perdita o il ferimento di propri congiunti in combattimento stanno aumentando, si potrebbe arrivare a 500mila dollari in caso di morte.
Per trovare i soldi necessari, nel momento in cui il bilancio per la difesa non può più contare su una crescita senza limiti è necessario operare tagli. Tagli che non possono riguardare il personale e neanche le operazioni in atto, l’addestramento o la manutenzione. La mannaia si abbatte quindi su ricerca e sviluppo e sull’acquisizione di nuovi sistemi ed equipaggiamenti. La tedenza naturale del sistema difesa è quella di preservare tutti i programmi, accettando una riduzione dei numeri di «oggetti» che s’intendonon acquisire, rallentando i tempi di sviluppo ed acquisizione. Così è avvenuto ad esempio nel campo della difesa antimissile, dove i tagli sono spalmati tra i principali progetti. Ma ci sono anche vere cancellazioni, come è il caso del nuovo missile Jcm e dell’aereo da trasporto C-130j. Anche la Marina se la cava male, con un drastico ridimensionamento del ritmo di acquisizione di nuovi sottmarini, la rinuncia ad alcuni nuovi cacciatorpediniere e unità da assalto anfibio. I marines rischiano molto con il travagliato convertiplano Mv-22 e subiscono tagli ai nuovi mezzi da assalto anfibio. L’aeronautica vede un ridimensionamento del programma di acquisizione del super-caccia F-22. Ma questo è solo l’inizio, le scelte più radicali arriveranno solo con la Qdr. E chissà se programmi come quello per il caccia F-35 o il velivolo da pattugliamento marittimo Mma ne usciranno indenni. Come minimo ci aspetta un bel taglio dei quantitativi previsti.
Il dibattito interno al sistema difesa Usa interessa fino ad un certo punto, ma certe novità strategiche dovrebbero suscitare immediate reazioni anche nella Nato e nei Paesi che non riescono ad elaborare una concezione militare che non sia una copia più o meno fedele di quella statunitense. Questo perché non è molto sensato continuare a seguire la vecchia politica di Washington, quando il Pentagono ha compiuto una netta sterzata in una diversa direzione. Far finta di nulla, a livello di Transformation command Nato o di politica di difesa nazionale dei singoli stati membri dell’Alleanza, è semplicemente intollerabile. Il famoso gap di capacità rischia di diventare un abisso solo perché le capacità richieste sono diverse da quelle teorizzate nei vertici Nato di Washington e Praga. Per assurdo chi, come l’Italia, ancora non si è dotato delle capacità concordate in quegli appuntamenti può ora saltare questa fase e individuare nuovi traguardi e priorità, rivedendo l’intero impianto dello strumento militare. Si guadagnerà così un po’ di tempo, ma con la consapevolezza che prima o poi bisognerà trovare i soldi per dare seguito agli impegni fino ad ora rinviati.