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Lisbona 2 e la sfida della Ricerca

RISK
di Fabio Pistella
risk n.6 - Febbraio - Maggio 2005

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risk6
Lo scenario economico mondiale è in rapida evoluzione e i governi sono chiamati a decidere quali politiche adottare per affrontare i cambiamenti che determineranno lo sviluppo futuro dei rispettivi Paesi. In ordine a questa necessità, i Paesi dell’Ue, in occasione del Consiglio europeo di Lisbona del Duemila, fissarono quale obiettivo prioritario dell’Europa la capacità di divenire, entro il 2010, «l’economia più competitiva al mondo, basata sulla conoscenza, capace di una crescita economica sostenibile, con più numerosi e migliori posti di lavoro e una maggiore coesione sociale». Per realizzare questi obiettivi, l’Ue si impegnò a promuovere una serie di azioni nei settori della ricerca e dell’istruzione, che sfociarono nella formulazione di quattro punti-chiave: 1) la creazione dello spazio europeo della ricerca e dell’innovazione; 2) l’obiettivo di aumentare lo sforzo di ricerca e sviluppo fino al 3% del Pil entro il 2010; 3) l’iniziativa europea per la crescita; 4) l’adozione di un piano d’azione per il raggiungimento degli obiettivi previsti.
A distanza di quasi cinque anni, la Commissione, confermando gli obiettivi sulla ricerca, ha denunciato gravi ritardi sulla tabella di marcia, e nell’ultimo Consiglio europeo di fine marzo ha proposto un nuovo partenariato Ue per la crescita e l’occupazione.
La necessità di imprimere un’accelerazione per una maggiore competitività, imposta sia dal crescente divario in investimenti in ricerca, - pari a 130 miliardi di euro - fra l’Ue e gli Usa, sia dal fenomeno delle rigogliose economie del Sud Est asiatico - è emersa con tutta la sua urgenza.
Di qui, la rivitalizzazione dell’agenda di Lisbona, detta «Lisbona 2» secondo la quale dall’incremento dell’investimento in ricerca pubblica e privata dell’Ue - dall’1,9% al 3% del Pil, entro il 2010 - potrebbero scaturire oltre sei milioni di posti di lavoro. Un obiettivo, quello del 3%, che si dovrebbe raggiungere con un investimento pubblico pari all’1% a fronte di una componente privata pari al 2%.
Lisbona 2 indica inoltre, agli Stati membri, il dovere di «sviluppare la politica di innovazione in funzione delle loro specificità», perseguendo una serie di obiettivi: creazione di meccanismi di sostegno alle pmi innovative, comprese le imprese ad alta tecnologia in fase di avviamento; promozione della ricerca congiunta fra università e imprese; miglioramento dell’accesso al capitale di rischio; riorientamento degli appalti pubblici verso prodotti e servizi innovativi; sviluppo di partenariati e poli di innovazione a livello regionale e locale.
Nelle documento conclusivo del Consiglio europeo si sottolinea anche il forte impulso all’innovazione in tutta l’Unione europea che il nuovo programma comunitario per la competitività garantirà attraverso una duplice azione: 1) un nuovo dispositivo di finanziamento per le Pmi innovative ad alto potenziale di crescita, ottenuto razionalizzando e rafforzando la rete di sostegno tecnico all’innovazione nelle imprese e sostenendo lo sviluppo di poli regionali e di reti europee per l’innovazione; 2) la promozione di iniziative tecnologiche pubblico - private, volte a rafforzare la competitività del sistema industriale, anche attraverso piattaforme tecnologiche rispetto alle quali definire programmi di ricerca a lungo termine.
Fin qui, i «buoni propositi». È lecito chiedersi se queste misure avrebbero potuto essere migliori e, se si, dove bisognerebbe operare delle correzioni. Vi ne sono almeno quattro indispensabili. La prima riguarda l’assenza, all’interno dell’Ue, di una politica industriale legata alla ricerca. Manca un’attenzione organizzata su questa tematica, per cui spesso si esagera con le censure ai comportamenti ritenuti scorretti per la libera concorrenza sul mercato all’interno dell’Unione, bollandoli come assistenzialistici, e si dimentica che oltre Oceano, grazie a strumenti come l’high tech procurement, ingenti risorse finanziarie vengono trasferite dal governo alle aziende.
La seconda concerne i meccanismi di assegnazione delle risorse comunitarie. Sono regole, francamente, poco condivisibili. Il principio prevede che la ricerca debba essere di grande impatto e contestualmente che debba limitarsi allo sviluppo pre - competitivo, vale a dire non avvicinarsi alla fase di effettiva produzione. Una contraddizione a cui se ne aggiunge una terza: le modalità di erogazione dei finanziamenti, previste in forma di contributi in conto interesse e non in conto capitale.
Infine, un quarto elemento di difficoltà è rappresentato dal fatto che non esiste, ad oggi, un’effettiva concertazione fra i soggetti che si occupano dell’organizzazione della ricerca all’interno dell’Ue e le strutture responsabili dei vari settori di ricerca.
Vi è poi un’ultima considerazione, legata alle scelte di policy della ricerca europea. La malintesa interpretazione dei vincoli imposti dalla direzione della Concorrenza in ambito Ue, induce a concepire scelte solo nell’ottica del libero mercato. Occorrerebbe invece condividere un disegno comune con cui affrontare con chiarezza sia la reale perseguibilità dell’obiettivo del 3%, sia il futuro dell’European Research Area (ERA).
Prima di analizzare prospettive e problemi della ricerca in Italia, è opportuno porsi l’interrogativo su come il nostro Paese si stia preparando in vista della costruzione della European research area. In assenza di strategie condivise fra soggetti diversi - imprese, università, enti di ricerca, laboratori - capaci di fare «massa critica» e competere su determinate tecnologie a livello internazionale, c’è il rischio di assistere non soltanto alla fuga dei cervelli, ma anche a quella dei laboratori. Occorre armonizzare una capacità nazionale di competere all’interno dell’Europa, attraverso la creazione di gruppi idonei a integrarsi nella rete europea come la «maglia» che è parte di un sistema elettrico. Uno sforzo strategico, su cui il nostro Paese è impegnato fortemente.
Il Programma nazionale per la ricerca 2004-2006, ultimo di una serie di documenti di politica scientifica messi a punto dal ministro Moratti e approvato del Cipe lo scorso 18 marzo, anticipa, nella sua formulazione, i nuovi e più realistici obiettivi di Lisbona 2 in materia di ricerca e sviluppo, segnando, per l’Italia, il momento di svolta fra il vecchio e il nuovo modo di fare ricerca.
Nel documento il sistema Italia emerge con i suoi punti di forza e debolezza, fra i quali il numero esiguo di gruppi industriali (Eni, Fiat, Pirelli, Telecom) con un fatturato superiore a 20 miliardi di euro; l’elevato numero - 4 milioni - di pmi, che rappresentano un fattore di flessibilità; la predominanza negli investimenti sui processi produttivi e non sull’innovazione di prodotto; il numero limitato di industrie high-tech di grandi dimensioni nei settori della microelettronica, robotica, optoelettronica motoristica, chimica, tecnologie biomediche; il ritardo nell’investimento privato in ricerca; la scarsa concentrazione di uomini e mezzi in aree strategiche; l’invecchiamento degli addetti alla ricerca; le barriere, anche culturali, alla collaborazione pubblico-privato; la carenza nei meccanismi di valutazione.
A questi, fanno da contraltare i punti di forza: l’alta flessibilità della struttura produttiva; l’alto grado di automazione dei processi produttivi; la forte interazione fra il settore della robotica e automazione e i settori produttivi; la capacità e flessibilità della classe imprenditoriale; l’alto livello di produttività per addetto; il forte valore assoluto dell’export, pari al 28% del Pil; l’alto livello di internazionalizzazione del sistema scientifico; l’elevato numero di lavori scientifici citati; l’alto numero di programmi approvati nel VI programma quadro.
In questo contesto, il Pnr individua obiettivi strategici che vedono nella ricerca uno strumento per: a) migliorare la qualità della vita sul versante della salute, sicurezza, ambiente); b) accrescere la competitività delle imprese; c) assicurare lo sviluppo sostenibile a livello globale, attraverso la prevenzione delle catastrofi naturali, il network per il monitoraggio globale del territorio, la tutela della biodiversità, gli accordi internazionali sull’esempio di quelli con Russia, India e Africa).
Le azioni si incentrano ancora una volta sui tre fattori chiave già accennati: 1) il superamento di frammentazioni e criticità; 2) la capacità di unire le competenze migliori su temi specifici; 3) l’abilità nel muoversi verso nuove discipline e obiettivi, coniugandola con la capacità di non abbandonare l’esistente. Occorre superare la vecchia distinzione fra «settori maturi» e «settori innovativi», che non corrisponde più alla realtà. I settori innovativi, che sicuramente sono importanti, vanno presidiati, generando conoscenze che mantengano competitivi anche i settori non high-tech. L’Italia vanta da anni settori per i quali si è distinta nel mondo: la moda, il mobile e più in generale il made in Italy, ma anche la meccanica e i sistemi avanzati di precisione. Questo patrimonio di conoscenze va difeso e migliorato, iniettando tecnologie capaci di creare nuove opportunità.
In sostanza, le azioni strategiche puntano a: rafforzare la base scientifica del Paese, sostenendo l’eccellenza, il merito, l’internazionalizzazione e la crescita del capitale umano; potenziare il livello tecnologico del sistema produttivo a sostegno della sua competitività; sostenere la partecipazione attiva del sistema nazionale della ricerca nei programmi della Ue e negli accordi internazionali.
In questo disegno rientrano le numerosissime iniziative promosse dal Miur. Fra tutte, ricordiamo il disegno di una nuova focalizzazione degli strumenti finanziari del Miur, operato con riguardo ai fondi Firb (Fondo investimenti per la ricerca di base), Far (Fondo agevolazioni ricerca industriale), Cofin (Fondo per la ricerca universitaria) ed anche Ffo (Fondo ordinario per l’università) e Foe (Fondo ordinario per gli enti pubblici di ricerca). In sostanza, nel bilancio 2004 del Miur la spesa per la ricerca è di 2 miliardi e 429 milioni di euro.
Fanno parte a pieno titolo della nuova strategia anche la creazione di joint-labs tra istituzioni italiane e straniere basati su attività di ricerche strategiche, il lancio di dieci programmi nazionali strategici a sostegno dei settori produttivi export-oriented e settori high-tech, ma anche gli interventi concertati con le Regioni per la competitività dei sistemi territoriali (distretti tecnologici), le collaborazioni pubblico - privato, gli spin-off e gli start-up di nuove imprese ad alta tecnologia. Attività, queste, che in molti casi hanno visto il coinvolgimento del Cnr, riformato in base al decreto legislativo del giugno 2003.
 

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