È in corso di svolgimento il periodico riesame della politica di difesa americana. Il processo culminerà - si prevede - nel febbraio 2006, quando dovrebbe finalmente divenire di dominio pubblico il testo della nuova Quadrennial defense review, che sostituirà quella apparsa nell’autunno del 2001.
Da qualche tempo, si stanno moltiplicando gli interventi anticipatori sul suo contenuto da parte dei vertici politici e militari del Pentagono. Presso il comitato per le Forze armate del Senato, in particolare, hanno avuto luogo negli ultimi mesi almeno due importanti audizioni del segretario alla Difesa, Donald Rumsfeld, svoltesi rispettivamente il 23 settembre 2004 e il 17 febbraio scorso1. Il giorno prima di quest’ultimo incontro, a Capitol Hill si era recato anche il chairman del Joint chiefs of staff: il presidente del Comitato dei Capi di Stato maggiore riuniti, la suprema autorità interforze americana, generale Richard B. Myers. Grazie alle comunicazioni rese al Congresso ed alle pubblicazioni che le hanno commentate, appare possibile formulare delle previsioni sull’esito finale dei lavori in corso.
A quanto è dato attualmente di capire, non avranno luogo cambiamenti radicali. Piuttosto, la macchina militare americana si accinge ad incorporare le prime lezioni tratte dagli ultimi tre anni e mezzo di operazioni collegate alla conduzione della Global War on Terror. La transformation di cui hanno parlato tanto Rumsfeld quanto il generale Myers2 non contemplerà quindi una nuova rivoluzione, ma sarà l’esito di un processo, di fatto già avviato, di adeguamento della dottrina militare americana alle visioni dell’Amministrazione repubblicana ed alle necessità contingenti3. Si fonderà certamente sugli obiettivi politici e di sicurezza appena riconfermati dal presidente George W. Bush in occasione del recente discorso sullo Stato dell’Unione, tenendo naturalmente conto dei successi e dei problemi emersi durante le ultime due maggiori campagne intraprese dagli Stati Uniti. La difesa del territorio americano dal terrorismo internazionale rimarrà la preoccupazione centrale ed è prevedibile un aumento della pressione sui regimi costituenti il nuovo Asse della tirannia.
La vera svolta risale all’autunno del 2001 ed è stata conseguente agli attacchi dell’11 settembre, che hanno rappresentato una soluzione di continuità di decisiva importanza nel pensiero politico-militare americano, convincendo l’Amministrazione repubblicana ad assumere un atteggiamento marcatamente più interventista in campo internazionale.
Di fronte all’impresa assassina compiuta dagli uomini di Bin Laden, a Washington si è infatti ritenuto indispensabile accelerare i tempi di reazione all’offesa e definire una complessa strategia multi dimensionale volta a depotenziare e sradicare il nuovo iper terrorismo. Per non subire un ulteriore e più devastante attacco sul proprio territorio nazionale, l’America ha semplicemente deciso, sic et simpliciter, di anticipare il materializzarsi delle minacce, cambiando il mondo in un senso più funzionale ai propri interessi di sicurezza.
Il prodotto intellettuale e politico più emblematico di questo cambiamento è stato senza dubbio la National security strategy dell’autunno 2002, che ha riservato agli Stati Uniti non solo il diritto di agire preventivamente per eliminare una minaccia potenziale (prevention), ma altresì quello di farlo a nome e per conto della comunità internazionale anche prescindendo dal suo consenso (preemption).
È attualmente oggetto di discussione se questa spinta all’interventismo, «alla creazione della storia in luogo della sua contemplazione» come qualcuno ha osservato, sia stata il risultato delle pretese ideologiche del neoconservatorismo statunitense o piuttosto la manifestazione di quel «realismo offensivo» teorizzato da Mearsheimer, secondo il quale la tendenza delle grandi potenze a stabilire un’egemonia rifletterebbe essenzialmente l’impulso a soddisfare il loro bisogno di sicurezza completa. Ciò che tuttavia ne è disceso è un insieme di operazioni improntate a principi innovativi, che hanno soppiantato le dottrine in voga tra i militari americani nei primi anni Novanta. La Quadrennial defense review in corso di elaborazione non ne costituirà niente di più che una razionalizzazione.
Una svolta maturata tra il 2001 ed il 2002. Le idee fondamentali sul tappeto sono infatti le stesse consolidatesi con l’avvio di Enduring freedom e lo svolgimento di Iraqi freedom. Si desidera porre al servizio della politica di sicurezza degli Stati Uniti uno strumento militare più snello, flessibile, letale e capace di riportare rapidamente la decisione dove occorra.
È bene quindi chiarire in che cosa sia effettivamente consistita la svolta maturata a cavallo tra il 2001 ed il 2002 e quanto le esperienze fatte in Afghanistan ed Iraq peseranno sulla revisione della dottrina militare statunitense. Prima dell’attacco alle torri di Manhattan, il modello operativo cui le Forze armate americane improntavano la loro pianificazione, condensava i concetti definiti durante la lunga preparazione di un conflitto ad alta intensità in Europa centrale, la riflessione sulla sconfitta subita in Vietnam e gli ammaestramenti tratti dai due maggiori interventi militari effettuati nel corso degli anni Novanta: la guerra del Golfo del 1991 e la campagna per il Kosovo del 1999.
Per quanto durante le operazioni condotte contro la Federazione jugoslava si fossero fatte delle concessioni all’aumento incrementale della pressione militare applicata contro l’avversario, al fine di mantenere la coesione dell’Alleanza atlantica che le conduceva, i principi basilari cui le Forze armate statunitensi si uniformavano erano rimasti due: l’acquisizione e sfruttamento del dominio aerospaziale nel teatro d’operazioni ed il successivo impiego a massa delle forze terrestri, concentrando il massimo della potenza di fuoco nello spazio e nel tempo. Il prerequisito implicito di qualunque intervento maggiore che si fosse reso necessario al di fuori del teatro europeo sarebbe stato una lunga fase di accumulazione delle unità terrestri, navali ed aeree da impiegare, che avrebbe rallentato notevolmente la reazione militare americana.
La Global war on terror ha obbligato l’Amministrazione a fare diversamente, per accorciare sensibilmente il periodo intercorrente tra la decisione di impiegare la forza ed il suo effettivo utilizzo e poter quindi garantire l’applicabilità dei nuovi principi della preemption e prevention, nonché la praticabilità a breve termine di rappresaglie per gli attacchi eventualmente subiti.
Le nuove concezioni sono state elaborate e testate subito dopo l’11 settembre contro il regime talebano, che è stato rovesciato impegnando soltanto duecento operativi sul terreno, seppure sostenuti dal fuoco di precisione assicurato dalle forze aeree ed aeronavali americane4. Senza, quindi, che avesse luogo una vera e propria invasione, senza che si verificassero movimenti di grandi unità terrestri, grazie all’inserzione di reparti paramilitari d’intelligence e forze speciali, incaricati di coagulare un fronte di attori locali interessati a spodestare i seguaci del mullah Omar e successivamente sostenerne e guidarne gli attacchi.
Sono stati utilizzati denaro per cementare le intese raggiunte e «designatori laser» per dirigere le bombe di precisione sganciate dagli aerei della coalizione che avrebbero reso più incisiva l’azione dei fiancheggiatori afghani degli Stati Uniti, senza disdegnare all’occasione il ricorso a pratiche militari antichissime, come le cariche di cavalleria, inutili in Europa ma molto efficaci nel pre moderno contesto afghano. Nulla di più.
Non poteva essere altrimenti, essendo l’Afghanistan un Paese impervio, primitivo, privo di sbocchi al mare e circondato da Stati indisponibili ad ospitare grandi unità americane sul proprio territorio, tanto più che si doveva reagire alla svelta, per non dare un segnale di debolezza che avrebbe compromesso in tutto il mondo la credibilità ed il prestigio degli Stati Uniti, appena colpiti al cuore della loro potenza economica e militare.
Sulla spinta delle necessità contingenti, in Afghanistan si è quindi consumata la prima rottura sostanziale con il modello della schiacciante superiorità - overwhelming capability - che costituiva il dogma operativo dai tempi di Colin Powell. L’innovazione, imposta dalle straordinarie circostanze geopolitiche in cui era stata condotta la campagna afghana, da necessità si è fatta opzione deliberata con Iraqi freedom.
Dobbiamo a Bob Woodward l’appassionata descrizione della complessa gestazione del piano di invasione dell’Iraq, sviluppato dal dicembre 2001 attraverso il progressivo snellimento dell’Op-plan 1003, lo schema elaborato dal Pentagono all’indomani della fine della guerra del Golfo del 1991, per l’ipotesi in cui si fosse deciso di procedere alla deposizione, manu militari, di Saddam Hussein.
All’interno di questo piano di contingenza ereditato dall’Amministrazione Bush, l’eventuale nuovo attacco all’Iraq era ancora immaginato come una sostanziale ripetizione di Desert storm: quindi come un’offensiva multi divisionale, da condurre con un corpo di spedizione da non meno di 500 mila uomini, assemblato in un periodo non inferiore ai sei mesi e impegnato, in un ambiente internazionale favorevole, soltanto dopo la conduzione di un bombardamento prolungato.
Si trattava evidentemente di un progetto convenzionale, inattuabile alla luce del quadro internazionale venutosi a determinare tra il 2002 e l’inizio del 2003, con un’Arabia Saudita indisponibile a sostenere una nuova campagna contro l’Iraq ed un novero importante di Paesi - tra i quali Russia, Cina, Francia e Germania - esplicitamente contrari ad assecondare le intenzioni di Washington nei confronti di Baghdad.
Da questa constatazione è disceso l’input del segretario alla Difesa, Rumsfeld, di modificare radicalmente il piano, in modo da accelerarne i tempi di preparazione e mantenere il più a lungo invisibile il processo di concentrazione nella regione del Golfo delle forze necessarie alla sua esecuzione. La campagna avrebbe dovuto svolgersi e concludersi in tempi rapidissimi5. Donde la scelta di impiegare in Iraqi freedom un numero di uomini notevolmente inferiore a quello utilizzato nel 1991 e quella di condurre simultaneamente le offensive aerea e terrestre. L’Iraq sarebbe stato così conquistato da una divisione dell’esercito americano e da una forza d’intervento del Corpo dei marines, con limitati apporti forniti dagli alleati più fidati - la Gran Bretagna, l’Australia, la Polonia e la Danimarca - laddove il Kuwait era stato liberato nel 1991 da un ampio dispositivo multinazionale che per parte statunitense aveva visto schierato l’equivalente di tre Corpi d’armata al completo6.
Difficilmente, nelle previsioni del Pentagono che sta redigendo la nuova Quadrennial defense review, le operazioni che si renderanno necessarie nel prosieguo della lotta al terrorismo internazionale potranno differenziarsi molto dai due recenti modelli afghano ed iracheno.
Cosa dobbiamo attenderci. A prescindere dall’eventuale rivalutazione delle minacce e dei fattori di rischio gravanti sulla sicurezza americana, sui quali sembra inopportuno soffermarsi in questa fase, sono almeno cinque gli elementi che dobbiamo attenderci dalla revisione in corso.
In primo luogo, sembra estremamente probabile un intervento strutturale sull’esercito degli Stati Uniti. Alla ricerca della maggior flessibilità e letalità, lo Us Army dovrebbe infatti abbandonare l’attuale ordinamento basato sulla divisione in favore di uno nuovo fondato sulla brigata e sull’accentuazione della modularità delle unità combattenti. Le brigate saranno a loro volta potenziate e ripensate con l’idea di renderle più velocemente proiettabili all’estero, quindi realizzando un nuovo compromesso tra potenza e leggerezza, tenendo d’occhio anche l’autonomia logistica7. È possibile che l’ondata riformatrice si spinga anche più in là, decretando ad esempio lo scioglimento dei Corpi d’armata, grandi unità non più idonee allo svolgimento delle campagne militari del futuro, che verosimilmente non saranno più multidivisionali e somiglieranno ad Iraqi freedom più che a Desert storm. In questo caso, l’esercito americano perderebbe la sua conformazione di tipo classico per avvicinarsi notevolmente alla forza armata di pronto intervento immaginata da Rumsfeld per meglio condurre la Global war on terror e già prefigurata nel 1997 dal concetto del gruppo di combattimento8.
Lo Us Army verrà altresì interessato da rilevanti programmi miranti al miglioramento della protezione individuale e collettiva, un elemento divenuto di importanza cruciale nel contesto di una missione prolungata di stabilizzazione post-conflitto come quella iniziata in Mesopotamia dopo la caduta di Baghdad9. Se questo orientamento, annunciato al Congresso dai vertici militari e politici della Difesa americana, verrà confermato dalla Quadrennial defense review, potremo concludere che il lamento elevato dai soldati destinati in Iraq al segretario Rumsfeld è stato ascoltato. Dovrebbero aumentare anche le unità adibite a compiti di polizia militare, colmando una lacuna pagata a caro prezzo dopo la deposizione di Saddam Hussein. In secondo luogo, verrà certamente ribadito il ruolo maggiore assunto dal Comando per le operazioni speciali, il Socom, e dalle forze assegnategli. Anzi, sarà probabilmente enfatizzato ulteriormente, sempre nell’ottica dell’accelerazione della risposta alle offese e della loro repentina eliminazione. Come ha puntualizzato il generale Myers al Congresso, già adesso, lo Special operation command è un comando «combattente», esattamente come il Central command che si occupa di Enduring ed Iraqi freedom. In più, è divenuto quello responsabile della pianificazione e direzione delle operazioni globali contro le reti terroristiche. Ne discende una conseguenza ovvia: non si presterà più ad agire soltanto in funzione delle esigenze degli altri maggiori comandi americani, ma potrà essere invece il destinatario del loro supporto ogni qual volta sia destinato a svolgere la parte del leone, com’è accaduto in Afghanistan. Le forze speciali integreranno sempre più la propria azione con quella delle unità paramilitari dell’intelligence e si presteranno anche a garantire un maggior livello di interoperabilità tra gli Stati Uniti ed i loro alleati, assolvendo ad un’altra delicata funzione di carattere politico-militare. Come è stato osservato, infatti, la creazione ed il mantenimento delle forze speciali incidono relativamente poco sui bilanci della Difesa e sono quindi alla portata anche di alleati poco propensi a dilatare le proprie spese militari come sono quelli europei. Puntare maggiormente sulle forze speciali potrebbe quindi facilitare il compito di coloro che desiderano ricucire rapidamente lo strappo consumatosi tra le due rive dell’Atlantico.
In terzo luogo, la Marina degli Stati Uniti sarà chiamata ad accrescere l’operatività dei propri gruppi navali d’altura innanzitutto riducendo i periodi nei quali le task force guidate dalle maggiori portaerei si troveranno sottoposte a manutenzione. Vi saranno forse meno unità in assoluto, ma si troveranno più frequentemente in mare. La Us Navy dovrebbe essere altresì chiamata ad accentuare lo sviluppo delle sue capacità nel cosiddetto littoral warfare, connesso alla proiezione della potenza dal mare verso terra. Potranno essere fatti ulteriori investimenti nelle portaerei e nelle navi da assalto anfibio, rivelatesi utilissime persino nell’attacco condotto contro un Paese totalmente land-locked come l’Afghanistan, mentre dovrebbero diminuire le risorse da assegnare allo sviluppo ed al mantenimento della flotta sottomarina, ritenuta in possesso di capacità ormai notevolmente eccedenti le effettive necessità. Mahan declinerà ulteriormente a favore di Corbett. È quindi evidente che al di là di quanto viene sempre più frequentemente affermato, almeno sul piano navale, il Pentagono non considera ancora seriamente l’ipotesi di una emergente minaccia cinese alla sicurezza degli interessi americani.
In quarto luogo, anche l’Aeronautica degli Stati Uniti verrà chiamata a fare dei sacrifici e sempre in seguito alla medesima constatazione: mancando all’America una superpotenza rivale in grado di rappresentare nel prossimo futuro una concreta sfida al dominio dell’aria, si tenderà in questa fase storica a ridurre l’importanza degli investimenti fatti nell’accentuazione della superiorità aerea. Nel potenziamento della linea di caccia si farà quindi quasi certamente una scelta tra il costoso F/a-22 Raptor e l’F-35, anziché procedere al loro sviluppo contestuale secondo gli ambiziosi progetti iniziali, e a farne le spese sarà verosimilmente proprio il primo, dal momento che il Joint strike fighter è l’espressione di un ambizioso programma multinazionale ed interforze cui sono interessati ormai numerosi Paesi. Verrà però sviluppato un sistema radar basato nello spazio (Sbr, Space based radar), che permetterà di migliorare il monitoraggio delle zone precluse all’osservazione diretta americana e, naturalmente, l’acquisizione dei potenziali bersagli fissi e mobili.
Infine, quinto elemento, cambierà la politica delle basi. Sarà questo il fattore di gran lunga più delicato, implicando una valutazione di Washington sull’affidabilità dei propri alleati. Nello scegliere dove i soldati ed i materiali verranno posizionati, infatti, la nuova strategia privilegerà i Paesi dove gli Stati Uniti sono maggiormente desiderati, nei quali l’azione militare americana non verrà sottoposta a vincoli rilevanti e che si trovino in luoghi prossimi ai presumibili teatri operativi di maggior interesse ai fini del proseguimento della campagna contro il terrorismo internazionale.
Questo significa che con tutta probabilità diminuiranno i siti dislocati in Europa occidentale a favore di nuove località situate nell’Europa orientale, nel Golfo ed in Asia centrale, cioè nel Near abroad della Federazione russa. Alcuni Paesi si sono già candidati a svolgere un ruolo fondamentale in questo quadro - magari al posto della Germania e, forse, anche dell’Italia qualora cambiassero gli orientamenti della sua politica estera attuale - quali punti di partenza d’elezione della proiezione di potenza statunitense. Si tratta di Albania, Azerbajian, Bulgaria, Georgia, Kosovo, Polonia, Romania, Ucraina ed Uzbekistan. Ed altri si aggiungeranno alla lista. Per le stesse ragioni di opportunità, il Pentagono ha del resto già abbandonato l’Arabia Saudita, a vantaggio di Emirati più allineati come il Kuwait ed il Qatar, che ospita importanti infrastrutture direzionali dello Us Central command.
La lezione della recente operazione Iraqi freedom è stata quindi assorbita. In quella circostanza, diversi Paesi fecero infatti valere delle limitazioni legali al rischieramento in Iraq delle unità statunitensi stazionanti sul loro territorio, inclusa l’Italia, il cui Governo diede il proprio assenso all’improvviso invio in Kurdistan dei paracadutisti basati a Camp Ederle durante le fasi attive del conflitto, ma solo alla condizione che non venissero impiegati in combattimento, in base ad una deliberazione adottata il 19 marzo 2003 dal Consiglio supremo di difesa.
Gli americani, evidentemente, non potranno più accettare di farsi intralciare dagli equilibri politici interni ed internazionali al momento del bisogno e sposteranno le loro unità di conseguenza. Non meno di 70 mila militari - molti dei quali attualmente in Europa - verranno poi riportati in patria, da dove si ritiene che potranno essere inviati su qualunque teatro.
Sembra invece essersi in una qualche misura attenuata l’enfasi sulla difesa missilistica, che era stato uno degli elementi basilari della politica di difesa nel corso del primo mandato del presidente Bush, anche se è chiaro che il programma andrà avanti anche dopo lo schieramento ormai ultimato dei primi missili intercettori in Alaska e California. È peraltro più che probabile che la contenuta attenzione riservata a questo argomento dai vertici politici e militari del Pentagono nei loro interventi al Congresso, sia imputabile al semplice fatto che gli aspetti più controversi del programma sono stati da tempo metabolizzati.
I riflessi per l’Europa e per l’Italia. Se questi indirizzi troveranno conferma, l’Europa e l’Italia rischiano di essere sottoposte a tensioni politiche ben prima che si apra qualche nuova crisi maggiore, a dispetto della più volte proclamata volontà di procedere ad una «ricucitura» dei rapporti atlantici. Innanzitutto, gli americani non rinunceranno certamente alla loro controversa dottrina enunciata nel 2002 che prevede il ricorso agli attacchi preventivi, tuttora oggetto di forti contestazioni in tutto il Vecchio continente malgrado i segnali distensivi lanciati da Francia e Germania durante il recente tour europeo del presidente Bush.
A questa difficoltà si aggiungeranno le conseguenze del probabile ridispiegamento delle forze armate statunitensi attualmente schierate in Eurasia. La prossima redistribuzione geopolitica delle basi potrebbe infatti innescare una perversa spirale, il cui effetto prevedibile appare già adesso proprio quello di sancire una volta di più la validità della teoria delle Due Europe sostenuta da Rumsfeld nel 2002.
Per attirare i militari di Washington, i Paesi che vedono negli Stati Uniti i supremi garanti della propria sicurezza tenderanno infatti ad offrire al Pentagono le migliori condizioni politico-legali, mentre le opinioni pubbliche dell’Europa occidentale più avverse alla dottrina degli attacchi preventivi eserciteranno verosimilmente pressioni affinché l’uso delle basi concesse agli americani sia sottoposto al più rigido sistema di regole ed autorizzazioni possibile, incoraggiando così il ritiro dei soldati a stelle e strisce. La scelta di campo alla quale gli europei e gli italiani sono stati chiamati dopo l’11 settembre molto verosimilmente dovrà quindi essere rinnovata anche nei prossimi anni, con buona pace di coloro che sperano di poterla eludere.
D’altra parte, c’è anche un segnale di speranza. Sarà forse offerta agli europei che desiderino rimanere politicamente al fianco dell’America un’interessante scorciatoia per riproporre la propria utilità anche militare agli Stati Uniti, senza passare per la realizzazione dei molto onerosi programmi concordati in ambito Nato nel quadro del cosiddetto Prague capabilities committment. Si tratta dello sviluppo delle forze speciali. Il Pentagono, infatti, nella Quadrennial defense review ne aumenterà le missioni e ne accrescerà il ruolo, senza che peraltro possa con la medesima facilità ampliarne parallelamente gli organici. In diversi contesti operativi - si pensi all’operazione Anaconda svoltasi nelle montagne afghane e alla stessa campagna irachena - le unità d’élite fornite dai Paesi europei, specialmente le Sas britanniche, il Ksk tedesco e i reparti omologhi francesi e polacchi hanno saputo dare il loro apprezzato contributo.
Potenziare le risorse investite in questa capacità di nicchia potrebbe quindi rivelarsi particolarmente remunerativo per gli europei, come tre anni fa già sosteneva acutamente Lindley-French. Allo stesso modo, anche il rafforzamento delle unità europee di polizia militare dovrebbe accrescere l’appetibilità dell’impegno sul terreno delle truppe del Vecchio continente. La Difesa americana, infatti, continuerà ad aver bisogno di questa tipologia di reparti su tutti i teatri operativi più impegnativi, come hanno insegnato le esperienze fatte nei Balcani, in Medio Oriente ed Asia centrale. Sarebbe un’occasione da non perdere.
Note
1 I resoconti sono disponibili sul sito internet del dipartimento della Difesa degli Stati Uniti. Alla testimonianza resa da Rumsfeld il 23 settembre al Senato è stato dato il suggestivo titolo Global Posture, mentre la seconda audizione rientrava nel quadro del processo di approvazione del bilancio federale.
2 Anche l’intervento di Myers presso la Camera dei rappresentanti è reperibile sul medesimo sito internet.
3 Rumsfeld, al riguardo, non poteva essere più chiaro: «Non proponiamo cambiamenti precipitosamente o alla leggera alle nostre strategie di difesa. Rientrano invece in un disegno più ampio che è in corso da anni. Queste proposte si concretizzeranno nei prossimi sei-otto anni. Non ci saranno annunci solenni». Global Posture, op. cit.
4 Il dato si trova in Tommy Franks, American Soldier, New York, 2004, p. 271 e non differisce molto da quello riportato da George Friedman in America’s Secret War. Inside The Hidden Worldwide Struggle Between the United States and Its Enemies, London, 2004, p. 178. Gli americani avrebbero inserito in Afghanistan quattro Operational detachment alpha (Oda) teams composti da 13 uomini - uno presso ciascuna delle maggiori componenti dell’Alleanza del Nord - e due B teams da 15 operativi ciascuno.
5 Lo schema che ricorre tanto nelle ricostruzioni di Bob Woodward e Tommy Franks è 90-45-90: novanta giorni per l’assemblaggio delle forze, quarantacinque per la conquista dell’Iraq ed altri novanta per la sua completa stabilizzazione.
6 La divisione dell’esercito coinvolta nel 2003 era la III di Fanteria. Nella I Forza d’intervento dei Marines figuravano invece la I Divisione del Corpo e la Task force Tarawa, unità paragonabile ad una brigata rinforzata.
7 Stando alle dichiarazioni rese il 17 febbraio scorso dal segretario alla Difesa Rumsfeld durante la sua testimonianza sul bilancio della difesa al Comitato per le Forze armate del Senato, l’esercito passerà dalle attuali 33 brigate «di manovra» a 43 nuovi, più potenti e modulari Brigade Combat Teams. Cfr. Budget Testimony as Delivered by Secretary of Defense Donald H. Rumsfeld, Senate Armed Committee, Thursday, February 17, 2005, disponibile sul sito internet del Pentagono.
8 Cfr. sul punto, Douglas A. MacGregor, Breaking the Phalanx. A New Design for Land Power in The 21st Century, Csis, Westport, London, 1997, che individua nel gruppo di combattimento l’unità basilare ideale delle forze armate americane del futuro, immaginandolo come un reparto polivalente e sostanzialmente autosufficiente da circa 5mila uomini.
9 Dal febbraio 2004, tutti i militari ed i civili americani impegnati in missioni che si svolgono in Iraq, Afghanistan e nel Corno d’Africa dispongono di un kit di protezione individuale denominato Interceptor body armor. Si sta provvedendo adesso alla corazzatura dei mezzi di trasporto utilizzati dalle truppe nei teatri operativi a più alto rischio, in primo luogo le Humvee. Nel maggio 2003, il Comando centrale americano disponeva di sole 235 Humvee corazzate. Adesso sono già 6.300 e si spera di elevarne presto il numero ad 8 mila.