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Dove porta la linea del “congagement”

RISK
di Maria Weber
risk n.6 - Febbraio - Maggio 2005

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Dalla fine della Guerra fredda all’attacco all’America dell’11 settembre, l’ascesa della Cina è stata sicuramente l’evento di maggior rilievo nell’arena politica ed economica mondiale. Il fenomeno, che potrebbe preludere a una redistribuzione epocale del potere sulla scena internazionale, è stato una sorta di imprevisto e ha destato profonda preoccupazione in una pluralità di osservatori, accademici e policy-maker. Molti, infatti, ritengono che la crescita economica cinese associata a una ripresa del nazionalismo possa indurre il Paese a tentare di acquisire un’egemonia asiatica. Da qui argomentano la necessità di uno sforzo internazionale volto ad arginare l’espansione dell’influenza cinese. In particolare, si fa notare che grazie alla vastità della sua popolazione, la Cina ha il potenziale per diventare in pochi anni più ricca del Giappone e degli stessi Stati Uniti. Una Cina ricca viene spesso considerata negli Usa un competitore estremamente pericoloso sia sul piano strategico militare sia su quello puramente economico.
Preoccupazioni sull’evoluzione dell’equilibrio di potenza in Asia orientale sono state in più di un’occasione condivise anche dai vertici politico-militari degli americani. L’evoluzione dei rapporti di forza ha indotto il Pentagono a disegnare nuove strategie di sicurezza in Asia. Dalla fine del secolo scorso, alcuni strateghi militari americani hanno iniziato a parlare di un possibile conflitto con la Cina. Nel documento Joint vision 2020, elaborato nel Duemila dal Pentagono, si allude alla possibilità di un confronto con un competitore alla pari. Nella versione finale, il potenziale rivale non viene identificato, ma è noto che in una versione preliminare del documento era esplicitamente indicato Pechino. Il documento evidenzia l’importanza di un maggior coordinamento con Tokyo, alleato storico in Asia, ma progetta anche il mantenimento di truppe nella penisola coreana e conclude che l’Asia è destinata a prendere il posto dell’Europa nella strategia militare americana per i prossimi vent’anni.
Durante la campagna per l’elezione presidenziale del novembre Duemila, il futuro presidente George W. Bush definì la Cina un competitore strategico e affermò che la politica americana in Asia non avrebbe più trascurato gli alleati naturali, come Giappone, Corea del Sud e Taiwan. Le proposte di politica estera del candidato Bush erano state articolate in un intervento di Condoleeza Rice apparso sulla prestigiosa rivista Foreign Affairs all’inizio di quello stesso anno con il titolo Promoting the national interest. Per la Rice, la potenza militare deve restare un pilastro fondamentale della strategia americana. L’America non deve essere isolazionista, ma deve essere chiaro che l’interesse nazionale viene prima degli interessi di una illusoria comunità internazionale. Dato questo quadro generale, la Rice argomentava che le due grandi potenze che devono essere al centro della strategia internazionale americana sono la Russia e la Cina. La Russia perché, se abbandonata alla sua debolezza economica e alle difficoltà di transizione della politica interna, rischia di minacciare la sicurezza degli Stati Uniti. La Cina perché è protagonista di una formidabile ascesa economica: la sua integrazione nell’economia internazionale può avere effetti positivi per l’America, ma non va dimenticato il rovescio della medaglia.

La politica verso Pechino, suggerita nell’articolo dalla Rice è stata definita di congagement (containment più engagement, contenimento più coinvolgimento). Essa include, infatti, sia elementi di coinvolgimento (l’integrazione della Cina nell’economia internazionale è ritenuta auspicabile) sia elementi di contenimento: la Cina è considerata un competitore strategico degli Stati Uniti, che devono assicurarsi un sistema di alleanze e una forza militare tali da escludere nella controparte una tentazione al confronto ostile. Il primo aprile 2001, poche settimane dopo l’insediamento del presidente, la tensione tra i due Paesi salì drammaticamente a seguito della collisione tra un caccia cinese e un aereo spia americano Ep-3, che attraversava lo spazio aereo cinese senza segnalare la sua presenza. L’aereo spia fu costretto ad atterrare nell’isola di Hainan e i 24 membri dell’equipaggio furono tenuti prigionieri. A livello istituzionale, sia il presidente Bush sia il presidente Jiang Zemin chiedevano delle scuse ufficiali e alzavano i toni dello scontro. Mentre molti osservatori internazionali paventavano una drammatica evoluzione della crisi, Colin Powell si dichiarò dispiaciuto per la morte del pilota cinese e avviò una serrata negoziazione per giungere a una soluzione diplomatica. Dopo pochi giorni lo seguiva sulla strada della negoziazione anche il presidente Bush, inviando una lettera alla vedova del pilota in cui esprimeva il proprio rammarico per l’accaduto. La risposta di Pechino fu l’abolizione di ogni restrizione alla visita dei diplomatici americani all’equipaggio dell’Ep-3. La diplomazia di entrambi i Paesi giunse infine alla soluzione della crisi, che si ebbe in soli dodici giorni, a seguito dell’invio di una lettera ufficiale di Bush, il quale non solo si dichiarava dispiaciuto per la morte del pilota ma si rammaricava del fatto che l’aereo spia non avesse segnalato la propria presenza nello spazio aereo cinese. L’incidente si risolse con la liberazione dell’equipaggio.

Malgrado la soluzione della crisi dell’aereo spia, la tensione tra Stati Uniti e Cina rimase massima ancora per qualche tempo, a causa della vendita, decisa dallo stesso Bush, di un imponente quantitativo di armi americane a Taiwan. Il 25 aprile 2001 il Presidente, in occasione dei cento giorni del suo governo, dichiarava: «Aiuteremo Taiwan, anche militarmente, in caso di attacco. Mi auguro che Taipei e Pechino possano risolvere pacificamente i propri contrasti, ma noi siamo fermamente al fianco di Taiwan». La reazione di Pechino fu immediata: «Taiwan appartiene alla Cina e non è il protettorato di una potenza straniera». La vendita di armi del 25 aprile 2001 ha segnato il picco della tensione sino-americana. Da quel momento, la politica dell’amministrazione Bush nei confronti della Cina si è allontanata dal contenimento per avvicinarsi al coinvolgimento.
Il comportamento cinese dopo l’11 settembre ha certamente agevolato l’evoluzione. L’attacco all’America dell’11 settembre ha aperto un nuovo corso diplomatico tra Washington e Pechino: l’obiettivo primario è diventato la guerra globale al terrorismo e la Cina non è stata più la principale preoccupazione. Dal canto suo, immediatamente dopo l’attacco all’America, la Cina ha assunto un atteggiamento responsabile e cooperativo nella lotta al terrorismo internazionale. In occasione della guerra contro il regime dei talebani, gli Usa hanno esteso la presenza delle loro forze armate all’Asia Centrale, potendo usufruire di almeno una decina di nuove basi nei Paesi che circondano l’Afghanistan. La più grande base aerea americana in Asia centrale è a Manas, nel Kyrgyzstan. Gli Usa hanno stabilito basi anche in Tajikistan e Uzbekistan. Numerosi sono i contatti militari con il Kazakhstan.
Per quanto importanti siano stati gli effetti dell’11 settembre, ad ogni modo, il terrorismo non è l’unica ragione dell’interesse del Pentagono per l’Asia orientale. Il più recente Quadriennial defense review report (Us Defense department, 2001) scrive, riferendosi evidentemente alla Cina: «Anche se gli Stati Uniti non si confronteranno con un competitore alla pari nel prossimo futuro, l’Asia sta gradualmente emergendo come una regione dove potrebbe svilupparsi una competizione militare su larga scala. Esiste la possibilità che un competitore militare con una formidabile base di risorse emerga nella regione».
Malgrado queste dichiarazioni, la volontà di coinvolgimento non è mai realmente venuta meno: nel momento in cui si avviava la guerra contro il terrorismo, non si voleva di certo conflittualità su un fronte del tutto diverso come quello cinese. D’altronde, la cooperazione sull’Afghanistan e l’assenso cinese alla installazione di truppe americane in Asia centrale dimostrano la convergenza di interessi nella lotta al terrorismo islamico fondamentalista, che preoccupa la Cina per i possibili effetti destabilizzanti su una regione ricca di fonti energetiche come l’Asia centrale.
Secondo motivo di convergenza di interessi tra Pechino e Washington è la penisola coreana: entrambi desiderano che la situazione resti stabile e intendono arrestare i progressi nordcoreani sulle armi nucleari. Esistono poi spiegazioni meno contingenti dell’elemento di coinvolgimento presente nella strategia del congagement. Gli Stati Uniti vogliono, infatti, che la Cina si integri pienamente nell’economia globale, e questa è una strategia di lungo periodo. Oltre a considerazioni puramente economiche, sulla scelta americana pesa certamente l’assunto secondo il quale un Paese più liberista si avvia a essere un Paese più liberale, più democratico e, di conseguenza, più pacifico. Nella convinzione che l’integrazione economica rafforzi l’ala riformista nel partito, indebolendo le spinte autoritarie dei conservatori, si è dunque preferito non legare le questioni bilaterali di natura economica allo spinoso tema dei diritti umani.

Secondo alcuni, in Cina non ci sarebbe un dibattito pubblico sulle questioni politiche o sulla politica estera, ma questo giudizio non è condivisibile perché oggi è molto cresciuto in tutti i mass media cinesi lo spazio dedicato alla politica estera. Inoltre, la qualità del corpo diplomatico cinese pare essersi elevata nel corso degli ultimi due decenni: gran parte dei diplomatici cinesi hanno studiato in università americane o europee e padroneggiano almeno una lingua straniera. Nella seconda metà degli anni Novanta, era comune per gli autori cinesi descrivere il mondo post Guerra fredda in termini di crescente multipolarità. Chen Qimao, per esempio, individuava due tendenze contraddittorie in atto: «la tendenza alla multipolarizzazione mondiale e la tendenza unipolare di una o due nazioni che tentano di dominare gli affari mondiali». Secondo Chen, dunque, Unione Europea, Russia, Giappone, India, Brasile, Asean e, naturalmente, Cina stavano acquisendo (o riacquistando, nel caso russo) lo status di grandi potenze, mentre gli Stati Uniti cercavano di sfruttare la propria superiorità tecnologica e militare per esercitare la propria superpotenza non solo in qualità di leader dell’Occidente, ma come leader unipolare di tutto il mondo, costruendo un nuovo ordine mondiale sotto il suo dominio. Tuttavia, Chen riteneva anche che gli Stati Uniti si sarebbero rivelati incapaci di resistere alla tendenza verso la multipolarizzazione, nella politica internazionale più ancora che nell’economia internazionale, e che si sarebbero infine adeguati a un mondo multipolare, più equilibrato. Un tale scenario internazionale, caratterizzato da interdipendenza ed equilibrio, sarebbe stato una valida garanzia di stabilità. Chen confidava che in un contesto del genere Cina e Stati Uniti potessero arrivare a una costruttiva partnership strategica. Numerosi articoli contemporanei a quello di Chen Qimao sono sulla stessa lunghezza d’onda.
Negli ultimi anni, sembra che gli studiosi cinesi si siano convinti che la creazione di un mondo realmente multipolare, con il conseguente indebolimento della supremazia americana, è lungi dal divenire. Gli analisti cinesi ora riconoscono che il loro Paese non può sfidare (e non sfiderà) il predominio americano nel prossimo futuro. Per esempio, Zhao Huasheng afferma che, vista la supremazia americana in campo militare, economico e tecnologico, la configurazione della struttura mondiale del potere è seriamente sbilanciata e che l’inferiorità della Repubblica popolare nelle capacità di proiezione militare e negli armamenti nucleari strategici determina una netta inferiorità strategica della Cina rispetto agli Stati Uniti. Wang Jisi, uno studioso dell’Accademia delle scienze sociali di Pechino, conferma che agli studiosi cinesi sono oggi forse più chiare che in passato le dimensioni del gap che separa la Repubblica popolare dagli Stati Uniti e i limiti delle capacità di proiezione all’estero della potenza cinese. La politica più coerente con un tale obiettivo è «evitare confronti diretti con gli Usa».
La Cina deve sfruttare tale contesto non per inseguire velleità di egocentrismo imperiale fuori luogo, bensì per dimostrarsi una potenza affidabile e collaborativa, integrata nel sistema internazionale. Di qui una partecipazione più attiva all’Onu, con un maggior coinvolgimento nelle operazioni di peacekeeping (a Timor Est e in Congo, per esempio) e il sostegno ad alcune risoluzioni del Consiglio di sicurezza adottate in osservanza al capitolo VII. Per le stesse ragioni si è recentemente notato da parte di Pechino un impegno più convinto nella cooperazione alla lotta contro la proliferazione delle armi di distruzione di massa e un sensibile mutamento dell’atteggiamento nei confronti della Nato: dopo la massima distanza segnata dalla guerra in Kosovo, negli ultimi anni le critiche all’Alleanza tra le maggiori potenze occidentali si sono attenuate, mentre hanno avuto inizio i primi, timidi contatti politici. In questa ottica può essere letto pure l’inedito protagonismo cinese in occasione del vertice Wto di Cancùn.

La politica regionale della Cina può essere interpretata secondo la medesima chiave di lettura. Dimostrando il proprio interesse alla preservazione della sicurezza regionale e la propria disposizione alla cooperazione piuttosto che all’aggressività, la Cina spera di venire percepita dagli altri attori regionali come un interlocutore piuttosto che come una potenziale minaccia. In pratica, Pechino sembra puntare sul soft power, piuttosto che sull’hard power. La Repubblica popolare sta dunque facendo di tutto per allentare quanto più possibile le tensioni con i Paesi vicini: ha definito i confini, prima contestati, con Kazakhstan, Kyrgyzstan, Laos, Russia, Tajikistan e Vietnam. Sta affrontando la stessa questione con l’India.
Pur continuando a reclamare le isole Senkaku, Paracel e Spratly, ha inoltre evitato che tali rivendicazioni incidessero negativamente sui più generali rapporti bilaterali con le controparti coinvolte nelle differenti dispute. Per questo ha tra l’altro aderito all’Asean plus 3 e al Trattato di amicizia e cooperazione (Tac) tra i Paesi del Sud-Est asiatico.

Dal canto loro, gli Stati Uniti sembrano continuare ad appoggiare l’integrazione di Pechino nell’economia internazionale, ponendo così le premesse a una possibile ascesa della Cina al rango di potenziale egemone regionale, ma allora come dobbiamo considerare i rapporti in Asia orientale, in primis tra Cina e Giappone, ma anche tra la Cina e i Paesi Asean, che al momento sperimentano nei confronti della Cina competizione economica piuttosto che interdipendenza? Se i rapporti si approfondiranno seguendo il sentiero di crescente interdipendenza che sta percorrendo Taiwan, verosimilmente vedremo la sensibilità delle economie dei partner alle dinamiche dell’economia cinese trasformarsi in dipendenza e dunque in vulnerabilità, almeno parzialmente. Quello cinese, infatti, potrebbe divenire un mercato di sbocco non del tutto sostituibile per i Paesi della regione. Questa interdipendenza asimmetrica a vantaggio della Cina contribuirebbe all’espansione dell’influenza cinese sull’Asia orientale. La potenziale egemonia regionale della Cina deve però fare i conti, oltre che con Washington, con il ruolo di Tokyo nella regione asiatica. Dopo un passato assai difficile e conflittuale, le relazioni sino-giapponesi si siano avviate a una proficua collaborazione. Sul piano diplomatico, il riconoscimento delle responsabilità giapponesi nelle guerre sino-nipponiche e la promessa del pagamento dei danni di guerra, subiti dai cinesi negli anni Quaranta, durante la visita a Pechino del primo ministro giapponese Obuki, nel luglio 1999, hanno riaperto il dialogo tra Cina e Giappone. Pechino teme però che il Giappone voglia riacquistare un ruolo di potenza militare nella regione asiatica e guarda con sospetto ogni passo giapponese sulla strada del riarmo. La novità principale dell’incontro a Washington del 19 febbraio 2005, tra Nobutaka Machimura e Yoshinori Ono, rispettivamente ministro degli Esteri e capo dell’Agenzia per la difesa del Giappone, con Donald Rumsfeld e Condoleeza Rice, è stata l’inclusione esplicita nella dichiarazione congiunta finale, della risoluzione pacifica della questione di Taiwan tra gli obiettivi strategici comuni. Il Giappone sta quindi rendendo sempre più chiaro che continuerà a essere alleato strategico degli Stati Uniti e che rafforzerà le proprie capacità militari.
 

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