I funzionari dei servizi d’intelligence, per la maggior parte poco entusiasti dell’istituzione della nuova carica di Director of national intelligence (direttore dell’Intelligence nazionale), speravano che l’incarico venisse almeno assegnato ad un professionista. Quando fu fatto il nome di Robert Gates, attuale presidente della Texas A&M university e direttore della Cia dal 1991 al 1993, quale principale candidato, vi fu un gran sollievo. Gates sa cosa significa produrre notizie d’intelligence, dalla fase di raccolta a quelle d’analisi e restituzione e sarebbe stato un valoroso difensore della categoria, elogiandone il prodotto e lottando per ottenere un bilancio più cospicuo.
Invece, l’incarico fu poi dato a John Negroponte, quindi non ad un produttore d’informazioni d’intelligence, bensì ad un semplice consumatore di informazioni riservate nelle sue precedenti esperienze in veste di diplomatico e decisore.
Ed è proprio la persona adatta a ricoprire questa carica: un consumatore che chiederà informazioni migliori, anziché trovare scuse a giustificazione dell’incapacità di produrne, e che propugnerà un utilizzo più efficace delle risorse economiche disponibili invece di reclamare stanziamenti più ingenti. I funzionari statunitensi, a partire dal presidente, si lamentano, alzando a volte la voce, della qualità dei nostri servizi d’intelligence. Ora, almeno uno dei loro si trova all’interno e al di sopra dei quindici diversi organismi d’intelligence esistenti.
È stato necessario l’11 settembre 2001 perché ciò accadesse. Si sa: la vittoria non insegna nulla. Basti pensare a come, in seguito alla vittoria in Afghanistan, in Iraq sia stato inviato un numero insufficiente di soldati. La sconfitta, invece, è un’insegnante validissima. E l’11 settembre ha rappresentato una grave sconfitta per i servizi d’intelligence, come è oggi ampiamente dimostrato dai resoconti resi pubblici.
Allora, gli Stati Uniti spendevano circa quattro miliardi di dollari l’anno per le organizzazioni operanti nel settore dell’intelligence - molto più di quanto spendessero tutti gli altri Paesi del mondo messi insieme - ma molto meno dell’uno per cento delle risorse suddette era destinato all’individuazione ed alla sorveglianza dei terroristi di ogni sorta.
Quindi, il primo quesito che l’ambasciatore John Negroponte, direttore dell’Intelligence nazionale di recente nomina, vorrà forse porre è: come viene utilizzato il restante 99 per cento del budget? Non che il terrorismo necessiti di tutto quel denaro, ma spendere eccessivamente in questioni correlate agli strascichi della Guerra fredda - quali satelliti ancor più costosi da contrapporre a tecniche di fotografia aerea più efficaci, oppure intercettazioni massicce delle comunicazioni militari in contrapposizione ad intercettazioni telefoniche più mirate - distoglie l’attenzione dalle necessità attuali, oltre a contribuire all’aumento del deficit federale.
Abbiamo capito che anche quell’uno per cento, o addirittura meno, veniva comunque speso inutilmente in ragione della carenza di competenze essenziali, basilari ed in alcun modo oscure, quali, ad esempio, la conoscenza di dialetti arabi molto diffusi e di agevole apprendimento, per non parlare di aspetti più complessi quale la sofisticatezza culturale necessaria ad operare un’attenta distinzione tra le correnti del salafismo militante ed i fiumi di fondamentalismo che solcano l’oceano dell’Islam. La causa primaria non è un mistero: nessuna istituzione americana che necessiti di capacità intellettuali può operare efficacemente se priva di un’alta percentuale di diplomati presso le più famose università statunitensi appartenenti alla Ivy league, un tempo sempre presenti e non solo nella Cia, e poi diventati sempre più rari nell’era post Vietnam - in parte perché i diplomati usciti dai college di provincia, i mormoni e simili che ne hanno preso il posto, hanno istituzionalizzato la mediocrità. Hanno trovato il modo di respingere i rari candidati della Ivy league (tra cui una donna con un Phd che parla due lingue rare ed importanti, un ex marito ed un’amante, giudicati immorali dai valutatori mormoni quando invece lei era amorale).
Gli individui brillanti acquisiscono competenze rapidamente, comprese quelle linguistiche o, almeno, si circondano dei migliori esperti esistenti. I mediocri non riescono a fare né l’una né l’altra cosa. È significativo come, a seguito dell’11 settembre 2001, il Direttore della Cia, George Tenet, abbia inviato gli addetti al reclutamento a Yale e nel resto delle università appartenenti alla Ivy league per la prima volta dopo anni, mentre il suo successore, Porter Goss (Yale, ’60) sembra determinato ad effettuare numerosi licenziamenti e reclutare, sappiamo dove, soprattutto persone che sembrano corrispondere a determinati requisiti. John Negroponte, che non si è diplomato in un college di provincia dallo scarso prestigio e parla egli stesso diverse lingue, deve solo assicurarsi che il processo sia sufficientemente drastico.
La terza scoperta compiuta, dopo l’11 settembre, è costituita dall’aver compreso come persino le nostre organizzazioni d’intelligence più inavvedute, insieme ad un Fbi ossessivamente concentrato sull’individuazione di laboratori di metanfetamine (il vecchio sogno di assorbire la Dea), avessero raccolto spizzichi e bocconi d’informazioni che avrebbero potuto portare a scoprire il complotto, se soltanto fossero stati correlati gli uni agli altri da un analista competente. Invece, sono rimasti sparpagliati nelle diverse agenzie d’intelligence che, per gelosia, o per la maggior parte soltanto per noncuranza, non hanno attivato alcuna comunicazione reciproca. Si deve ammettere che esistono difficoltà oggettive in grado di fiaccare sia la buona volontà che la competenza. Le informazioni provengono dalle fonti - relazioni, segnalazioni, foto, intercettazioni e così via - ma è necessario dividerle per ambiti. Tutto dipende, quindi, dalla fusione cooperativa di informazioni su argomenti che, col senno di poi, si rivelino importanti. Nel caso in questione, l’analisi condotta a posteriori sull’11 settembre, ha evidenziato il divario esistente tra l’idea di una «comunità» d’intelligence e la realtà dei diversi organi esistenti, raramente in competizione - contrariamente alle leggende - essenzialmente perché si sono completamente ignorati a vicenda. Sono seguiti molti e validi suggerimenti, alcuni dei quali sono poi stati messi in pratica.
Quindi, la seconda domanda che John Negroponte desidererà porre è: quali prove esistono che vi sia stato un reale miglioramento in termini di coordinamento? Certo, oggi abbiamo accordi di coordinamento più efficaci, ma ciò non significa nulla: molte coppie sposate riescono a non comunicare pur dividendo lo stesso letto. Il nuovo zar dell’intelligence potrebbe avere bisogno di una sua emanazione che metta alla prova il sistema, ripercorrendo a ritroso le conoscenze acquisite al fine di verificare se i diversi pezzi del puzzle raccolti siano stati messi insieme nella maniera esatta e chiedendo miglioramenti ove necessario.
A questo punto, John Negroponte dovrà far fronte alla principale difficoltà: la mancanza di fonti utili in un numero troppo elevato di ambiti che non presentano sufficienti esternalità fotografabili, non generano sufficienti comunicazioni o emanazioni intercettabili, non sono sufficientemente pubblici perché si possano effettuare ricerche tramite sistemi noti ai più, quale internet, e restano oscuri anche allo sguardo acuto di diplomatici e semi-diplomatici della Cia. I movimenti terroristici appartengono a questa categoria, così come le intenzioni della Cina nei confronti di Taiwan, i programmi nucleari iraniani e simili. Soltanto lo spionaggio può andare a segno, reclutando in qualità di agenti persone che già occupino determinate posizioni, infiltrando degli agenti reclutati in loco o tramite l’infiltrazione diretta di funzionari della Cia: lo spionaggio caricaturizzato dalla letteratura romanzesca e nei film. Poiché per più di mezzo secolo è stato impossibile utilizzarlo contro l’Unione sovietica, la Cia ha fatto proprio un teorema dell’impossibilità assolutamente infondato. Al Qaeda e le organizzazioni consociate non hanno altra scelta che accogliere e dare fiducia agli entusiasti di qualsiasi estrazione, compresi individui convertitisi di recente all’Islam. Secondo alcune informazioni raccolte dopo l’11 settembre, diversi anni dopo l’acquisizione di notorietà da parte di Al Qaeda tramite l’uccisione di cittadini americani, la Cia non aveva ancora reclutato alcun agente in seno all’organizzazione, non era riuscita ad inserirvi alcun agente locale e non aveva neppure cercato di infiltrarvi i propri. Il teorema dell’impossibilità ha avuto una tale presa che la Cia ha abbandonato l’idea, giudicandola peregrina, anche quando Al Qaeda era ancora in Afghanistan e giovani adolescenti americani di ogni risma ed ex carcerati francesi riuscivano agevolmente ad entrarvi. La vita all’interno dell’organizzazione sarebbe stata dura, ma non più pericolosa di quanto non sia fare il turno di notte nei quasi 100mila punti vendita americani aperti. Inoltre, dai rapporti resi pubblici è emerso, nel 2003, che all’interno del governo iracheno non era stato piazzato alcun agente americano dei tre tipi summenzionati, a tredici anni dall’invasione del Kuwait da parte irachena, che aveva portato il Paese all’attenzione dei servizi statunitensi e a dieci anni dalla costituzione di una base d’intelligence nel Kurdistan libero, da cui era possibile raggiungere Baghdad in taxi quasi incontrollati. La brutale verità è che i funzionari responsabili di quello che amano definire «humint» hanno fatto poco il loro dovere e lo hanno fatto anche male.
Il solo fatto che siano necessari anni per riorganizzare le attività di reclutamento, addestramento ed acquisire esperienza in materia di competenze spionistiche non significa che Negroponte non debba chiedere la massima urgenza, senza tollerare alcuna illusione di adeguatezza. Secondo alcuni, Negroponte non riuscirà nel suo intento perché troppo potente. Egli cercherà di dominare tutti gli organi d’intelligence - compresi quelli del Pentagono - invece di coordinarne e condurne le attività. Altri nutrono il timore inverso, e cioè che Negroponte sia troppo debole per resistere all’autoritario Donald Rumsfeld. I due timori suddetti potrebbero addirittura inverarsi simultaneamente ove Negroponte, vessato da Rumsfeld, decida a sua volta di vessare gli altri.
Tutto è possibile, ma nulla nel passato di Negroponte lascia pensare che egli possa ricoprire alcuno dei due ruoli. Altri temono che Negroponte possa non farcela perché non ha mai gestito nulla di dimensioni più cospicue di una cancelleria diplomatica. Forse è vero, ma la mega-missione di Baghdad ha proporzioni maggiori rispetto al suo stesso staff, mentre centinaia di persone si occuperanno per lui delle attività gestionali, compresi i dirigenti di Cia, Nsa, Nro e così via. Ma aspettatevi scintille in ogni caso, perché a Washington la sola cosa più difficile dell’abolizione di una carica governativa inutile è costituita dall’istituzione di una carica che funzioni.
(Traduzione di Valentina Maiolini)