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Dove andrà il nuovo Medioriente

RISK
di Valeria Fiorani Piacentini
risk n.6 - Febbraio - Maggio 2005

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risk6
La saggezza della sostanza aldilà della forma. Oggi - e, in particolare, dopo l’11 settembre - il Golfo è qualcosa di più che una regione liquida dalla centralità energetica. Il Golfo è crocevia e nodo-snodo di più continenti, e degli interessi che muovono le linee politiche individuali a seconda delle individuali percezioni in termini di sicurezza e priorità nazionali. Queste sono state a loro volta riformulate tenendo presente l’instabilità del post-bipolarismo e le regole pragmatiche della nuova realtà «globale».
La geo-politica del Golfo è una sintesi delle difficoltà tecniche della Repubblica islamica dell’Iran, del potere economico-finanziario del mondo arabo (islamico e non) che vi converge, della nuova dimensione regionale della Turchia, e - last but not least - dell’azione militare degli Stati Uniti e delle attività della diplomazia europea.
Il Golfo è una regione di «convergenze» strategiche e politiche. È una regione la cui «sicurezza» e stabilità costituiscono l’interesse primario di tutti gli attori regionali e non regionali. È «un lago di opportunità» - come si esprime il pensiero strategico iraniano; è «un lago dove le conflittualità si compongono in una sfera di sicurezza umana, economica ed energetica» - come si esprime il pensiero strategico arabo. Non vi è dubbio che è un nodo-snodo dove accordi bilaterali e multilaterali, negoziati e intese (anche non formalizzate) hanno costruito una rete di collaborazioni e una griglia di «amicizie», che - all’alba di questo terzo millennio e sull’incalzare di un turnover internazionale - sembrano strutturarsi e convergere nel consolidamento di una stabilizzazione regionale rather than in a sphere of conflict and confrontation. Di questa griglia-sistema di amicizie, due partner attirano l’attenzione e si impongono; si tratta del partner iraniano lungo la sponda di Nord-Est e oltre, e del partner arabo lungo la ampia fascia di Nord-Ovest fino allo stretto di Hormuz e oltre. Costituiscono due interlocutori dai quali senza dubbio non si può prescindere, ma, al tempo stesso, rappresentano due realtà ben distinte e due modelli politico-istituzionali e sociali fra loro profondamente diversi e divergenti. Nei secoli passati fino a un presente molto recente, pur convenendo che era comune interesse una stabilità regionale, le divergenze sorgevano se questo sistema di stabilità dovesse configurarsi come sistema a primato arabo o sistema a primato iraniano. La Conferenza dei Paesi islamici o la Lega araba? Una equazione di difficile soluzione, che ha visto in più di un’occasione la componente iraniana contrapporsi anche con le armi alla componente araba.
A prima vista, non si può non richiamarsi alle eterne rivalità fra queste due sponde del Golfo e alle questioni anche giuridico internazionali che problemi di «toponomastica» non hanno mancato di sollevare e continuano ad alimentare: Golfo persico o Golfo arabico? Pgcc o Gcc? Il contenzioso delle due isole Musa e di Tunb non è ancora risolto. L’esportazione di rivoluzione da parte della Tehran khomeinista è un fattore che ha profondamente inquietato non soltanto le leadership arabe del Golfo, un fenomeno che non sembrerebbe concluso. Il contenzioso sul nucleare (the iranian proliferation challenge anzitutto, ma anche - e subito dopo - israeliano, pakistano, indiano, cinese, coreano) continua ad animare i dibattiti culturali e politico-strategici sia iraniani che arabi. Si tratta solo di alcuni fra i molteplici punti di contrapposizione, che hanno visto coinvolti non soltanto i diretti interessati, ma tutta la comunità mondiale, i think tanks e policy makers più autorevoli.
Tuttavia, la definitiva liquidazione dell’Iraq di Saddam Hussein, le varie tappe elettorali svoltesi convulsamente nell’area islamica del cosiddetto Grande Medio Oriente, le nuove intese fra Paesi confinanti per una composizione nel post-Arafat dello stato di crisi mediorientale (non ultimo l’incontro di Sharm el-Sheikh che ha visto comprimari il leader egiziano Hosni Mubarak e il capo dell’intelligence egiziana Omar Suleiman, il re di Giordania Abdullah II, il presidente dell’Anp Abu Mazen, e il premier di Israele Ariel Sharon), e - sopra a tutto - l’inaugurazione del Bush II hanno riposto sul tappeto anche la questione del Golfo. Si tratta di un’appendice tutt’altro che secondaria, data la crescente centralità strategica di questa regione. Non vi è dubbio che termini e rapporti di forza sono drasticamente cambiati e continuano ad evolvere verso nuove equazioni di potere. Si tratta di ragioni che hanno messo a nudo le debolezze sistemico-strutturali dei contendenti regionali, spingendoli ad accettare compromessi in nome di nuove priorità, e, con queste, si è avviata una revisione delle rispettive tattiche - ossia calma e stabilità - in vista di una strategia di più ampio respiro, che, al di là di conclamate aspirazioni democratiche, sembra peraltro essere quella della stabilità interna.
Dalla valutazione dei costi e benefici su scala sia regionale che internazionale, Tehran e Abu Dhabi - ormai affermatosi come secondo polo strategico regionale - hanno operato una decisa sterzata alla ricerca di una convergenza reale, che crei stabilità non soltanto de jure ma anche di fatto. Si tratta di realizzare un regime nuovo, ormai percepito come vitale, al fine di consentire su entrambe le sponde del Golfo quella stabilità politica interna, pragmatica premessa indispensabile a ogni forma di progresso verso la sicurezza umana ed economica. E sia Tehran e relativo establishment - qualunque sia il risultato delle votazioni del giugno 2005 - sia Abu Dhabi e relativo nuovo establishment - dopo l’accuratamente calibrata regia della successione di Sheikh Zayed Al Nahyan, e nel più ampio contesto del Gcc - non mancano di realismo e, soprattutto, di pragmatismo.
Di questa accelerata evoluzione sono oggi espressione inequivocabile i fori istituzionali di Tehran e Abu Dhabi. Le rispettive «conferenze internazionali» «simposi» workshop e pubblicazioni rendono con estrema chiarezza la percezione della necessità e della urgenza di arrivare a un nuovo sistema di stabilità regionale nell’area del Golfo.
Oggi, la percezione in termini di «minacce» e di «rischi» non manca per tutti i vari soggetti regionali di forti analogie. I punti principali di convergenza possono essere riassunti per linee molto schematiche in: a) Wmd e proliferazione delle armi Nbc; b) traffici illeciti e annessi abusi umani; c) terrorismo; d) altri crimini organizzati, quali droga e narco-traffico, traffico di armi; flussi finanziari di varia origine e natura, ecc.; e) l’instabilità interna di molti Stati regionali - cattiva governance e corruzione; f) minacce asimmetriche; g) minacce potenziali di altra natura o altre forme di conflittualità, quali nuove ondate di immigrazioni dall’esterno (o di emigrazioni delle proprie risorse umane, per i Gcc), riacutizzarsi di rivalità inter-etniche e/o inter-tribali, separatismi e/o autonomismi a base etnico-razziale, o - viceversa - esplosioni di nuovi ultra-nazionalismi, ecc.; h) disordini e destabilizzazione causata da insorgenze a carattere settario (ad esempio, i Mek in Iran, o nuove-vecchie formazioni della jihad islamica), forme di fondamentalismi religiosi e militanze armate in nome di nuovi modelli di statualità, sia che si reclamino modelli statuali «secolari» sia che si vogliano proporre nuove leadership a carattere religioso «ortodosso» e non legate agli interessi e al potere straniero; i) il cosiddetto Bush II, e la proclamazione di nuovi rogue states e nuovi interventi militari - unanimemente accolti con preoccupazione e percepiti come fonte di nuove conflittualità e destabilizzazione. Sempre molto schematicamente ne consegue che, in questo contesto, il partner arabo (a) preso atto che la situazione globale sta evolvendo a ritmi incalzanti, e molte sono le incertezze del sistema internazionale, (b) pur riconoscendo di avere la possibilità di giocare entro margini di autonomia grazie alla propria superiorità energetica e alla propria evoluzione verso forme di economia post-oil and gas, (c) pur accelerando i programmi di formazione (education) di risorse umane locali onde evitare pericolose forme di dipendenza nei confronti della popolazione residente non-national, i cosiddetti expatriates (nel 1997, ancora circa il 60-70% delle forze-lavoro), (d) preso inoltre realisticamente atto che parlare di un «esercito nazionale» - struttura militare orizzontale che possa difendere ordine e stabilità interni è non soltanto prematuro ma del tutto irrealistico (l’organizzazione non va oltre l’addestramento di corpi nazionali di polizia), dunque - preso atto di quanto precede, e sempre per grandi schemi - il pensiero politico arabo ha enucleato una dottrina impostata su tre punti cardine:1) ogni sistema di ordine, stabilità, sicurezza regionale non può avere luogo se non sotto la suprema egida militare statunitense (attore di peace making) e con forte sostegno «culturale» britannico; (2) la suprema egida militare globale statunitense non può interferire con la stabilità politica interna dei singoli Stati; (3) esiste, però, un altro partner, ossia l’Unione Europea, che può avere il ruolo di partner commerciale privilegiato e, al tempo stesso, può controbilanciare la supremazia militare e tecnologica statunitense come attore di peace keeping.
Ne sono conseguite - a loro volta - due linee politiche ben precise: (a) da un lato, una intensa collaborazione militare con gli Stati Uniti, cui sono state concesse basi e facilitazioni lungo tutte le coste della penisola Arabica. (b) Per converso, si è avuto un rafforzamento dei sistemi tradizionali di potere e dei relativi meccanismi. In altri termini, le dinamiche della rappresentatività tradizionale per fasce sociali sono state ripristinate con logica e rigore «sciaraitico» onde i) non rinfocolare nazionalismi o settarismi a carattere religioso, ii) cooptare al potere tutte le fasce del sociale, anche quelle demograficamente minoritarie o socialmente irrilevanti, iii) recuperare al potere le solidarietà tribali, che ancora giocano un ruolo fondamentale nella gestione del potere e relative balances anche in contesti urbani e urbanizzati, iv) recuperare al potere politico e alla sua gestione quelle fasce di opposizioni che da questo potere e relativi privilegi erano state escluse.
Una siffatta dottrina non poteva prescindere da una qualche forma di intesa e collusione con la sponda iraniana - le cui dottrine khomeiniste continuano ad esercitare un forte fascino sulla popolazione araba e non araba sciita della penisola. Le attrattive economiche del Golfo (lake of challenges and opportunities) sono stata l’arma eccellente che ha operato il grande riavvicinamento aldilà delle pre-esistenti simpatie saudite e antipatie statunitensi.
Non vi è dubbio che, nel contesto del Bush II, il partner iraniano - riconfermato rogue state e messo alla sbarra per i suoi programmi nucleari - si trova in una situazione nettamente discriminata rispetto a larga parte del mondo arabo del Golfo. Dopo una prima decisa scivolata verso l’Arabia Saudita in occasione della presidenza iraniana della Conferenza dei Paesi islamici, Tehran è ripiegato su posizioni più mediate e meno estreme, un primo autorevole passo per porre in atto una politica di «ricucitura» degli strappi e una diplomazia a più canali paralleli. Si moltiplicano le «ricerche culturali». Vi è un gran fervore di riscoperta delle origini della iranicità e della tradizione preislamica come parte integrante dell’animus culturale iranico, che si esprime in una grande tensione intellettuale di analisi e ricerca nell’ambito degli studi filosofici (prevalenza di Aristotele e dell’Aristotelismo - razionalità versus misticismo), con risultati di eccellenza sia artistico-speculativi che archeologici. Con evidenti implicazioni di carattere politico interno. La ricerca teologico-filosofica include il giuridico, ove è apprezzabile un grande sforzo elaborativo da parte della giurisprudenza per adeguarsi sciaraiticamente ai tempi della modernità e post-modernità2. Rivolgendo lo sguardo al Golfo, vi è un gran fervore di sforzi per conoscere le origini etniche e la storia delle comunità sciite e sunnite delle coste sia in Persia che nei Paesi arabi del Golfo, legami familiari, regni, imperi mercantili del passato.
Ma al di là della dimensione culturale, prevale ancora una volta il pragmatismo politico di una classe politica che si è formata pragmaticamente, scampando agli eccidi di una rivoluzione, vivendo sulla propria pelle i massacri del conflitto Iran-Iraq degli anni Ottanta del secolo scorso, sperimentando i disagi di una economia di guerra e della ricostruzione post-bellica…senza gli aiuti del piano Marshall. Si tratta di una classe politica che ha avuto come modelli di statualità e politicità solo modelli auto-referenziali. Si tratta di una classe politica relativamente giovane, che, oggi, sta rielaborando modelli culturali (filosofici, giuridico-teologici) propri per conciliare la modernità con sistemi tradizionali di governance. Si tratta di una classe politica che si impegna a fondo per evitare quegli strappi sociali che una eccessiva divaricazione del sapere può determinare, con esiti imprevedibili e spesso sanguinosi. Questo sforzo implica una riformulazione della dimensione del sociale, nuovi parametri di giustizia sociale e diritti umani. Ciò implica a sua volta la necessità di conciliare il cammino inarrestabile della tecnologia con i cambiamenti che la rivoluzione tecnologica sta introducendo nel sociale. Questo implica una revisione continua di parametri (giuridico-teologici) ed equazioni di diritto (islamico, ovviamente). Questo implica un riformismo che è da un lato conservatore (il distacco dal «religioso» ha rivelato anche nel mondo iranico i propri limiti realistici di azione) ma, al tempo stesso, innovatore e tecnologico (modello cinese?).
Nella attualità di questi primi anni del terzo millennio, i parametri occidentali di riformismo e conservatorismo si confondono e si invertono completamente nel mondo culturale iranico. Sembra un paradosso, ma è una interessante chiave di lettura in vista delle elezioni presidenziali del 2005: i conservatori oggi - esclusi dal potere politico per oltre due mandati presidenziali - si propongono come riformatori duttili sia nel campo del sociale sia in quello della economia; e poiché l’interesse pubblico prevale su quello del singolo (la grande forza conferita all’esteslah, ossia l’utile della società), ne consegue a livello internazionale la disponibilità a una riapertura del dialogo con gli Stati Uniti, un dialogo che abbia luogo per i canali e nei fori istituzionali (un dialogo informale non è venuto mai meno). Uno dei nodi cruciali della contesa interna resta l’economico, l’inevitabile riforma che siglerebbe l’uscita definitiva da un’economia di guerra: si tratta del fatidico articolo 44 della Carta Costituzionale della Repubblica islamica dell’Iran.
Stabilità interna, per l’Iran come per i Paesi arabi, vuol pertanto dire introdurre riforme e/o rafforzare dinamiche, che - senza sradicare le rispettive popolazioni e comunità dai rispettivi tradizionali modelli di statualità - legittimino l’autorità e i poteri di cui questa dispone, recuperando consenso e cooptando al potere politico fasce sociali sempre più rappresentative. In altri termini, per entrambi i partner si tratta di «verniciare» di democrazia e libertà le istituzioni tradizionali.
In questo senso, e in questa direzione, non mancano le convergenze fra sponda iraniana e sponda araba del Golfo. E anche la percezione in termini di rischi e minacce si fa sempre più vicina3.
Restano ovviamente gli slogan d’obbligo: Persian Gulf - Pgcc, ma il lessico è ammorbidito e il pragmatismo di Tehran indulge e chiude un occhio con condiscendenza, al di là di quelle che sono le forme ufficiali e, soprattutto, la stampa nazionale (di governo e di opposizione, in lingua inglese e in lingua persiana). Da parte loro, gli arabi non rispolverano il contenzioso delle due Musa e di Tunb, se non per problemi di opinione pubblica interna. Al-Jazirah discrimina Al-Arabiyyah, e viceversa; la seconda è più seguita nel Golfo, è più moderata, non indulge a eccessi, non esalta estremismi e fanatismi, informa. Per entrambi i partner, terrorismo implica destabilizzazione interna. Gli organi di stampa ufficiali in lingua persiana, Kaihan e Ettela‘at soprattutto, e quelli di opposizione sono seguiti su entrambe le sponde; informano, alle soglie del terzo millennio non sobillano più. I fogli in lingua inglese pubblicati a Tehran (Tehran News, ad esempio) sono considerati materiale buono per i diplomatici occidentali; non influiscono sull’opinione pubblica interna, e - d’altronde - divergono profondamente dalla corrispondente testata in lingua persiana. Non è pertanto una coincidenza se i traffici fra le due sponde sono ripresi con estremo vigore: l’antica mobilità di uomini, merci…e capitali, la via della seta.
Dalla valutazione dei costi e benefici su scala regionale, Tehran ha tratto le buone ragioni per un proprio assenso all’indebolimento della «mezzaluna sciita» che sembra unire Gaza, Beirut, Damasco, Sadr City e Tehran. E forse ciò ha anche influito sull’«assenso» degli Hezbollah al periodo di cosiddetta calma in Palestina1. Anche nel caso di questi ultimi viene applicato il gioco e l’ideologico del «recupero al potere politico».
Nel Golfo quindi, è rifiorito il sistema tradizionale di una società del mare e proiettata sul mare. I primi anni di questo millennio hanno potuto documentare un ammorbidimento per quanto riguarda l’esportazione di propaganda khomeinista; il furore rivoluzionario di Tehran - non più furore - ha abbandonato le comunità sciite della Penisola araba alle proprie grievances e a vedersela con i propri sheikh. Ma il nuovo benessere ha spuntato parecchie rivendicazioni sull’una e sull’altra costa, lasciando ampi spazi a proficui commerci trans-frontalieri, trans-oceanici e trans-continentali; cambiano le merci e - forse - anche i grandi mercanti e relativi capitali, ma le tradizionali strutture di potere e relativi equilibri hanno recuperato in pieno le antiche logiche. E queste funzionano nel rifiorire dei petty trades e nell’affluire di una nuova ricchezza «a pioggia», che non è fatta né di oil né di gas, la quale non sfugge ancora al controllo dei vari poteri centrali.
Anche il tema del nucleare, che impegna duramente Tehran e i vari attori internazionali che intervengono, non è percepito dagli arabi come minaccia diretta, non più di quanto sia percepito il nucleare di Israele (che ha forte presa sulla opinione pubblica) o quello pakistano e indiano. Più complesse sono le ragioni di Tehran, e il sistema di intese e alleanze di Tehran, che oggi vede la Russia e l’Ue come partner eccellenti. Né potrebbe essere diversamente, dati i pessimi rapporti con gli Stati Uniti. Ma per quanto riguarda il Golfo, non vi è dubbio che questa regione continua ad avere una netta priorità geopolitica e geostrategica rispetto alla regione centro-asiatica o medio-orientale. Queste due ultime sembrano più che altro costituire due strumenti tattici in funzione del Golfo. E la stabilità del Golfo si può forse leggere come uno strumento tattico in funzione della stabilità interna iraniana. Quest’ultima è oggi - alla vigilia delle elezioni presidenziali - la priorità reale anche di Tehran.


Note

1 Oggi l’articolo 76 della Costituzione egiziana prevede che il Parlamento nomini un candidato unico, sul quale viene indetto un referendum consultivo attraverso il quale il popolo può esprimere il proprio accordo.
2 Eccellono in questa direzione personalità quali l’Ayatollah Javadi ‘Ameli di Qom, e istituzioni legate al settore della «giustizia» e al ministero della Giustizia (Wazarat-e Dadgastari). Nell’inscindibile, intimo legame fra teologico e giuridico, sembra di potere percepire una diffusa presa d’atto di un crescente gap fra Islam ufficiale e Islam popolare (quest’ultimo fortemente intriso di sufismo, misticismo ed elementi appartenenti alla tradizione iraniana pre-islamica); le nuove correnti di pensiero sembrano mirare a ridimensionare questa divaricazione attraverso strumenti che operino nella legalità teologico-giuridica dell’Islam sciita duodecimano iraniano. Ciò implica profondi riflessi nella sfera del politico, verosimilmente destinati ad emergere con le votazioni presidenziali del 2005.
3 Il percorso di questa linea politica è nettamente percepibile attraverso le International Conference on the Persian Gulf – giunte nel 1-2 marzo 2005 alla loro 15° edizione. Abstracts e papers sono regolarmente pubblicati dal Center for Persian Gulf and Middle East dell’Institute for Political and International Studies a Tehran. Non meno significativi sono gli studi e le analisi di studiosi e analisti iraniani nel The Iranian Journal of International Affaire (IPIS - Tehran), e in altri organi ufficiali del governo iraniano.
 

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