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Potranno mai chiamare “amico” l’americano?

RISK
di Stefano Silvestri
risk n.6 - Febbraio - Maggio 2005

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Un recente dibattito condotto dalla Bbc, nel quadro dei cosiddetti Doha Debates, ha visto alcuni intellettuali arabi di diverse sponde politiche confrontarsi sul tema se il presidente Bush avesse o meno aperto la via della democrazia in Medio Oriente. Alla fine del dibattito, gli spettatori erano invitati a votare e una platea a grande maggioranza araba e moderata ha deciso a stragrande maggioranza (oltre il 70%) che una tale affermazione era falsa.
A sorprendere, tuttavia, non è stato il risultato quanto il fatto che nessuno, nella sostanza, negava che la questione di una democratizzazione dei Paesi arabi fosse divenuta di maggiore attualità anche grazie alla politica perseguita da Washington, ma che tutti rifiutavano di accettare che gli Usa potessero o dovessero avere un ruolo motore.
In quegli stessi giorni si svolgeva, sempre a Doha, in Qatar, la quinta edizione di una grande Conferenza voluta da quel governo, sui temi della democratizzazione e il libero commercio. Il Qatar è uno dei pochi Paesi dell’area che sta effettivamente perseguendo un processo di democratizzazione: ha concesso il diritto di voto alle donne, ha già svolto una consultazione elettorale municipale e si appresta ora a tenere le sue prime elezioni parlamentari. Questo Paese è anche uno dei più sicuri alleati degli Stati Uniti, di cui ospita un’importante base militare. Eppure quella stessa problematica non faceva che affiorare: la democrazia non può essere esportata, ogni cultura elabora il suo modello di società politica; molte libertà formali possono rivelarsi trappole politiche e risultare controproducenti; la democrazia araba deve svolgersi entro le linee guida stabilite dal Corano e dalla tradizione religiosa; e così via.
Il contributo più interessante al dibattito (e in qualche modo anche il più frustrante), è quello fornito dagli intellettuali e dai politici arabi, tradizionalmente all’opposizione e interessati alla democratizzazione, ma che si rivelano tra i più scettici. Vi è naturalmente il timore che tutto questo si risolva in una sorta di sceneggiata, una specie di «operazione Gattopardo», volta a dare l’impressione che tutto cambi affinché nulla cambi: e il fatto che a gestire questi mutamenti siano in genere gli stessi governi che sino ad oggi si sono opposti ad essi non aiuta di certo. Resta inoltre una sfiducia generalizzata nella politica americana e nelle sue motivazioni di fondo, e soprattutto il desiderio di non essere etichettati come «filo-americani» da un’opinione pubblica araba che resta largamente contraria a Washington.
Non manca in tutto questo il contributo negativo delle opinioni maturate nel corso di circa cinquant’anni di guerre arabo-israeliane. I governi arabi hanno da sempre alimentato l’ostilità verso lo Stato di Israele, e così hanno fatto anche le principali forze di opposizione. Benché la cosa possa apparire assurda ad un occhio occidentale, anche il processo di democratizzazione deve fare i conti con il perdurare della crisi in Palestina, e la stretta alleanza tra gli Usa ed Israele viene spesso vista come la controprova della sua volontà a perseguire finalità diverse da quelle del progresso del mondo arabo.In altri termini: non si è affermata ancora, nel mondo arabo, la tesi realpolitica (che invece caratterizzò, ad esempio, in Italia, sia il movimento costituzionalista che quello unitario e risorgimentale) grazie alla quale era possibile servirsi di ogni tipo di alleanza per compiere alcuni passi avanti significativi, anche se permanevano alcune divergenze di fondo con gli alleati del momento (pensiamo ad esempio all’alleanza del Piemonte con la Francia e alla questione romana). L’idea che Bush, pur avendo le sue priorità e i suoi interessi, possa essere considerato un alleato dei democratici arabi non è penetrata in quelle società, se non in modo molto indiretto. E questo può avere conseguenze negative.
Da un punto di vista strategico, la sicurezza degli Stati Uniti e dell’Europa dipende dalla loro capacità di ridurre e controllare alcune minacce, da quella del terrorismo internazionale alla proliferazione delle armi di distruzione di massa. Ciò richiede anche un miglior controllo di altre «minacce» non militari, quali quelle poste dalla nuova criminalità organizzata e dalla instabilità o crisi di molti Paesi situati in aree di importanza critica.

L’approccio iniziale degli Stati Uniti è stato di tipo militare, condizionato dal grave shock degli attacchi terroristici dell’11 settembre. Il successo ottenuto con relativa facilità in Afghanistan contro il regime dei Talebani, ha confermato e rafforzato questa scelta, che si è però pericolosamente arenata in Iraq.
Oggi, da un punto di vista militare, agli americani sembrano aperte solo «cattive scelte#». Di fronte ad una situazione interna sempre più sanguinosa e intrattabile, malgrado lo svolgimento delle elezioni politiche, essi posso evidentemente rimanere, con gli attuali livelli di forza (ma con una progressiva diminuzione della presenza alleata), possono accrescere drammaticamente il numero dei loro soldati nel Paese, possono tentare di modificare la loro strategia applicando più decise tattiche anti-guerriglia (che però hanno lo svantaggio di accrescere l’ostilità della popolazione locale), possono ridurre le loro forze, riducendo al contempo i loro obiettivi e le loro ambizioni, o infine possono semplicemente ritirarsi del tutto. Tra tutte queste opzioni, la più probabile, in queste ore, sembra la penultima, e cioè una lenta e progressiva riduzione della presenza, cercando di sganciare le truppe americane dai loro attuali compiti di ordine pubblico e controguerriglia, sperando che queste funzioni possano essere assicurate dalle nascenti forze irachene.

Nessuna di queste opzioni però garantisce agli Usa il sicuro raggiungimento dei loro due principali obiettivi strategici: la vittoria sul terrorismo e un migliore controllo del Golfo. Al contrario, la guerra in Iraq ha visto una moltiplicazione degli attentati terroristici, mentre persino al Qaeda, malgrado i duri colpi subiti, sembra aver profittato di questa situazione per riorganizzarsi, stabilire nuove alleanze e fare proseliti. Dal punto di vista geostrategico inoltre, se da un lato gli Usa possono certamente giovarsi di migliori basi militari nel Golfo, dall’altro sono impegnati in una costosa operazione di controguerriglia e stabilizzazione in Iraq, e debbono fare i conti con una complessiva fragilizzazione dei loro alleati tradizionali nell’area. Tutto ciò ha portato a importanti correzioni di rotta, già nel corso dell’anno 2004, volte a ricostruire il consenso internazionale e a ritrovare forme avanzate di cooperazione e solidarietà. La svolta è apparsa particolarmente evidente dopo la rielezione di Bush, particolarmente nei confronti degli alleati europei. Tuttavia essa deve anche fare i conti con il permanere di alcune divergenze di fondo e soprattutto con l’aggravarsi delle problematiche relative alla gestione della crisi irachena ed in genere con il futuro del Medio Oriente.
La risposta americana non è stata priva di interesse. Almeno dal punto di vista geopolitico, l’individuazione di una larga area di crisi e problematiche interconnesse, denominata inizialmente il «Grande Medio Oriente», corrisponde all’esigenza di elaborare una strategia complessiva di largo respiro per affrontare in un’ottica coerente i problemi che inizialmente si era sperato di risolvere in modo isolato e settoriale. Ugualmente interessante è l’individuazione del nodo della «democratizzazione», e cioè della necessaria evoluzione delle società politiche dei Paesi arabi, come chiave di lungo termine per una stabile pacificazione dell’area e per la sconfitta del terrorismo. Il rischio però è che tutto questo si risolva in un eccessivo salto in avanti, incapace di ottenere concreti risultati e quindi anche in un fallimento, da mascherare con un abuso di retorica. Gran parte del problema è nel definire in che cosa realmente debba consistere questo processo di democratizzazione. Esso deve fare i conti con una serie di altre esigenze, insieme collegate, ma anche diverse, che lo complicano e condizionano. È ad esempio evidente che tale processo deve in primo luogo passare per un processo di «modernizzazione» delle società arabe, che già di per sé è carico di difficili problematiche politiche, poiché implica la necessità di un maggiore sviluppo economico e di una progressiva integrazione nel contesto della globalizzazione economica e delle comunicazione, che si scontra con altri processi politici identitari e religiosi molto attivi in tutte quelle società. Per di più, premessa di ogni seria democratizzazione è l’affermazione di un chiaro quadro costituzionale o quantomeno delle regole di base di ogni stato di diritto. Non sono certo le elezioni da sole a fare una democrazia, ma quel complesso di regole e di leggi che consente la convivenza tra maggioranza e opposizione, l’alternanza dei governi e la protezione dei diritti dei singoli cittadini. È questa una tradizione «laica» della democrazia che non è ancora penetrata in profondità nella cultura islamica (malgrado l’esempio positivo, ma comunque problematico, offerto dalla Turchia), neanche in quella più moderata e tollerante. Con ciò non si vuole certo dire che la via verso una vera democrazia debba essere abbandonata, ma solo che essa è probabilmente più lenta e problematica di quanto non richiedono le esigenze strategiche e di sicurezza americane ed occidentali in genere. Si delinea cioé il difficilissimo problema di come conciliare al meglio le esigenze di una strategia politica di lungo termine, necessariamente aperta a crisi di destabilizzazione e a mutamenti anche rivoluzionari, e le esigenze di sicurezza e di stabilità da assicurare nel breve termine, senza che queste ultime scelte finiscano per contraddire o vanificare la strategia di lungo periodo. La soluzione di questo dilemma non è certo facile, ma sarà tanto più probabile quanto più potrà essere trovata in un ambito di chiara legalità internazionale e di forte ripresa delle alleanze, in primo luogo qualla euro-americana.

La questione della legalità internazionale non è secondaria. È difficile sostenere la necessità di consolidare un quadro di stato di diritto, se allo stesso tempo si cerca di evadere dalle costrizioni del sistema legale internazionale così come esso è stato sino ad oggi concordato. Nessuno è tanto ipocrita dal ritenere che le regole non possano essere cambiate o persino, in condizioni eccezionali e sotto stato di necessità, violate, così come nessuno pensa seriamente che la maggiore potenza globale possa accettare le stesse identiche limitazioni di ogni altro Stato. Tuttavia vi sono limiti alle eccezioni possibili, definiti in sostanza dal grado e dalla qualità del consenso che la superpotenza può raccogliere attorno alle sue decisioni, e dalla dimostrazione che si intende comunque, passato lo stato di necessità, tornare ad un quadro generalmente accettato e concordato. Il nodo della legittimità delle strategie adottate e così anche strettamente legato alla loro efficacia di lungo termine.
È altresì sempre più chiaro che la soluzione dei gravi problemi strutturali dell’intero arco medio orientale dipenderà dalla capacità di mantenere in vita un solido quadro internazionale di stabilità, quale può essere garantito solo da una forte e articolata cooperazione internazionale. Politiche proprie dell’Unione Europea, come ad esempio quelle del partenariato con il Mediterraneo, divengono così un elemento essenziale della strategia per il Grande Medio Oriente e dovrebbero essere ridisegnate in funzione di obiettivi comuni.
Ugualmente, il processo politico di lungo termine dovrà affrontare positivamente alcuni nodi politici qualificanti, primo tra tutti quello relativo al conflitto tra palestinesi ed israeliani. Le evoluzioni positive degli ultimi mesi, che hanno portato alla successione di Arafat, alla costituzione di un nuovo governo in Israele e al varo della iniziativa relativa a Gaza, non possono da questo punto di vista essere considerati sufficienti e debbono essere ricompresi in una prospettiva di soluzione definitiva di tutti gli altri aspetti del conflitto.

Inevitabilmente ciò dovrà portare ad altre correzioni, molto difficili e problematiche. Così, ad esempio, sarà necessario concordare una posizione comune occidentale sul recupero e la reintegrazione nel mondo politico palestinese e libanese di movimenti politici oggi profondamente compromessi con il terrorismo, come Hamas o gli Hezbollah, ma che nondimeno rappresentano settori importanti ed ineliminabili di quelle popolazioni. Ciò non significa certo venire a compromessi con i terroristi, né accettarne una indiscriminata «legalizzazione» (che anzi si rivelerebbe probabilmente del tutto controproducente). È però necessario elaborare delle strategie che consentano a queste organizzazioni di uscire, se lo vorranno, dalla strada del terrorismo e di distaccarsi dalle loro frange più militanti, per aderire ad un diverso e più accettabile modo di fare politica. Anche in questo caso però è essenziale che la comunità internazionale condivida gli stessi principi e la stessa strategia, e non contribuisca invece alle divisioni e alle inevitabili resistenze al mutamento.
Gli insuccessi (o i successi solo parziali) raccolti sinora dalla strategia militare contro il terrorismo e la minaccia delle armi di distruzione di massa, hanno favorito un positivo ripensamento della strategia americana che ha portato, in questa fase iniziale, alla individuazione della strategia della democratizzazione del mondo arabo e medio orientale, rivalutando quindi l’importanza dei fattori politici ed economici. Tutto ciò va certamente nel senso auspicato da una maggioranza dei Paesi europei e anche da gran parte dell’opinione pubblica della regione. Questa strategia deve però trovare i tempi e i modi migliori per la sua realizzazione e soprattutto deve riuscire a mobilitare le risorse necessarie, sia sul piano finanziario che su quello intellettuale (senza dimenticarsi delle risorse militari e di sicurezza che rimarranno comunque un fattore essenziale per il suo successo). È un compito di lungo periodo, di cui non dobbiamo nasconderci le enormi difficoltà e le grandi incertezze, ma che sembra a prima vista più adeguato della precedente strategia militare ad affrontare con successo le problematiche dell’area. È probabile che gli spettatori votanti al Doha Debate abbiano avuto torto nel votare contro l’affermazione che Bush ha, in un modo o nell’altro, aperto la strada della democrazia nel mondo arabo. Ma sarebbe stato certamente molto più difficile rispondere ad una domanda formulata diversamente e cioé se, dopo aver aperto la strada alla democrazia, la strategia di Bush e dei suoi alleati sarà capace di a mantenerla percorribile, sino al raggiungimento dell’obiettivo auspicato. È questa invece la nostra maggiore preoccupazione e deve divenire anche il nostro impegno.
 

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