La politica estera e di sicurezza di ogni grande potenza deve sempre fare riferimento alla visione di un ordine mondiale. Esso deve corrispondere alla sua cultura, valori e interessi, ed essere compatibile con le sue risorse economiche, tecnologiche, psicologiche e di politica interna. Deve garantire, non solo i propri interessi nazionali - e possibilmente la «giustizia» - nel modo più efficace e meno costoso possibile. Deve anche trovare consenso interno e possibilmente esterno. Quest’ultimo viene denominato «legittimità». Talvolta, essa è pressoché automatica, come avveniva per gli Stati Uniti durante la Guerra fredda da parte dei Paesi europei. Talora non lo è, come avviene oggi che la sicurezza europea non dipende da Washington come prima.1
Alla fine di ciascun ciclo di grandi guerre, le potenze vincitrici hanno deciso in una conferenza di pace un nuovo ordine regionale o mondiale (Westfalia, Vienna, Società delle Nazioni, Nazioni Unite, ecc.). La fine della Guerra fredda non è stata seguita da una conferenza di pace. La Carta di Parigi della Nuova Europa del 1991 riguardava solo l’Eurasia, non ad esempio il mondo islamico e il sistema Asia-Pacifico. Inoltre, non poteva tener conto dell’imminente collasso dell’Urss. Esso ha reso il mondo unipolare, senza però che ne fossero elaborate regole e paradigmi di riferimento, che riconoscessero gli Usa come unica superpotenza.
Il mondo è rimasto post-bipolare solo per due anni: dal 1989 al 1991. Usa e Urss collaborarono in una specie di «duopolio imperiale», nell’ambito delle istituzioni e delle norme della Guerra fredda. Successivamente, il mondo divenne «post-sovietico». Gli Stati Uniti non poterono più appoggiarsi all’Urss e dovettero - con molta riluttanza e incertezza - creare da soli un nuovo ordine mondiale.2 Diventarono così una «potenza indispensabile» e, al tempo stesso, «inevitabile», senza però esserne del tutto consapevoli.
Negli anni Novanta, gli Usa non seppero che farsene della loro egemonia involontaria. La loro politica multilaterale per principio fu influenzata da tentazioni unilaterali. Generalmente Washington continuò ancora ad agire nel quadro di istituzioni internazionali multilaterali e ad essere estremamente cauta circa l’uso della forza. Cresceva però l’esasperazione per l’inefficienza dell’Onu e la debolezza politica, strategica e, soprattutto, verso le esitazioni e le resistenze europee, senza che l’Europa proponesse soluzioni alternative alla politica americana ad esempio nei Balcani.
La geopolitica e la conseguente politica estera e di sicurezza della seconda Amministrazione Bush derivano da un complesso processo di maturazione e di presa di coscienza da parte degli Stati Uniti delle loro responsabilità e interessi globali.3 Tale processo, già in atto, fu accelerato dagli attentati dell’11 settembre. Con essi terminò l’era post-sovietica. Non si sa ancora se il nuovo secolo ha avuto inizio con l’11 settembre o si dovrà attendere la fine della guerra al terrorismo per vedersi delineare la nuova geopolitica di Washington. Essa sarà dominata dai problemi della stabilità strategica del sistema Asia-Pacifico, nonché dal consolidamento di quella del Grande Medio Oriente e dell’Eurasia.4 Più in generale dalla difesa della globalizzazione e dall’espansione della libertà e della democrazia.
Il presidente Bush ha ben presente l’evoluzione in corso e i lineamenti del «nuovo ordine mondiale». Ha formulato una visione globale e di lungo periodo (orientativamente da trenta a cinquant’anni) della «grande strategia» americana. Tale visione, in parte anticipata nella National security strategy (Nss) del settembre 20025, si è precisata nel discorso di inaugurazione e in quello alla Nazione del presidente Bush dopo la sua rielezione. Essa verrà ancora più precisa nella nuova Quadrennial defense review in corso di preparazione al Pentagono6. Di essa si conoscono già le linee generali, che beninteso riguardano solo l’hard power.
Il documento contribuirà a chiarire che cosa gli Stati Uniti vogliano fare della loro superiorità, quale sarà il significato e la portata della transformation delle Forze armate e la logica che presiederà il ri-schieramento delle Forze Usa nel mondo. La transformation ha occupato il posto della Revolution in military affairs, troppo centrata sulle dimensioni tecnologiche e materiali della strategia. Trascurando sia il soft power sia le dimensioni umane e culturali, nei conflitti asimmetrici gli Usa vincono rapidamente le guerre. Ma non riescono poi a conseguire vittorie politiche, cioè paci stabili. Mancano loro non solo le forze terrestri necessarie per controllare e stabilizzare i territori, ma anche la mentalità e la leadership per farlo.7
La necessità di proporre una visione dell’ordine mondiale condivisibile dai tradizionali alleati spiega i mutamenti degli obiettivi. Dalla guerra al terrorismo, che aveva seguito l’«asse del male», Bush non ha più parlato. Ha invece insistito sulla diffusione della libertà e della democrazia e sulla lotta contro la tirannia (una delle cui «avanguardie» è la Bielorussia, irrinunciabile avamposto geostrategico occidentale di Mosca!). L’ordine è «mondiale», poiché riguarda anche le società e le economie. Non è «internazionale», relativo solo agli Stati e agli equilibri di potenza.
Il paradigma geopolitico che aveva guidato per cento anni la politica estera e di sicurezza statunitense era stato il «contenimento» prima della Germania, poi dell’Urss. Esso tendeva ad impedire l’unificazione della massa continentale euro-asiatica sotto un unico centro di potere. Quello seguito nella Guerra fredda si ispirava alla teoria del rimland8. Essa superava la «geopolitica dell’emisfero occidentale» - cioè delle due Americhe, che aveva conosciuto nel Diciannovesimo secolo una versione difensiva e isolazionista con la dottrina Monroe ed una offensiva ed imperiale con il presidente Theodore Roosevelt. Secondo Spykman, quando il rimland, cioè le penisole periferiche dell’Atlantico (Europa occidentale) e del Pacifico (Giappone, Corea del Sud, ecc.), veniva minacciato dalla potenza continentale (Russia e oggi forse anche Cina), gli Stati Uniti dovevano proteggerlo. Se invece il rimland, in particolare la Germania, diveniva troppo forte e muoveva all’attacco del cuore del continente, gli Usa dovevano seguire la politica del Russia First, alleandosi con la Russia, come avevano fatto durante il secondo conflitto mondiale.
Con la frammentazione dell’Urss e la debolezza militare dell’Europa e del Giappone, tale paradigma non ha più senso. Fra qualche decennio potrebbe averlo con la Cina o con il complesso Cina-India9. Quest’ultima più che improbabile è fantasiosa per le dispute territoriali tuttora esistenti, per la continuazione del supporto della Cina al Pakistan, per il filo-americanismo dell’opinione pubblica indiana e per la competizione economica esistente. Solo con una minaccia cinese - anch’essa improbabile per le vulnerabilità dell’economia e dell’invecchiamento della popolazione della Cina - gli Stati Uniti ritornerebbero ad una strategia di sicurezza più tradizionale, basata sulla balance of power e sul contenimento, simile per taluni versi a quella della pax britannica del Diciannovesimo secolo. Oggi devono tendere ad una pace «bismarkiana», analoga per certi versi all’ordine europeo che aveva cercato di creare Bismark dopo l’unificazione tedesca.
Il problema con il quale si confrontano gli Stati Uniti non è quello di equilibrare, ma di utilizzare la loro superiorità, per diffondere libertà e democrazia, creando le condizioni con cui realizzare la pax americana, garanzia della globalizzazione economica e finanziaria (e dell’esternalizzazione del doppio deficit americano!)10. In attesa che tale obiettivo sia raggiunto, gli Stati Uniti saranno una potenza «rivoluzionaria», modificatrice dello status quo. Ciò è implicito nei principi stessi della loro costituzione e tradizioni etico-politiche (manifest destiny, «missione», «nuova frontiera», ecc.). Lo aveva già intuito il principe di Metternich all’inizio dell’Ottocento.
Il «nuovo ordine» sarà centrato sugli Stati Uniti - sceriffo del mondo autoreferenziale. Beninteso, ogni qualvolta possibile essi agiranno con la «benedizione» di un’istituzione internazionale come l’Onu o con coalizioni ad hoc. La loro egemonia non verrebbe solo accettata, ma legittimata tanto dai sorrisi, dalle buone maniere e dal linguaggio cooperativo usato da Bush nel suo recente viaggio in Europa, ma soprattutto, dal successo nel convincere gli altri Stati, in particolare quelli del G8 o almeno della Nato, del fatto che tutti avranno vantaggi in un mondo basato sulla libertà, democrazia e libero mercato.
Fra la prima e la seconda Amministrazione Bush esistono differenze, ma non una soluzione di continuità, anche perché la «guerra al terrorismo» e la stabilizzazione del Grande Medio Oriente sembrano conoscere successi. Bush intende consolidarli, inquadrandoli in una visione complessiva di nuovo ordine mondiale.
Cosa è stata la maturazione del pensiero geopolitico e della politica di sicurezza americani fino al Bush I? Come si è ricordato, balance of power, contenimento e, almeno in parte, anche la dissuasione del tipo di quella della Guerra fredda hanno perso oggi significato. La globalizzazione e il terrorismo transnazionale hanno reso ancora più porose le frontiere fra interno ed esterno. La sovranità westfaliana degli Stati non è più un tabù. Non lo era peraltro neppure nei 14 punti di Wilson. La politica di sicurezza riguarda anche il cambiamento dei regimi e la trasformazione dei valori etico-politici.
È rimasta una sola superpotenza. Essa è indispensabile per svolgere il ruolo di «guardiano» e di «sceriffo» mondiale. L’alternativa all’unipolarismo americano non è un mondo multipare, ma un disordine generalizzato, il caos o «nuovo Medioevo», senza però i poteri di regolazione che vi avevano papato ed impero. L’Onu, il G8, la Nato, l’Ue, l’Osce, ecc. non sono in grado, senza l’impegno statunitense, di assolvere le loro funzioni. Le coalizioni antiegemoniche che dovrebbero portare al mondo multipolare, sognato da Porto Alegre a Parigi e forse anche a Pechino, sono semplici fantasie per qualche decennio ancora. Quelle francesi ricordano le ambizioni e logiche che avevano portato al concetto di «dissuasione tous-azimuts» di De Gaulle, anche se, fortunosamente, l’idea della grandeur non sembra mai essere arrivata al punto di designare come obiettivi della Force de Frappe né New York, né la Bundesbank!
Sono stati elaborati vari altri scenari geopolitici, alternativi all’attuale situazione unipolare e ispirati a desideri «anti-egemonici»: a) il così detto «triangolo di Ekaterininburg» fra Francia, Germania e Russia (a cui si è aggiunta la Spagna, nella riunione del 18 marzo a Parigi); b) la «direzione asiatica», che vedrebbe alleati Russia, India e Cina, secondo le proposte formulate negli anni Novanta da Evgeniy Primakov; c) il «Gruppo di Shanghai», fra Russia, Cina e Repubbliche centro-asiatiche; d) la crescita della Cina, che conseguirebbe la parità strategica con gli Stati Uniti e adotterebbe una politica espansiva, con conseguente sconvolgimento degli attuali equilibri geopolitici del sistema Asia-Pacifico, il riarmo nucleare del Giappone e il rafforzamento dell’alleanza di fatto fra Usa e India (taluni esperti hanno poi accennato ad una possibile alleanza sino-indiana); e) l’Unione Europea, che, con Pesc e Pesd, divenute uniche e non solo comuni, si trasformerebbe in una grande potenza non solo economica, ma anche militare, con influenza globale e non solo sulle sue periferie.
Riguardo a quest’ultima ipotesi, nessuno evidentemente pensa alla possibilità di un conflitto militare fra Bruxelles e Washington. Gli «eurogollisti» intendono solo trasformare l’Europa in un polo di potenza, capace di contrastare le iniziative degli Stati Uniti. Gli «euroatlantisti» si oppongono a tale visione. Oggi sono in maggioranza, ma potrebbero passare in minoranza. Avvalendosi della forza dell’euro rispetto al dollaro, l’Europa potrebbe contrastare l’egemonia finanziaria, e quindi quella globale, americana. L’euro, come dimostra Paolo Savona (vedi alla pagina 86), è sicuramente un moltiplicatore della potenza europea. Potrebbe trarre giovamento dalla debolezza del dollaro e dal fatto che gli Stati Uniti sono una potenza «a credito». Risparmiano poco e consumano molto. Dipendono e sono comunque obbligati ad esternalizzare i loro debiti - commerciali e di bilancio - attirando centinaia di miliardi di dollari ogni anno dal resto del mondo, specie dall’Europa e dall’Asia Orientale e del Sud-Est. L’euro potrebbe attirare gli attuali finanziatori della Federal Reserve, imponendo agli Stati Uniti anche un drastico ridimensionamento dei fondi disponibili per la loro politica estera egemonica. Facendo così, L’Europa rischierebbe però di provocare il crollo del dollaro, una guerra monetaria con gli Stati Uniti e conseguentemente il blocco della crescita dell’economia mondiale. Potrebbe così determinarsi una crisi forse ancora peggiore di quella del 1929, con un’ondata protezionistica e, forse, il collasso della globalizzazione e l’impossibilità di sostenere lo sviluppo del Terzo mondo. Si rischierebbe il big bang ipotizzato da Kissinger11, il ritorno del protezionismo e condizioni per lo scoppio di nuove grandi guerre, dato che gli Usa sarebbero indeboliti nei confronti della Cina.
Il collasso dell’Urss ha lasciato tutti disorientati, soprattutto per la rapidità con cui si è verificato. Bush padre ne fu addirittura terrorizzato dai primi segni di frammentazione dell’Urss. Lo dimostrano i suoi disperati tentativi - nella primavera del 1991 - di evitare la secessione dell’Ucraina e il suo «effetto domino» sulle altre Repubbliche sovietiche.
L’atteggiamento del presidente Bush junior nel recente incontro di Bratislava con il presidente Putin ha dimostrato che tali preoccupazioni sussistono tuttora, di fronte al pericolo di un eccessivo indebolimento della Federazione Russa. Esse, come dimostra Nadia Arbatova (vedi pagina 44), sono condivise dai liberal russi. Con grande sorpresa dei media occidentali, il presidente americano ha parlato di programmi cooperativi concreti, senza indulgere a «prediche» sulla democrazia e la libertà, senza insistere troppo su Georgia, Ucraina e Cecenia, e senza menzionare la Bielorussia. Ciò fa ben sperare nel futuro. Il «messianismo» continua ad essere bilanciato nel presidente americano da una forte dose di pragmatismo.12
Nei dieci anni che seguirono la guerra per il Kuwait, gli Stati Uniti, come afferma Richard Haass13, furono uno «sceriffo riluttante», soprattutto nell’uso della forza, subordinandolo ad un’impraticabile strategia di «guerra a zero morti» e di rifiuto dei rischi. Tale approccio neutralizzava la superiorità americana. Se non si è disponibili ad accettare rischi e perdite, tanto vale tenere i soldati a casa! Le reazioni tattiche e l’enunciazione di «massimi sistemi» e di «buoni sentimenti» dominarono la politica e la strategia.14 Mancò una chiara visione del nuovo ruolo e delle responsabilità mondiali degli Stati Uniti. Si pensò che la geoeconomia dominasse la geopolitica. Fu assente un paradigma o principio ordinatore che svolgesse le funzioni che il containment aveva avuto negli oltre quarant’anni di Guerra fredda. L’allargamento della Nato e dell’Ue e gli interventi praticamente unilaterali nella guerre balcaniche, costituirono parziali correzioni a tale politica di eccessiva cautela.
La superiorità, non solo militare, ma anche economica e culturale degli Stati Uniti, nonché la loro persuasione dell’«eccezionalismo» americano impedirono le tentazioni isolazioniste.15 Anzi, a poco a poco, Washington divenne consapevole della necessità di espandere la propria influenza.
Generalmente, nella storia le potenze egemoni tendono a mantenere lo status quo. Gli Stati Uniti vogliono invece modificarlo. Clinton lo voleva fare per ragioni umanitarie. Bush, dopo l’11 settembre, per motivi di sicurezza nazionale e per portare la lotta al terrorismo al di fuori del territorio americano. La seconda Amministrazione Bush vuole stabilizzare l’ordine, ponendo l’espansione della libertà e della democrazia al suo centro.
I recenti successi conseguiti dalla politica americana fanno ritenere che, nonostante le perplessità e le critiche dominanti nelle opinioni pubbliche e in parte dei governi europei, gli Usa ne usciranno vincitori. Tale visione del mondo nel Ventunesimo secolo è stata proposta agli scettici europei da Bush nel suo recente viaggio, con l’implicita offerta di discuterne le modalità di attuazione e di parteciparne alla realizzazione. Occorre comprendere completamente di che si tratti e quali siano le intenzioni americane.
In proposito, colpisce il fatto che, il 17 settembre 2002, nella presentazione al Congresso della Nss, il Presidente Bush abbia utilizzato non solo i concetti, ma le stesse parole di Francis Fukuyama nel suo La fine della storia, anche se prudentemente non l’abbia proclamata esplicitamente. «I grandi scontri fra libertà e totalitarismi sono terminati con la vittoria della libertà. Esiste solo un modello possibile. È fondato sulla libertà, sulla democrazia e sul libero mercato, che vanno estesi, per poter essere consolidati e protetti, agli Stati che ancora non se ne avvantaggiano».16
Erano concetti solo implicitamente ricordati nel decennio di «weekend» strategico di Clinton, in cui si assumeva che, come l’economia globalizzata, anche la democrazia si sarebbe espansa spontaneamente grazie all’attrazione esercitata dal modello americano. Sarebbe bastato un generico impegno Usa nel mondo17. Sotto Clinton dominò l’indecisione, la tattica, l’intervento reattivo, mascherato solo dall’enunciazione dei grandi principi, forse semplicemente perché essi erano «politicamente corretti». Lo testimoniano: l’intervento in Somalia, seguito da un ripiegamento «alla disperata»; il sollievo di Washington allorquando l’Europa dichiarò che i conflitti balcanici erano una sua responsabilità, con le conseguenze che oggi tutti conosciamo e l’appello finale all’America, perché intervenisse per disimpegnare europei e Nazioni Unite dai «pasticci» in cui si erano ficcati. Ne furono anche espressione i serrati dibattiti sulla Rivoluzione negli affari militari, basata sulle Information technologies e intesa a realizzare lo Shock and awe18, cioè il crollo anche psicologico-politico e non solo militare di qualsiasi avversario che Washington decidesse di attaccare. Il Pentagono divenne così autoreferenziale. Come suo obiettivo fu assunto quello di conseguire la vittoria sul campo, trascurando che essa non può essere il fine ultimo dell’uso della forza. La vittoria militare costituisce solo la premessa per quella politica. Non determina la pace, ma offre opportunità che vanno sfruttate dopo il conflitto per determinare una pace corrispondente ai propri interessi e principi. Per convinzione o per convenienza era sottovalutato il ruolo dell’hard power militare, a cui peraltro l’Amministrazione Clinton fece ricorso diverse volte e in modo unilaterale, ma più o meno a casaccio. L’ambizione di essere gli sceriffi garanti della globalizzazione, dello sviluppo e della stabilità - la quale a sua volta li rende possibili - non fu accompagnata dalla consapevolezza di Clinton che la prima caratteristica di professionalità di uno sceriffo è quella di saper sparare, non quella di essere simpatico, socievole, ricco, erudito o benvoluto.19
In sostanza, non essendo obbligati a farlo da nessuna minaccia ai loro interessi vitali, «gli Stati Uniti all’apogeo della loro potenza fallirono nello sviluppare concetti rilevanti per le realtà che stavano emergendo nel mondo».20 Non furono consapevoli che al di là di tutte le teorie e fantasie di moda sulla fine della guerra e dello Stato, sulla globalizzazione e sull’universalismo, continuavano ad esistere realtà geopolitiche che andavano seriamente affrontate, non solo con reazioni contingenti, caso per caso, ma con una visione di lungo periodo.
Idee al riguardo maturarono progressivamente nella «comunità strategica americana», ma non si tradussero in decisioni politiche. Furono coltivati miti, quali quello della sicurezza collettiva, che è una pura astrazione, oppure quello del multilateralismo, che, in un mondo rimasto sostanzialmente westfaliano e anarchico, non può esistere in quanto tale21.
Negli anni Novanta, gli Stati Uniti persero quindi una grande opportunità di definire un «nuovo ordine mondiale». Si determinarono nella comunità strategica e internazionalista americana le condizioni che permisero una vigorosa reazione all’attacco terroristico dell’11 settembre. Oggi, il presidente Bush ne trae vantaggio.
Determinante per la politica americana dopo l’11 settembre fu il gruppo dei Vulcans, cioè degli esperti strategici e di relazioni internazionali che Bush aveva riunito sotto la direzione di Condoleezza Rice, perché lo consigliassero durante la campagna presidenziale del Duemila in fatto di politica estera e di sicurezza.22
L’11 settembre essi occupavano posizioni importanti in tutti i fori decisivi per la politica estera americana - dal Consiglio di sicurezza nazionale ai dipartimenti di Stato e della Difesa. I Vulcans promossero l’alleanza fra i neoconservatori o «internazionalisti jacksoniani» e i nazionalisti conservatori americani. L’11 settembre costituì l’avvenimento che obbligò a definire esplicitamente, più rapidamente di quanto sarebbe altrimenti avvenuto, un nuovo concetto di ordine mondiale e del ruolo che gli Stati Uniti dovevano giocare per garantire la propria sicurezza e i propri interessi nazionali.
Quella che sembra ancora a molti una reazione improvvisata - quasi da cowboy - del presidente Bush, è stato invece il risultato di una progressiva presa di coscienza dello stato del mondo e del ruolo che sono obbligati a giocare gli Stati Uniti. Innanzitutto, l’11 settembre ha segnato la fine di ogni tentazione isolazionista. Secondo, abbandonando ogni buona maniera diplomaticamente corretta, gli Stati Uniti hanno affermato di voler prioritariamente mantenere la loro superiorità, di agire unilateralmente e di trascurare non solo le istituzioni e il diritto internazionale vigente, ma anche le loro alleanze tradizionali, preferendo la creazione di coalizioni contingenti «dei volenterosi e dei capaci». Si sono però dimostrati intolleranti verso ogni resistenza e critica (anche se nella crisi irachena avevano più di una ragione di comportarsi rudemente con la Germania e con la Francia).
Hanno commesso l’errore di trascurare le reazioni degli Stati che si sono sentiti offesi nel proprio «onore», oltre che nei loro interessi. La seconda Amministrazione Bush non cambierà nulla di sostanziale: muterà però i toni, le maniere e cercherà di illustrare agli alleati una visione a lungo termine del mondo, da discutere sia nei suoi particolari, sia nelle sue priorità. La promozione della democrazia nel mondo è al centro del nuovo ordine e viene considerata necessaria non solo per la sicurezza, ma anche per la sopravvivenza della democrazia negli Stati Uniti e in Europa. Se non si riuscisse a debellare il terrorismo, distruggendone le radici profonde, gli attentati continuerebbero e le misure per la sicurezza interna finirebbero per limitare le libertà individuali e per incidere anche sulla globalizzazione economica. Il mondo islamico non potrebbe essere stabilizzato. I rifornimenti petroliferi rimarrebbero in pericolo. L’economia globalizzata potrebbe conoscere all’improvviso una crisi disastrosa.
Nessun altro Stato ha proposto un ordine mondiale realisticamente alternativo alla «dottrina Bush». Non lo hanno fatto gli «euro-gollisti», che vorrebbero un mondo multipolare, ma che si limitano ad intralciare, per quanto sia loro possibile, i piani americani. Neppure gli «euro-atlantici» hanno finora proposto una vera e propria alternativa.
Un nuovo contratto transatlantico basato su due pilastri - Usa e Ue - non è realistico, poiché l’Ue non può esistere, politicamente e strategicamente, non solo «contro», ma anche «senza» gli Stati Uniti. Si disgregherebbe, come è avvenuto nella crisi irachena. Gli Stati Uniti non rinunceranno deliberatamente alla loro superiorità. Tale concetto è evidente a tutti i realisti. Era stato sostenuto in un documento di Paul Wolfowitz circa gli obiettivi a lungo termine della politica di sicurezza americana23.
Per mantenere la superiorità militare è indispensabile per gli Stati Uniti disporre di una potenza economica e finanziaria tale da poterla sostenere. Il pericolo maggiore al riguardo è rappresentato dall’aumento delle spese sociali conseguente all’invecchiamento della popolazione americana, che si accentuerà a partire dal 2030. Il piano di Bush di privatizzazione delle pensioni e delle spese sanitarie (ownership) trova le sue motivazioni profonde non solo nell’ideologia propria del partito repubblicano di uno «Stato leggero» e della «responsabilità individuale», ma anche nella consapevolezza che l’aumento delle spese sociali finirebbe per ridurre la capacità politica di destinare fondi alla politica estera e al mantenimento della superiorità militare. I fondi della difesa si possono ridurre più facilmente delle spese sociali. Analoga preoccupazione - quella cioè di mantenere il più a lungo possibile l’egemonia americana nel mondo - è presente nel progetto di Bush di concedere la cittadinanza a 15 milioni di immigrati negli Stati Uniti. Per inciso, le Fondations più conservatrici stanno aumentando grandemente i finanziamenti delle Università cattoliche, in modo da assimilare nell’American way of living i giovani immigrati più brillanti intellettualmente e che saranno i futuri leader dei nuovi cittadini americani. È una visione di lungo periodo di un «nuovo ordine mondiale» liberale. È tipica del partito democratico più che di quello repubblicano. I ruoli fra i due si sono quasi invertiti. I rappresentanti repubblicani conservatori si sono opposti alla guerra in Iraq, come erano stati contrari a quella del Vietnam. Tra i neoconservatori militano parecchi esponenti democratici.
Bush ha incominciato a raccogliere i frutti di quanto aveva fatto nel primo mandato. La «guerra al terrorismo» sta conoscendo i primi successi. Il principale è stato il fatto che, contrariamente alle previsioni di gran parte degli esperti, non si è verificato un nuovo maxi-attentato sul territorio americano. Nessuno può evidentemente affermare che ciò sia derivato da una scelta di bin Laden o dall’effetto delle guerre in Afghanistan e in Iraq, oppure dalle pressioni esercitate sulle reti terroristiche in Occidente e dalle misure di protezione adottate. L’opinione pubblica americana è persuasa dalla seconda ipotesi, mentre la maggioranza degli europei crede nella prima.
Ma anche il successo delle elezioni in Afghanistan e in Iraq (oltre che in Palestina), e i primi timidi segni di riforma politica in altri Paesi islamici, hanno persuaso il presidente americano della correttezza delle decisioni prese. In particolare, l’hanno convinto che la democrazia non è incompatibile con l’Islam e che la stabilizzazione dell’Iraq produrrà un «effetto domino» sugli altri Paesi arabi.
Gli europei sono invece scettici al riguardo. Tale incomprensione è una delle cause della diversità di lettura che i media europei e americani hanno dato al recente viaggio di Bush in Europa. Per gli americani, Bush voleva cogliere i frutti dei suoi successi non solo in Medio Oriente, ma anche in Ucraina e Georgia, e «ricucire» i rapporti con la Francia e la Germania, per rafforzare e rendere meno costoso il raggiungimento prima e la gestione poi del «nuovo ordine mondiale», ripartendone gli oneri fra gli alleati. La massa della stampa europea - in particolare quella francese - ha sostenuto invece un’interpretazione opposta: che cioè Bush venisse in Europa quasi per chiedere scusa di non aver «obbedito» al veto francese sull’Iraq, e per chiedere l’aiuto europeo per districarsi dal ginepraio del Medio Oriente, «passando dalla politica delle armi alle armi della politica».
Sicuramente Bush II continuerà a cercare di migliorare i rapporti con l’Europa e di rendere possibili nuove coalizioni con gli alleati tradizionali degli Stati Uniti, o almeno il sostegno del loro soft power, soprattutto in Medio Oriente, e forse anche nei confronti della Bielorussia. Per quest’ultima non penso si faccia illusioni. Un supporto è meno probabile dati gli interessi economici e la dipendenza energetica europea da Mosca.
Le buone maniere usate da Bush in Europa non devono però ingannare. Non hanno portato ad alcun mutamento di fondo alla politica americana, se non ad una generica disponibilità a sostenere l’azione dell’Eu-3 in Iran. A parte l’incertezza circa l’effettiva portata e durata di quanto si è mosso soprattutto in Medio Oriente, è molto probabile, e anche giustificabile, che Bush non si fidi degli europei, in particolare dei francesi, e che, comunque, valuti trascurabile il loro possibile apporto al «nuovo ordine mondiale», al di fuori dei territori dell’Ue, incluse - forse, ma non è sicuro - le sue immediate periferie orientali (Moldova, Ucraina, Georgia, ecc.) e meridionali, non tanto nel Mediterraneo, quanto nel Vicino Oriente e nell’Africa sub-sahariana. La politica di partnership americana nel Grande Medio Oriente prosegue imperterrita, senza pratico coordinamento con il processo di Barcellona dell’Ue.
È stato sorprendente il fatto che nel viaggio di Bush non si sia parlato di economia: del doppio deficit americano, degli effetti sull’Ue e sul resto del mondo della debolezza del dollaro e del problema del divario fra offerta e domanda di petrolio, nonché dell’aumento del suo prezzo.24 Il divario fra domanda e offerta potrebbe divenire drammatico in caso di brusca diminuzione della seconda a causa di un attentato terroristico in Arabia Saudita. Un ulteriore aumento del prezzo del barile rallenterebbe grandemente la crescita mondiale - e quindi diminuirebbe la stabilità geopolitica mondiale. È uno scenario realistico, anche per l’impressionante aumento dei consumi della Cina e dell’India, oltre che per quello delle importazioni americane.25
Durante il viaggio di Bush, le public relations hanno dominato. Non vi è stato alcun mutamento di sostanza. In particolare, gli Stati Uniti hanno respinto - già nella Wehrkunde del febbraio scorso - la proposta del Cancelliere tedesco di istituire una «commissione di saggi» (ex-primi ministri dei Paesi Nato) per studiare le modifiche da apportare ai compiti, alle strutture e alle procedure della Nato, per migliorare il coordinamento transatlantico. Esso poteva essere un’occasione utile per attivare un nuovo contratto transatlantico. Verosimilmente, Bush non si fida molto delle reali intenzioni europee. Tale rifiuto dimostra comunque che gli Usa intendono mantenere la Nato come è: un centro di coordinamento multilaterale dei rapporti soprattutto bilaterali con i singoli Stati membri. Non intendono istituzionalizzare i rapporti politici con l’Ue. Non vogliono neppure annullare le funzioni residuali della Nato come organizzazione di difesa collettiva, importante soprattutto per i nuovi membri centro-orientali dell’Alleanza, sempre timorosi di una re-imperializzazione della Russia.
L’offensiva americana del sorriso si svolge anche in altre parti del mondo. Un evento, praticamente ignorato in Europa, è stato l’incontro «due più due» - che ha preceduto di qualche giorno l’inizio del viaggio di Bush in Europa - fra i ministri degli Esteri e della Difesa americani e giapponesi. In esso sono state poste le basi per un «nuovo contratto strategico nippo-americano». Esso prevede non solo la piena partecipazione giapponese al programma Usa di difesa antimissili, ma anche il ri-schieramento dagli Stati Uniti in Giappone del Comando del I corpo d’armata Usa e soprattutto una partecipazione giapponese più attiva alla politica di diffusione della democrazia e della libertà nel mondo, nonché alla creazione di istituzioni di sicurezza collettiva nell’Asia Orientale. Esse potrebbero contenere la crescita dei nazionalismi, la corsa al riarmo e soprattutto la proliferazione nucleare nell’area26.
La geopolitica americana dopo la «quasi fine» del dopo-11 settembre. L’Unione Europea - l’«impero volontario» e «post-moderno», di cui parla Robert Cooper27- non sarà in grado di elaborare una politica estera e di sicurezza unitaria, ancora per anni. Le difficoltà della Pesc sono aumentate con l’allargamento dell’Unione. Il Trattato costituzionale prevede meccanismi e procedure bizantine che rendono difficile ogni decisione incisiva e rapida. Le relazioni bilaterali con i singoli Stati domineranno quelle con l’