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Nato, europa, italia: la sfida della libertà

RISK
colloquio con Gianfranco Fini di Carlo Jean
risk n.6 - Febbraio - Maggio 2005

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risk06
Dopo il periodo di transizione rappresentato dagli anni Novanta, dopo l’improvviso crollo dell’impero interno ed esterno sovietico, che ha trovato tutti impreparati, gli Usa stanno costruendo un «nuovo ordine mondiale». La guerra al terrorismo ne può costituire un paradigma nel breve periodo. Ma poi, cosa pensa che avverrà? Quale sarà il ruolo della Nato, dell’Europa e dell’Italia?
La ricerca di un «nuovo ordine mondiale», evocata espressamente da Bush padre all’indomani della fine della Guerra fredda (e della vittoria nella cosiddetta prima guerra del Golfo), non si è solo conclusa ma si è arricchita di nuove e pesanti incognite. La maggiore è sicuramente l’affiorare di una minaccia inedita che da New York, a Madrid e a Beslan ha mostrato più volte, e nei più disparati angoli del mondo, tutto il suo agghiacciante potenziale di distruzione. Solo continuando a lavorare insieme, Stati Uniti ed Europa potranno gestire con successo la complessità delle nuove sfide, come la lotta al terrorismo. Quanto al lungo periodo, per sintetizzare e rispondere quindi alla sua domanda: nel terzo millennio c’è altrettanto bisogno di Nato e di Europa quanto ve n’è stato nel secondo, anzi di più, ed a questo fine è determinante il ruolo di chi, come l’Italia, crede con convinzione e coerenza nell’atlantismo e nell’europeismo come valori non esclusivi ma complementari.

Come mai il presidente Bush ha respinto in modo così netto le proposte del Cancelliere tedesco di costituire un gruppo ad alto livello per studiare il nuovo ruolo e quindi le modifiche della Nato, nonché le istituzioni - politiche ed economiche - che dovrebbero gestire il «nuovo contratto transatlantico»?
Credo che nessun governo, al di qua o al di là dell’Atlantico, intenda seriamente mettere in discussione il ruolo dell’Alleanza come pietra angolare della solidarietà euroatlantica, che lo stesso Schroeder, per quanto mi consta, si è affrettato a riaffermare. Se l’obiettivo tedesco non è accantonare la Nato ma rilanciare il dialogo transatlantico in tutte le sue articolazioni (dalla dimensione politica dell’Alleanza atlantica all’agenda Ue-Usa), le riunioni al vertice tenutesi a Bruxelles il ventidue febbraio, alla Nato ed alla Ue, sono la conferma che questa linea è oggi condivisa su entrambe le sponde dell’Oceano.
L’Italia, che si è battuta in tal senso sin dal semestre di presidenza Ue nel 2003 e con l’iniziativa per il rilancio della dimensione politica della Nato nella primavera 2004, non può che rallegrarsi di questo sviluppo. Anche per noi, del resto, riaffermare il valore dell’Alleanza atlantica non significa chiudere gli occhi dinanzi al venir meno delle certezze strategiche consolidatesi negli anni della Guerra fredda, dall’affacciarsi di minacce asimmetriche e anche per questo qualitativamente diverse da quelle del passato, dall’emergere dell’Europa riunificata come soggetto sempre più attivo anche sul fronte della politica estera, di sicurezza e difesa, anche nel dialogo transatlantico. A questa realtà la Nato ha mostrato di sapersi adattare con duttilità pari all’efficacia (pensiamo ad esempio al contributo decisivo che essa sta offrendo alla ricostruzione dei Balcani o dello stesso Afghanistan: due teatri di intervento che sarebbero stati impensabili ancora pochi anni addietro). Dell’opportunità di un crescente protagonismo dell’Unione Europea la stessa visita nel nostro continente del presidente Bush costituisce riconoscimento eloquente, che dovrebbe fare giustizia una volta per tutte anche della diffidenza con cui la prospettiva di un’Europa più forte e unita è stata a volte considerata da osservatori d’oltre oceano.
Quanto infine all’eventualità di istituire gruppi di studio ad alto livello per la riforma della Nato, mi permetta una battuta: non occorre ridisegnare il motore ogniqualvolta manca la benzina. È una questione di volontà politica, di ritrovare coesione e chiarezza sui valori da promuovere e gli interessi da tutelare. Vi sono segnali univoci che la benzina sta ritornando ad alimentare il motore del rapporto transatlantico.

Pensa che sia possibile un rapporto di collaborazione fra gli Stati Uniti e l’Unione Europea che elimini gli «strappi» avvenuti durante la crisi irachena da parte dell’«asse franco-tedesco»? Taluni segnali positivi si sono verificati (Risoluzione 1559 e Ucraina, per citarne un paio), ma permangano differenze o divergenze di fondo, dall’embargo di armi alla Cina, allo stesso processo di pace in Medio Oriente.
Stati Uniti ed Unione Europea sono alleati, sono le due facce della stessa medaglia. È comunque più che naturale che interessi, sensibilità e ordini di priorità rispettivi possano talora divergere. È al tempo stesso essenziale preservare l’unità d’intenti di fondo, ed in particolar modo quando vengono in gioco interessi vitali dell’uno o dell’altro. Anche in questa prospettiva il dialogo costante, e quindi la condivisione della strategia assume una valenza fondamentale. Altrettanto fondamentale è che a questo dialogo l’Europa partecipi sì unita, ma con spirito costruttivo. Criticare le scelte degli alleati americani è senz’altro legittimo, ma limitarsi alle critiche rischierebbe di essere, oltre che sterile, controproducente: occorre poi impegnarsi ad indicare delle alternative praticabili e ad assumersi delle responsabilità coerenti con l’obiettivo della loro realizzazione. Gli esempi che ha appena indicato, dall’Ucraina al Libano, vanno proprio, mi sembra, in direzione di quella condivisione di visioni e obiettivi strategici che tutti auspichiamo.

La nuova Amministrazione Usa ha posto al centro delle sue priorità il processo di pace israelo-palestinese, da realizzare nel Broader Middle East esteso dal Mediterraneo a Kabul e a Islamabad. Quali sono i risultati del Foro per il Futuro tenuto a Rabat lo scorso dicembre, e come pensa possa contribuire il processo di Barcellona da un lato e l’Italia dall’altro alla stabilizzazione di questo lungo «arco di crisi»?
L’affermazione, nel cosiddetto Grande Medio Oriente, dei valori universali (e sottolineo universali) su cui poggia la convivenza civile dei Paesi di più avanzata tradizione democratica deve costituire un obiettivo prioritario per tutti. Lo è in special modo per gli Stati Uniti, se è vero che all’atto del suo reinsediamento il presidente Bush ha proclamato solennemente che «la sopravvivenza della libertà nel nostro Paese dipende sempre di più dal successo della libertà negli altri Paesi». È un obiettivo ambizioso e tutt’altro che immediato, che la comunità internazionale, e in particolare l’Unione Europea, non può non condividere e adoperarsi attivamente per contribuire a realizzarlo. Il Foro per il Futuro tenutosi a Rabat lo scorso dicembre ha rappresentato una prima tappa, di grande significato, di un esercizio complesso che punta al coinvolgimento delle società civili, all’interazione positiva con esercizi analoghi (come il Processo di Barcellona, il Dialogo Mediterraneo, la Istanbul Cooperation Initiative della Nato) ed alla valorizzazione delle spinte propulsive «dal basso», piuttosto che all’imposizione esogena di modelli preconfezionati. Per tale motivo, portare a compimento quest’esercizio richiederà tempo e perseveranza. L’Italia è onorata di contribuire in prima persona ad uno dei suoi capitoli più importanti e delicati - il Dialogo per l’assistenza alla democrazia, di cui siamo co-sponsor assieme a Turchia e Yemen -, nell’ambito del quale abbiamo tenuto un primo seminario lo scorso novembre a Roma e contiamo di organizzare, per l’anno in corso, una riunione sul tema-chiave del pluralismo politico, aperta alla partecipazione dei rappresentanti governativi e non-governativi dei Paesi interessati. Il contributo che l’Italia può dare alla diffusione nel mondo arabo-islamico dei capisaldi delle libertà civili e democratiche, come pure alla costruzione di una pace giusta, complessiva e duratura tra Israele e Palestina, è un contributo prezioso, venendo da un Paese che conosce bene la realtà di una regione a noi vicina in tanti sensi, e che forse meglio di altri è in grado di parlare ai popoli che la abitano in spirito di vera comprensione e senza paternalismi.

Sotto il profilo dell’efficacia, pensa che sia più opportuna un’azione comune degli Stati Uniti e dell’Europa in Medio Oriente o che ciascuno continui «la politica dei propri mezzi» (un mix di hard e soft power da parte Usa e il soft power dell’Ue), in modo da non intralciarsi a vicenda? La formula «gruppo di contatto» è più efficace a suo avviso di quella del «Quartet» o no? Quanto comune è la Pesc in Medio Oriente?
In generale direi che le politiche americane ed europee possono essere tanto più efficaci quanto più sono condivise e complementari. Il Medio Oriente è la migliore dimostrazione della validità di questa regola: anche in questa regione l’Europa ha poche possibilità di contare davvero se la sua azione non si integra in maniera armoniosa (quello del Quartetto, pur con tutti i suoi limiti, continua ad essere il foro più completo e potenzialmente efficace) con quella degli Stati Uniti. Il decantato soft power europeo da solo non basta; e mi permetta di aggiungere: l’acquisizione della piena maturità dell’Unione Europea come soggetto politico passa necessariamente attraverso la maturazione della consapevolezza che la credibilità della sua politica estera non può essere demandata al solo soft power. Sulla Pesc in Medio Oriente: certo essa è molto meno «comune» di quanto sarebbe auspicabile; ma sicuramente negli ultimi anni essa è divenuta più comune di quanto lo era sino a pochi anni fa, anche grazie all’apporto equilibrato e paziente della diplomazia italiana.

L’impopolarità degli Usa e soprattutto di Bush che emerge dai sondaggi in Europa è strutturale, dovuta cioè a differenze profonde di valori e interessi, oppure è congiunturale, legata alle decisioni politiche degli Stati Uniti?
Già in passato le opinioni pubbliche europee hanno reagito con sospetto alle politiche di presidenti repubblicani come Nixon e Reagan, salvo a rivalutarle retrospettivamente, riconoscendo a posteriori la giustezza delle loro scelte strategiche. Non so se un giorno accadrà lo stesso anche con George W. Bush: certo è che il compito e la responsabilità dei leader europei non possono consistere nell’assecondare le spinte emotive delle loro piazze, bensì nel gestirle nell’interesse superiore del rafforzamento del partenariato strategico tra le due sponde dell’Atlantico che, come dicevo, è oggi più attuale e necessario che mai.
 

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