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L'ultima chance dell'Africa nera

RISK
di Ludovico Incisa di Camerana
risk n.7 - Giugno - Settembre 2005

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risk7
«L’Africa nera è partita male», annunciava all’indomani dell’indipendenza delle ex colonie africane degli imperi europei un autorevole esperto francese René Dumont. Quarant’anni dopo, considerato il numero dei failed States, degli Stati falliti, dell’Africa subsahariana, considerato il fallimento dei programmi di sviluppo finanziati dagli organismi internazionali, considerate le guerre che non finiscono mai, caratteristiche di certe aree, ed infine considerata un’esplosione demografica che alimenta migrazioni disperate verso le antiche metropoli imperiali, si è tentati di completare in modo altrettanto pessimista il giudizio di Dumont: «L’Africa nera è partita male, ma è arrivata peggio».
Dumont si accusava di essere stato al momento della decolonizzazione troppo ottimista, di avere previsto uno sviluppo dei Paesi africani analogo a quello dei Paesi asiatici, decolonizzati con appena qualche anno di anticipo. Viceversa «l’Africa deve apprendere nello stesso tempo la scrittura e la moneta, l’aratro e lo Stato centralizzato, che l’Asia conosce da lunga memoria, sforzandosi nel contempo di avviare efficacemente la rivoluzione industriale». Il risultato è stato, invece, quello unico di sviluppare non l’industria ma l’amministrazione, che, paurosamente gonfiata, «è divenuta l’industria principale dei Paesi decolonizzati». Quanto scritto da Dumont quarant’anni fa vale ancora oggi: la rivoluzione industriale riuscita in Asia, non è riuscita in Africa.
Un altro specialista di cose africane, il sociologo Georges Balandier, peraltro aveva messo in guardia contro aspettative troppo euforiche. In Africa prevale un tipo di «governo minimo», un governo caratterizzato da una cerchia dominante ristretta, ma debole come potere e autorità. Sempre Balandier aveva ricordato «le tre forze della colonizzazione: l’azione economica, l’azione amministrativa, l’azione missionaria». La decolonizzazione ha separato le tre forze, privilegiando dall’esterno il contesto economico, all’interno il contesto amministrativo, mentre il contesto missionario, ossia il contesto sociale, si è privatizzato governandosi da sé. Le tre forze, si poterebbe oggi aggiungere, non solo sono separate, ma ciascuna di esse difficilmente segue una linea di continuità, una strategia organica, donde, come ricordano nel loro saggio Calchi Novati e Valsecchi, una condizione d’inferiorità: «L’Africa non è un “centro”, bensì una grande periferia, e nella storia globale di oggi rischia di apparire come irrilevante o quanto meno secondaria». Ed ecco il rifiuto della definizione di Hegel dell’Africa come «continente senza storia» e invece la ricerca delle radici, il ricupero della storia africana, la ricostruzione dell’organizzazione socio-politica delle diverse regioni africane nell’epoca precoloniale, il confronto con un Islam che precede l’intervento europeo partendo dal Nord Africa, le prime incursioni degli europei in particolare dei portoghesi, che vedono nell’Africa una fonte d’oro e di schiavi, motivi di attrattiva anche per i mercanti genovesi. Nell’Ottocento l’Africa si inserisce al centro delle tre grandi reti commerciali internazionali, quella atlantica, quella mediterranea, quella dell’Oceano indiano. Tuttavia «fino agli anni settanta dell’Ottocento - sa si fa attenzione per i veri e propri possedimenti europei dell’Algeria, occupata dalla Francia a partire dal 1830, e del Capo, che l’Inghilterra sottrae all’Olanda nel contesto delle guerre napoleoniche e tolta ormai l’ormai flebile presenza portoghese sulle coste di Angola e Mozambico - la presenza politica e territoriale degli europei in Africa è decisamente marginale».
In seguito, escluso un rapporto basato sul commercio degli schiavi, subentra una divaricazione nei rapporti con l’Europa, che non riconosce le legittimità politica degli Stati africani in quanto Stati schiavisti, considerandoli come terra di libera conquista, proprio mentre in Africa era in corso un rafforzamento delle istituzioni statali locali. La geografia colonialista sconvolgerà la geopolitica locale. «I nuovi confini non corrispondono se non in rari casi a limiti politici già esistenti e vengono piuttosto definiti dalla capacità di penetrazione politica e militare delle diverse potenze coloniali, oppure da accordi internazionali che delimitano sfere di sovranità e dirimono contese e controversie di giurisdizione». In sostanza il processo di trasformazione delle società politiche africane in Stati nazionali verrà interrotto. Gli imperi coloniali non terranno conto delle tradizioni, della storia, delle etnie, delle lingue locali appiattendo il tutto in un livellamento generale.Questo antefatto colonialista ha ostacolato dopo l’indipendenza il Nation building, la trasformazione delle ex colonie in Stati vitali, in Stati nazionali. Come rilanciare allora l’Africa Nera? Per raggiungere un risultato positivo, Calchi Novati e Valsecchi suggeriscono di saltare la fase degli Stati singoli e di puntare sull’integrazione continentale, sulla nuova organizzazione comunitaria, l’Unione Africana. La via sopranazionale è, in effetti, la più percorribile, anche per ricuperare lo Stato nazionale.
 

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