Un libro formidabile e allo stesso tempo un po’ irritante, barocco, picaresco e popolaresco nello stile. Lucido e iperazionale nei contenuti. Sempre impeccabile per quanto riguarda dati, cifre, percentuali e algoritmi concettuali - meno per le connessioni desumibili dai medesimi. Scritto dal più famoso columnist americano, Thomas Friedman, che si è recentemente votato al determinismo tecnologico e sforna un libro ogni pochi anni sul tema (Lexus and the Olive tree è la sua ultima fatica prima di questa), vincendo premi Pulitzer e scalando la classifica dei top sellers. In questo ennesimo tentativo si esprime contemporaneamente da ingegnere informatico, sceneggiatore di fumetti, guru geopolitico e collettore di gossip. Il suo meglio lo raggiunge, come al solito, nel ruolo di divulgatore per moltitudini che non leggerebbero mai le terze pagine, ma votano e determinano il sentire comune. Il suo talento per sciogliere le complicazioni e ridurle in tapas facilmente digeribili dall’uomo ordinario è assolutamente unico. Anche questa volta il risultato è, almeno negli Usa, uno straordinario successo di vendite del libro, occhieggiato peraltro da numerosi sopraccigli inarcati da parte della comunità degli intellettuali in servizio permanente, soprattutto di sinistra. La cosa stupisce perché l’autore si è sempre dichiarato un liberal, anche se obiettivamente i suoi entusiasmi per la globalizzazione tecnologica e capital-indotta come chiave di risoluzione di tutti i mali del mondo non rientrano fra i mantra progressisti correnti. Forse a torto, dato che il primo vero ideologo del fenomeno sarebbe stato, secondo l’autore, Carlo Marx, che ha descritto nel suo Manifesto i suoi primi vagiti, con accenti e toni che andrebbero benissimo oggi.
Ma perché the world is flat? Flat sta a significare che il mondo si è oggi livellato completamente, e le distanze di ogni tipo sono state annullate dagli sviluppi tecnologici straordinari ai quali stiamo assistendo. La loro descrizione rappresenta la parte più avvincente del saggio, e occupa centotrenta pagine cruciali. Friedman identifica dieci principali flattener variamente interconnessi che ovunque stanno rimodellando la politica, l’economia, le società, la vita di tutti e di ciascuno. Fra essi, la primogenitura spetta alla caduta del Muro di Berlino, che ha riunificato e omogeneizzato il mondo, arbitrariamente associata - se non altro per motivi cronologici - alla nascita del personal computer. Seguono lo sviluppo dell’informatica distribuita e individuale, generato in larga parte dal mega investimento mobiliare nelle reti a fibra ottica (un trilione di dollari) che ha avuto luogo un po’ dappertutto nel mondo avanzato, all’interno della bolla speculativa degli anni Novanta (ricordate le vicende di Tiscali, chez nous?), nonché l’avvento dei Web browser e dei protocolli aperti di scambio fra i programmi applicativi dei computer, i quali hanno finalizzato il mondo digitale in cui sguazziamo tutti.
Altri flattener sono il sourcing, nelle sue varie declinazioni: open sourcing, come il sistema operativo spontaneistico Linux, outsourcing, la ragion d’essere del circondario di Bangalore, e insourcing, ovvero l’integrazione di catene di fornitura estremamente razionalizzate. Seguono l’off shoring - cioè la delocalizzazione di interi comparti produttivi, soprattutto manifatturieri, che ha nella Cina l’esempio più completo e terrificante - il supply chaining stile Wal Mart (del quale proprio in questi giorni stiamo vedendo l’aspetto meno ammirevole, con le accuse dei sindacati globalizzati di sfruttamento ignobile dei suoi lavoratori-schiavi cinesi) e l’informing - vale a dire Google, Yhaoo! Amazon.com e simili motori di conoscenza.
Chiudono la lista quelli che Friedman definisce, con una delle sue famose iperboli, gli «steroidi» del progresso, ossia i moltiplicatori del potenziale di innovazione che viene fuori dalla sinergia di tutti i fattori summenzionati: videoconferenze, cellulari sempre più perfezionati, Tlc via Internet, telecamere interattive, wireless diffuso a basso prezzo. Per dirla con l’autore, tutto quello che è «digitale, mobile, personale e virtuale».
Le definizioni e le invenzioni del prolifico Tom non si arrestano ai flatteners. La storia moderna del pianeta, da lui rivisitata in modo un po’ arbitrario, viene affettata in tre porzioni, corrispondenti a diversi e crescenti livelli di globalizzazione. La prima, dominata dagli Stati, andrebbe da Colombo all’inizio della rivoluzione industriale (primi dell’Ottocento). La seconda, governata dalle multinazionali e basata sulle macchine, da allora agli albori del millennio in corso. La terza, oggetto del libro, è quella del software diffuso e personalizzato. È destinata ad essere «interpretata», più che «guidata», dagli individui. Ognuno di essi «vicino di casa dell’altro» nel mondo cablato, interconnesso, telematizzato e integrato che permea tutto e tutti.
Quest’ultima interpretazione è certamente condivisibile. Meno le precedenti. Il fatto è che il nostro autore non sembra curarsi troppo delle imprecisioni e degli arbitri finché riesce a mettere a fuoco l’oggi - tecnolgicamente deterministico e non solo. Lo sa fare molto bene, a volte splendidamente - come ad esempio nell’ultima parte del suo lavoro, quando descrive i potenziali impedimenti che potrebbero far franare la sua visione certa e progressiva.
Si tratta dell’un-flat world, del mondo degli esclusi a qualsiasi titolo e misura. Fra i quali spicca la vicenda tragica e assurda della civiltà arabo-islamica che Friedman conosce a fondo, come ebreo e grande giornalista. È una specie di libro nel libro, con rarefatti e quasi casuali riferimenti al tema principale, salvo che per la generale proposizione che, così come è il contesto arabo oggi, è molto difficile possa partecipare in positivo agli straordinari tempi che stiamo vivendo. Il suo principale contributo è costituito dalla globalizzazione del fenomeno terroristico di Al Qaeda, che va nelle direzione opposta dell’intera mirabile costruzione che, secondo l’autore, si profila nel futuro del pianeta. Potrebbe impedirla per sempre. Se Bin Laden o chi per lui riuscisse a mettere le mani su una delle 40mila atomiche tattiche che una volta erano accatastate nei depositi dell’Armata Rossa, l’insourcing, l’off-shoring, il supply chaining e tutti gli altri invasivi anglicismi testé menzionati sarebbero ricordati come una curiosità tecnica o un’occasione perduta (o, come alcuni sostengono, non sarebbero ricordati per niente). Considerazioni analoghe valgono per altre catastrofi possibili: da una guerra inverosimile - ma chissà poi - fra Cina e Taiwan, ad una regressione massiccia della stessa Cina dovuta all’implosione delle sue contraddizioni, all’ impossibilità di accomodare nello sviluppo capitalistico di tipo occidentale i tre miliardi di apprendisti stregoni che stanno premendo, a qualche fenomeno pandemico incontrollabile; a chissà cosa altro.