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Nato/ Controllate il Mar Nero

RISK
di David J. Smith
risk n.7 - Giugno - Settembre 2005

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risk7
A meno di 24 ore dagli attachi su New York e Washington dell’11 Settembre 2001, la Nato comprese che l’obiettivo di quegli atti terroristici era l’Alleanza occidentale nel suo complesso e che ulteriori attacchi sarebbero stati probabili. L’Alleanza invocò, per la prima volta, l’articolo cinque del Trattato di Washington, considerando l’attacco contro l’America come fosse stato contro i diciannove Paesi membri. Giorni dopo, gli aerei Awacs della Nato pattugliavano i cieli statunitensi. Sempre sotto l’articolo cinque, il Consiglio Nord Atlantico il 4 ottobre lanciò l’operazione Active Endeavor, con il duplice obiettivo di monitorare il Mediterraneo orientale e contrastare il traffico di narcotici, armi e persone spesso legato, in maniera indistinguibile, all’attività terroristica. L’applicazione si è rivelata un grande successo, ma ora alcune proposte per estendere Active Endeavor sulle acque del Mar Nero vengono bloccate da Russia e Turchia. Il Mediterraneo, collegato da canali e stretti al Mar Nero e al Mar Rosso, è più ponte che barriera tra i Paesi Nato e il nord Africa, il Levante ed anche oltre. Gruppi terroristici come al Qaeda ed il Pkk finanziano le loro attivita terroristiche con imprese criminali, compresa la pirateria, utilizzando navi che fanno parte delle loro flotte. Inoltre, dopo l’11 Settembre sono emersi indizi che farebbero pensare ad azioni di al Qaeda, per lo speronamento e l’attacco di unità, sia militari - come quello contro la Uss Cole nel Duemila - che civili, come petroliere o navi da crociera, fino all’esplosione intenzionale di vascelli in punti strategici, oppure attacchi aerei e sottomarini di navi.
L’Hizbullah curdo aveva realizzato gli attacchi ad Istanbul, nel 2003, solo perché la nave da crociera israeliana, che era l’obiettivo originale, non aveva attraccato al porto d’Antalya a causa del cattivo tempo. Basterebbe solamente ricordare l’atto di pirateria, subito da un traghetto del Bosforo, portato a compimento da guerriglieri ceceni nel 1996, e le più recenti rivelazioni di un bazar nucleare organizzato da Abdul Qadeer Khan, per disegnare un scenario di incubo.
Active Endeavor è attualmente sotto il comando italiano dall’ammiraglio Roberto Cesaretti, comandante della componente navale delle forze Sud della Nato, il cosiddetto Comnavsouth, di cui fanno parte unità militari di Germania, Grecia, Italia, Paesi Bassi, Regno Unito, Stati Uniti e Turchia. Hanno sorvegliato la navigazione di decine di migliaia di vascelli e, in accordo con il diritto internazionale, ispezionato a bordo le navi sospette. La missione era quella di intercettare e sopprimere le attivita criminali nel Mediterraneo e di scortare e proteggere il traffico autorizzato. Un’attività che ha anche permesso alla Nato di realizzare un quadro accurato del traffico nel Mediterraneo, essenziale per eventuali azioni antiterroristiche. L’operazione ha avuto tanto successo che nel 2003 è stata estesa allo stretto di Gibilterra - coinvolgendo Danimarca, Norvegia e Portogallo - e all’intero Mediterraneo l’anno successivo. Nello stesso periodo è stata promossa la partecipazione dei Paesi aderenti alla Partnership for peace e al Mediterranean dialog. Algeria, Israele ed Ucraina hanno partecipato subito e, dopo complessi negoziati, anche la Russia. Quest’ultima ha voluto esentare le proprie navi commerciali dalle ispezioni, perno dell’operazione, chiedendo poi, attraverso il Consiglio Nato-Russia, il controllo di Active Endeavor, con la richiesta del pagamento delle spese da parte dell’Alleanza. Pretesa rifiutata dalla Nato. Alla fine è stato necessario elaborare una «strana» procedura, secondo cui la Marina russa non opererebbe agli ordini dell’ammiraglio italiano, ma a comando congiunto.
Il vero problema nasce tuttavia il 7 giugno 2004, quando l’Ammiraglio Ferdinando Sanfelice di Monteforte, allora Comnavsouth, ha fatto sapere che in un vertice degli Stati maggiori delle Marine militari del Mar Nero, Russia inclusa, si era deciso di estendere Active Endeavor all’area a partire dal 2006. Una scelta improntata al buon senso, perché il Mar Nero connette il Mediterraneo a regioni dove prospera quel tipo di criminalita bersaglio di Active Endeavor. In particolare destano preoccupazione i piccoli e autoproclamati Stati mafiosi, come Transdinestria e Abkhazia.
«La Russia non ne comprende la ragione», la risposta del ministro alla Difesa russo, Sergei Ivanov, ad una riunione del Consiglio Nato-Russia due giorni dopo. La controproposta di Mosca fu quella di dare un mandato antiterrorista alla Blackseafor. Una proposta considerata poco credibile, poiché la Blackseafor esercita le sue funzioni di controllo solo un mese l’anno, sotto un comando a rotazione annuale tra le Marine militari dell’area. E Mosca aveva tanta considerazione per questa forza navale congiunta da riaprire il traffico marittimo con l’Abkhazia e consegnare alle autorità autoproclamate di Sukhumi una nave da guerra, proprio nel 2004, anno in cui la Georgia ottenne il commando di Blackseafor.
Ancora più sorprendente è che l’alleato Nato turco si è schierato a fianco della Russia in questa opposizione. Ankara ha affermato di temere l’erosione della Convenzione di Montreux del 1936. In realtà nulla in quel trattato proibiva il transito di una forza Nato, di dimensioni ridotte, per gli stretti anatolici. Infatti una piccola task force condotta dal cacciatorpediniere USS Mahan ha recentemente effettuato alcuni scali estivi nei porti del Mar Nero. Un’operazione Nato congiunta tra Georgia, Ucraina e Russia potrebbe dunque essere molto efficace nella lotta al terrorismo.
Purtroppo, «alla Turchia appare conveniente un condominio navale turco - russo nel Mar Nero» scrive Vladimir Socor. Ma gli interessi turchi e russi non coincidono. È possible che quest’ultima dovrà infatti lasciare il suo quartiere generale nel porto di Odessa anche prima del previsto (il 2017), ed è facile capire che l’atteggiamento di Mosca sia più conseguenza di un ansia post-imperiale che non della lotta al terrorismo. va inoltre precisato che le enclave criminali, come la Transdniestria e l’Abkhazia, esistono solamente in quanto appoggiate da Mosca.
Per quanto riguarda gli stretti turchi, la Russia si è opposta costantamente a regolamentazioni di sicurezza da quando la Turchia le impose nel 1994. Tali misure di sicurezza non sono incoerenti con la Convenzione di Montreux e sono assai ragionevoli per gestire un traffico di 50 mila unità navali l’anno. Inoltre, Mosca non ha appoggiato progetti per oleodotti e metanodotti, che avrebbero alleggerito il traffico petrolifero negli stretti.
Oltre il Mar Nero, la Russia continua a proteggere le ambizioni nucleari dell’Iran, che sono probabilmente il piu grande rischio per la sicurezza turca nel medio periodo.
Nel frattempo la vera lotta contro la criminalita ed il terrorismo sul Mar Nero rimane debole, e Ankara ha tutto da perdere in questa situazione. Basterebbe immaginare un attacco, nel punto piu stretto del Bosforo, come quello eseguito contro il supertanker francese M/V Limburg, nel 2002! Certo, la Turchia mantiene un controllo sulla sicurezza attraverso l’operazione Black Sea Harmony all’imbocco settentrionale del Bosforo, ma sarebbe molto più efficace un monitoraggio - con l’aiuto degli alleati - lungo tutto il bacino del Mar Nero. La Turchia, invece, dovrebbe «fare quadrato» con i nuovi membri Nato, come Bulgaria e Romania, invitando la partecipazione della Georgia, dell’Ucraina e anche della Russia.
 

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