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Sud America/ Bolivia sotto controllo

RISK
di Riccardo Gefter Wondrich
risk n.7 - Giugno - Settembre 2005

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risk7
Quando si parla di Africa, il refrain è quello della povertà, del sottosviluppo economico, dei problemi del debito estero, delle malattie endemiche. Ogni tanto si aggiungono in seconda battuta commenti sui processi politici in fieri, sul difficile percorso della democratizzazione del continente e, si disconoscono perfino i risultati tanto faticosamente raggiunti.
La democrazia è vista come elemento aggiuntivo, da utilizzare in alcuni frangenti come «leva condizionante» (basti pensare al vertice franco-africano a La Baule nel giugno 1990 quando Mitterrand promise per la prima volta aiuti in cambio di rispetto di pluralismo e libertà fondamentali), da sacrificare in altri casi come bene di scambio, qualora precluda il perseguimento di interessi economici esterni, ritenuti superiori al rispetto dei diritti dei popoli africani.
È cosa ben nota nel mondo occidentale che la democrazia, intesa come «governo del popolo e per il popolo», per concretizzarsi in modo liberale richieda tra l’altro: divisione e controllo dei poteri, libertà di pensiero e di espressione, libertà di associazione, multipartitismo, rispetto dei diversi credo religiosi, partecipazione politica aperta a tutte le classi sociali, uguaglianza di fronte alla legge, indipendenza giudiziaria, svolgimento periodico di elezioni libere e corrette, informazione pubblica trasparente. Come si applicano questi criteri in Africa?
Di fronte ai golpe che si susseguono con ciclicità nel continente (da ultimo nell’agosto scorso in Mauritania), ai governi autoritari che si perpetuano per decine di anni secondo logiche di clan o familiari (Togo, Gabon, Camerun), alle violenze contro popolazioni inermi o contro particolari etnie (Rwanda, Sudan), alle ripetute pressioni sulla stampa ed i mass media (Burkina Faso, Ciad, Etiopia, Gabon, Guinea, Somalia, Zimbabwe), alla dilagante corruzione che impedisce un sano sviluppo economico (Kenya, Nigeria), cosa dire dello stato di salute della democrazia africana?
La realtà odierna conferma le amare parole di Mobutu Sese Seko di un trentennio fa, secondo cui «la democrazia non è per l’Africa»? Convalida il commento paternalista di Jacques Chirac in visita in Costa d’Avorio due anni dopo la caduta del muro di Berlino, secondo il quale nonostante l’effervescenza dei primi tentativi, gli Stati africani non sarebbero stati ancora pronti per la democrazia? Nel 2005 è ancora valida la tesi espressa nel 1994 dallo scrittore David L. Peterson, secondo cui «L’Africa non è pronta per la democrazia. Gli africani non la vogliono né la capiscono. Ciò di cui l’Africa ha realmente bisogno è cibo, stabilità e sviluppo (...). La democrazia è un’altra imposizione dell’Occidente (…)»?
Oppure l’esperienza sudafricana portata avanti da Mandela e Mbeki, gli esperimenti di Botswana e Ghana sono prove tangibili che c’è la possibilità di costruire una democrazia africana?
Prima di iniziare una qualsiasi riflessione è bene riconoscere che non esiste un parametro di paragone unico: ogni Paese con la sua storia e con le sue tradizioni, assorbe e rielabora i riferimenti della governabilità (gli Stati africani sono campioni di sperimentazione di forme politiche ibride!). Inoltre è utile ricordare che il continente è composto da cinque macro-regioni diverse per geografia e storia, che le problematiche di ognuna di esse sono distinte da quelle delle altre.
Come testimoniato da illustri studiosi, nella fase precoloniale sono state riconosciute diverse forme democratiche nella gestione del bene comune all’interno dei villaggi. Joseph Kizerbo ricorda il continuo dibattito, la partecipazione per gruppi ai processi decisionali, la distribuzione del potere. È pur vero che tali modelli sono stati distrutti o alterati dal periodo coloniale e postcoloniale, che con le ondate dell’indipendenza e la formazione dei primi governi endogeni si è avuto un riassetto politico del continente, ma che ne è dell’eredità della «democrazia sotto le palme»? Ben poco, o quantomeno, ci sono segnali contrastanti.
Da un lato c’è il multipartitismo, c’è il movimento crescente della società civile che chiede giustizia, c’è il richiamo costante alla good governance nei documenti ufficiali, dall’altro perdura la personificazione dello Stato, la cleptocrazia, il controllo pressante operato dai governi centrali sui mass media. Accanto alle «isole felici» del Botswana, del Ghana, del Mali, del Mozambico, del Senegal, del Sud Africa, della Tanzania, che appaiono democrazie ormai consolidate con buoni tassi di sviluppo, permangono ancora le zone buie di Zimbabwe, Gabon, Camerun.
Come non riconoscere tuttavia il lavoro fatto tra mille difficoltà da Festus Mogae, John Kufour, Abdoulaye Wade, Thabo Mbeki?
I risultati ci sono e sono chiari. Le elezioni presidenziali in Ghana del novembre scorso hanno riconosciuto l’impegno e la dinamicità del leader Kufuor nell’area occidentale.
Sempre nel 2004, nella primavera si è festeggiato il decennale della fine dell’apartheid in Sud Africa: il binomio Mandela-Mbeki, seppur per alcuni versi antitetico, ha consolidato in poco tempo la democrazia in Sud Africa. L’obiettivo è ora quello di far progredire la classe media imprenditoriale locale e rilanciare lo sviluppo dal basso.
Nigeria, Rwanda ed Uganda sono in zone grigie, grazie al carisma personale dei rispettivi presidenti (Obasanjo, Kagame e Museveni), che giocano abilmente sul piano politico internazionale ed ottengono riconoscimenti inimmaginabili se rapportati al reale vissuto all’interno degli Stati. Che dire infatti della «formula democratica del partito unico» di Museveni? Per non parlare della situazione in Etiopia, in cui Meles Zenawi continua a guidare il Paese, forte del supporto occidentale che premia l’impegno contro il terrorismo internazionale, ma che non pone limiti al controllo della stampa operato dall’Amministrazione oppure alla repressione contro i manifestanti che hanno tentato di opporsi ai risultati elettorali dello scorso maggio.
A parte i singoli case studies, cosa dire a livello regionale? L’Economic Community of West African States - Ecowas ha ottenuto un buon risultato in Togo imponendo il ritorno alla normalità dopo la morte del Presidente Eyadema, mentre la Southern African Devlopment Community - Sadc si dimostra inefficiente non ottenendo da Mugabe il rispetto di principi basilari in Zimbabwe.
Ad oggi il meccanismo più completo per un controllo della sana e corretta gestione dei Paesi africani è l’African Peer Review Mechanism previsto nel New Partnership for Africa’s Development (piano che propone una rinascita africana basata su ownership e partnership). Il meccanismo in questione prevede che una commissione composta da esperti africani esamini per un semestre lo stato di democrazia, economia, sviluppo nei singoli Paesi e poi renda pubblico tale verdetto. Un esame tra pari che dovrebbe indurre i governanti a dare atto del loro impegno in una corretta gestione del Paese. Peccato che per ora aderiscano a tale meccanismo solo una ventina di Stati e che al momento siano stati esaminati solo Kenya e Rwanda….! L’auspicio è indubbiamente che anche le altre nazioni del continente accettino un tale esame e che la commissione di esperti possa operare veramente in modo libero e trasparente. Ma quando ciò sarà possibile…? Questo quadro dimostra che non si possono omogeneizzare i sistemi democratici africani, che la democrazia non si costruisce «con lo stampo» ma che le sue idee si propagano e si rielaborano. Diversi i punti da trarre come lezione: il multipartitismo (oggi per lo più presente in Africa) è un requisito indispensabile ma non essenziale e non significa automaticamente democrazia; l’omogenità etnica può facilitare la formazione di governi democratici (vedasi il caso del Botswana); spesso, ma non sempre, la democrazia si accompagna a tassi crescenti di sviluppo; la democrazia, laddove si è affermata, lo ha fatto grazie alla forza delle individualità, di uomini politici lungimiranti che hanno anticipato le richieste della società civile. Il percorso è stato lungo e forse è ancora incompiuto. Nuovi traguardi e nuove sfide attendono l’Africa a breve e medio periodo, a livello elettorale (Liberia, Costa d’Avorio, Repubblica democratica del Congo, Nigeria) e di funzionamento concreto di governo (Somalia, Guinea Bissau).
Indubbiamente la democrazia «su misura» comporta tempi lunghi, aggiustamenti continui e mirati ma l’esempio dei traguardi raggiunti da altri partner continentali potrebbe essere la spinta vincente per raggiungere una democrazia propriamente africana entro il prossimo cinquantennio.
All’inizio dello scorso mese di giugno la situazione interna della Bolivia pareva incontrollabile. Per tre settimane differenti movimenti civili e sindacali organizzarono una serie di violenti scioperi e interruzioni delle più importanti arterie di transito del Paese. La definizione di una nuova cornice legale per l’estrazione e l’utilizzo delle riserve di gas e l’opposizione alle richieste di maggiore autonomia politica ed economica avanzate dalle ricche province orientali costituivano l’oggetto principale delle proteste. Differenti cleavages socio-economici si sommarono in un crescendo di tensione sociale, fino a costringere il Presidente Carlos Mesa a rinunciare all’incarico, cedendo così alle richieste dei moti di piazza. L’unica via d’uscita pacifica fu la formazione di un governo elettorale guidato dal presidente della Corte Suprema, Eduardo Rodríguez Beltzé. Il 4 dicembre prossimo si rinnoveranno quindi Governo e Parlamento. Sette mesi più tardi, il 2 luglio 2006, la popolazione sarà chiamata ad eleggere un’assemblea costituente e a pronunciarsi tramite referendum sull’autonomia politica dei governi provinciali.
L’esito della competizione elettorale potrà avere riflessi importanti sugli equilibri politici ed energetici del continente sudamericano. La Bolivia, infatti, riposa sul secondo maggiore giacimento di gas naturale dopo il Venezuela, e abbisogna di importanti investimenti internazionali per l’estrazione, la raffinazione e la distribuzione del gas. La nuova legge nazionale sugli idrocarburi ha introdotto un regime di «produzione condivisa», elevando le imposte statali e le royalties provinciali fino al cinquanta per cento delle entrate delle imprese straniere, e obbligando le imprese a modificare i contratti in vigenza con lo Stato entro metà novembre. Le compagnie straniere parlano di vera e propria confisca dei propri investimenti. L’elevato prezzo internazionale del petrolio costituisce tuttavia un incentivo per rimanere ad operare in Bolivia, a dispetto dell’instabilità politica. In tale situazione, esiste un grande interesse da parte del governo venezuelano di Hugo Chávez per inserire le riserve gasifere della Bolivia nel disegno di una futura compagnia petrolifera sudamericana: Petrosur. Qualora le imprese europee e statunitensi dovessero decidere di re-indirizzare altrove i propri investimenti, crescerebbe lo spazio d’azione per la venezuelana Pdvsa e la brasiliana Petrobras, soprattutto nel settore della raffinazione. Chávez non fa mistero del proprio appoggio al massimo rappresentante del Movimiento al Socialismo Evo Morales, uno dei principali candidati alla presidenza. Morales è un sostenitore della «democrazia partecipativa» oggi applicata in Venezuela e della nazionalizzazione delle risorse energetiche del Paese.
I partiti tradizionali stanno evidenziando una grande difficoltà a rappresentare le istanze dell’elettorato e captarne il gradimento, e la campagna elettorale si va polarizzando sempre più attorno a tre candidati principali. Numerosi sondaggi danno Morales al secondo posto, preceduto dall’ex-presidente Jorge Quiroga, in rappresentanza del Poder Democrático Nacional (Podemos), organizzazione politica che racchiude il partito di centro destra Alianza Siglo XXI, lo storico Acción Democrática Nacional e altre forze politiche. Il terzo contendente è l’imprenditore Samuel Doria Medina, un outsider di centro della politica boliviana che punta molto sul sentimento di rifiuto dell’elettorato verso i partiti tradizionali.
La competizione tra Quiroga e Morales riflette la divisione oggi in essere in America Latina tra una socialdemocrazia pragmatica e pro-mercato che ha nel Presidente cileno Ricardo Lagos il proprio epigono, e un’alternativa dichiaratamente socialista ispirata (e sovente finanziata) dalla crescente proiezione internazionale del presidente venezuelano Hugo Chávez Frias.
Il denominatore comune di tutti i candidati è un distacco, almeno in termini dialettici, dal cosiddetto modello economico neo-liberale identificato con la gestione dell’ex-presidente Gonzalo Sánchez de Lozada. La loro leadership è tuttavia assai debole, e diversi gruppi di pressione si stanno organizzando guidati più da opportunismo elettorale che da una reale logica democratica. Qualora nessun candidato ottenga la maggioranza assoluta dei suffragi al primo turno, spetterà al nuovo Congresso eleggere il Presidente tra i primi due arrivati. Nel caso, verosimile, in cui sia Quiroga ad ottenere un maggior numero di suffragi ma Evo Morales riesca ad accrescere il proprio seguito in seno al Parlamento grazie ad una accorta politica di alleanze a livello nazionale, sarà difficile per l’esecutivo poter governare il Paese.
Il referendum sulle autonomie provinciali rappresenterà un passaggio chiave. In quell’occasione vi è il rischio che si riproponga la contrapposizione tra gli abitanti dell’altopiano andino occidentale - i collas -, in prevalenza di origine quechua e aymara e raccolti attorno ai movimenti sindacali di El Alto - a pochi chilometri da La Paz -, e le popolazioni di discendenza creola delle pianure orientali chiamate cambas. I canditati presidenziali sono consci della necessità di dover formulare una proposta politica unitaria per superare l’antagonismo Oriente - Occidente, incorporando un candidato alla vice-presidenza di matrice politica e sociale differente dalla propria. Pare essere questo l’antidoto identificato per disinnescare, o almeno congelare, il crescente conflitto sociale latente in Bolivia.