Politica e identità spirituale, richieste di perdono e atti d’accusa, riesumazioni e commemorazioni. La Serbia si avvicina all’appuntamento con il futuro, a quell’avvio dei negoziati per l’accordo di stabilizzazione e associazione con l’Unione Europea che, previsto per ottobre, potrebbe rappresentare il primo, auspicato passo verso l’adesione, riscoprendo atteggiamenti e sensibilità che ai più suggeriscono il riemergere di un ruolo di «potenza regionale», di una visione apparentemente belgradocentrica, fortemente influenzata dalle vicende che l’hanno proiettata, negli scorsi decenni, in una sorta di grandeur balcanica.
Il Governo democratico del premier Vojslav Kostunica si è trovato attore, non sempre involontario, di dispute e tensioni in uno scacchiere regionale che, in queste settimane, ha vissuto la nemesi storica degli anniversari e delle ricorrenze, dalla strage di Srebrenica in Bosnia Erzegovina all’Operazione Tempesta in Croazia.
Un primo elemento di proiezione regionale serba è il risultato del talvolta complesso sovrapporsi di potere politico ed autorità spirituali tipico dell’Ortodossia. La Chiesa nazionale ortodossa serba si trova infatti a svolgere un ruolo nelle diverse repubbliche ex-jugoslave che, in termini impliciti più che espliciti, viene riferito direttamente alle autorità (e ai disegni) politici belgradesi. La condanna ad un anno e mezzo di reclusione decisa dalla giustizia macedone nei confronti dell’arcivescovo serbo-ortodosso Jovan, reo, secondo i tribunali di Skopije di incitamento all’odio etnico e religioso, la polemica sui super-ricercati Radovan Karadzic e Ratko Mladic in Bosnia, e sulle dichiarazioni in merito del Patriarca Pavle e, soprattutto, la disputa con le autorità montenegrine in merito alla costruzione di una chiesa sul monte Rumija, ritenuta da Podgorica altamente offensiva per il significato anti-ecumenico, hanno acceso la miccia delle mai sopite tensioni regionali.
Sul fronte macedone il ministro serbo degli investimenti, Velimir Ilic ha ufficialmente dichiarato il blocco della concessione in leasing di due aerei alla compagnia di bandiera di Skopije, mentre, secondo fonti macedoni, gli stessi Kostunica e Tadic avrebbero condizionato la possibile visita istituzionale (tradizionale una volta l’anno) del presidente macedone Crvenkovski, in Serbia alla liberazione di Jovan.
Il fronte bosniaco ha visto un esplicito intervento del patriarca di Belgrado Pavle in difesa dei familiari di Karadzic, vittima, secondo la massima autorità serbo-ortodossa, di «insopportabili pressioni (…), ricatti, abusi, detenzioni illegali» da parte delle forze militari multinazionali che si trovano ad operare in supporto all’azione del Tribunale penale per i crimini commessi nella ex-Jugoslavia.
Sul fronte montenegrino, invece, si è registrato un impennarsi della tensione, stante l’appoggio ufficiale (e logistico) che l’esercito de facto serbo di stanza a Bar avrebbe dato al patriarcato serbo-ortodosso nella costruzione dell’edificio ecclesiastico sul monte Rumija, luogo tradizionalmente votato all’interconfessionalità ed all’interreligiosità. Quella che secondo il quotidiano di Podgorica Vijesti, sarebbe la prima di una serie di costruzioni (altre sarebbero in progetto sui picchi di Bjelasicak, del Durmitor e del Komovi) rivelerebbe, secondo il primo ministro montenegrino Milo Djukanovic, una «violenta offensiva» che intreccia politica e simboli da parte della Chiesa ortodossa serba, e più in generale di Belgrado. Più esplicito l’esponente del Partito socialdemocratico (Dps) Miodrag Vukovic, che senza giri di parole accusa il patriarcato serbo-ortodosso di «essere diventato violento ed aver lanciato un’offensiva per rovesciare il Montenegro a livello politico e civile. Non si tratta di incidenti isolati, ma di una politica organizzata contro la democrazia montenegrina. La costruzione di edifici religiosi sulle vette del Paese dimostra che la Chiesa vuole accreditarsi come entità al di sopra dello stato, delle leggi e della società». Il Governo ha conseguentemente emesso un ordine di abbattimento dell’edificio sul monte Rumija, contro il quale l’arcivescovo serbo-ortodosso Amfilohije ha presentato immediato ricorso.
A gettare benzina sul fuoco si sono messe alcune dichiarazioni del ministro degli Esteri montenegrino Miodrag Vukovic che avrebbe riferito di un piano serbo di destabilizzazione del Montenegro, «soprattutto alla luce del crescente radicalismo di forze clerical-nazionali (serbe) e ortodosse fondamentaliste». Vesna Pesic, Vladan Batic e Nenad Canak, tre ex leader politici serbi, oggi a capo di un’influente Ong «5 ottobre» (dalla data della «rivoluzione democratica serba») hanno letto tali atti nella logica di una strategia serba tesa a creare i presupposti per un’instabilità montenegrina in vista del referendum per l’indipendenza che dovrebbe svolgersi nel 2006 e che potrebbe portare ad una sorta di divisione del Montenegro in entità, sul modello della Bosnia Erzegovina, con un Nord del Montenegro disegnato sul modello Republika Srpska.
L’altro tassello della politica di neo-preminenza regionale da parte di Belgrado sarebbe da leggere in quella sorta di «geopolitica delle commemorazioni» che ha caratterizzato il decennale del massacro di Srebrenica e il decennale dell’operazione Oluja - Tempesta.
Da più parti è stato notato come la richiesta di perdono di Tadic in occasione della commemorazione svoltasi a Srebrenica sia stata pronunciata «sottovoce», testimoniando il semplice auspicio che la Serbia si distanzi definitivamente dalle azioni commesse in suo nome nella guerra di fine XX secolo. Al non riconoscimento di un ruolo attivo e diretto delle forze serbe nel massacro di Srebrenica (che ha suscitato non poche perplessità) è corrisposta un’altrettanto controversa polemica sull’operazione Tempesta, che in tre giorni riportò sotto il pieno controllo di Zagabria la regione croata delle Kraijne causando, secondo stime delle organizzazioni umanitarie, la morte di almeno 400 civili (mentre per Belgrado sono oltre 2 mila), la distruzione di 20 mila case serbe e l’abbandono della regione da parte di circa 250 mila serbi. Il primo ministro serbo Vojislav Kostunica ha bollato tale operazione come «la più grande pulizia etnica dalla seconda guerra mondiale»; sulla stessa linea il ministro degli Esteri Vuk Draskovic, che ha definito l’operazione Tempesta «un crimine di pulizia etnica e pertanto non esistono ragioni di stato o umane per celebrarlo». Il riferimento andava alle celebrazioni della «Giornata della vittoria e del ringraziamento patriottico», secondo la dizione ufficiale del calendario croato svoltesi in quei giorni a Knin, capitale della Kraijna. Zagabria a sua volta ha sottolineato come «la maggiore responsabilità per l’esodo dei serbi di Croazia nel 1995, pesa sui fautori della Grande Serbia che hanno manipolato il loro popolo» e ha bollato come «inopportune» le dichiarazioni di Kostunica e degli altri esponenti di governo.
I Balcani, dunque, alla vigilia di una nuova stagione di tensioni? Sembra ragionevole in realtà leggere nel comportamento della leadership serba l’obiettivo di riaccreditarsi quale attore primario della regione in vista delle prossime scadenze (negoziati con Ue, negoziati con leader albano-kosovari, referendum montenegrino) mentre va accolto positivamente il richiamo che nelle settimane successivo è stato fatto da ambo i lati al cammino percorso: basti pensare che fra Serbia e Croazia, primi attori del dramma balcanico di fine Novecento vi sono stati significativi progressi nei rapporti bilaterali fra cui l’abolizione dei visti e la sensibile crescita dell’interscambio economico. Le scadenze delle prossime settimane potranno chiarire lo scenario.