Se mai ve ne fosse stato bisogno, gli attentati londinesi del mese di luglio, e le successive minacce contro la comunità occidentale da parte del terrorismo internazionale di matrice islamica, hanno richiamato l’attenzione dei cittadini e dei decisori politici europei sulle problematiche di sicurezza.
Il coro delle reazioni registrate sinora è piuttosto cacofonico: mentre alcuni tentano legami con tematiche di altra natura, giungendo al paradosso di accollare alle nazioni vittime le responsabilità dei carnefici, sul fronte opposto iniziano a radunarsi i sostenitori della tesi dello «scontro di civiltà», la self-fulfilling prophecy più in voga in questo momento.
L’appetito per soluzioni facili e possibilmente rapide, unita all’ansia di mostrare agli elettori che «qualcosa è stato fatto», ha già portato alcuni Governi a adottare soluzioni quantomeno parziali, se non palesemente inutili o controproducenti, talora dettate da finalità ben diverse rispetto al nobile intento del contrasto del terrorismo.
In molti ripropongono la ben nota ricetta «minori libertà (per tutti) = maggior sicurezza», spacciandola come l’unica soluzione praticabile. Così facendo, segnano un clamoroso autogol, garantendo il raggiungimento del primo obiettivo posto dagli attentatori.
Questo non significa che non vi debbano essere riforme anche radicali del modo in cui la componente della sicurezza debba essere immediatamente integrata in modo non sporadico in ogni processo di natura istituzionale, politica, giuridica, sociale, economica ed organizzativa. Nella maggior parte dei casi si tratta di cambiamenti che restringono gli ambiti di discrezionalità di taluni poteri (per esempio, la definizione di terrorismo applicabile in un contesto giudiziario), spesso con misure limitate nello spazio e nel tempo (legate all’imminenza di un potenziale attacco).
La caratteristica comune delle misure antiterrorismo efficaci è di essere focalizzate e non generali (discriminano l’obbiettivo e non tentano un improbabile controllo orwelliano su tutti), nonché dinamiche (dal momento che vi è un chiaro limite all’«indurimento» di tutti i possibili obiettivi) e legate alla prevenzione (operazioni di intelligence) piuttosto che all’accertamento e punizione del reato (pur importante). La difesa del sistema democratico liberale deve essere fatta con gli strumenti e i mezzi propri dello stato liberale democratico.
La vera alternativa quindi rimane «maggior collaborazione = maggior sicurezza»; è chiaro che un simile disegno non va applicato solo a livello nazionale, sebbene vi sia certamente bisogno anche di questo, quantomeno in Italia.
Da questo panorama, infatti, emerge con sempre maggior forza un dato di fatto: gli Stati nazionali sono sempre meno capaci di affrontare questa minaccia che ha assunto caratteristiche di permanenza nel lungo periodo e dimensione sovranazionale.
L’Unione Europea, insieme agli Stati membri, cui compete tuttora in prima battuta la sicurezza e la difesa, sta sviluppando una propria politica di sicurezza dei cittadini, nonché assumendo iniziative di politica estera finalizzate al contenimento del fenomeno ed alla ricerca di supporto da parte degli Stati in cui avviene il nutrimento ideologico e il supporto per le attività terroristiche dei gruppi locali (Pakistan in primis).
Le misure adottate sinora sono evidentemente insufficienti, così come scarsi sono i fondi dedicati; la colpa tuttavia non sta principalmente a Bruxelles, ma nelle capitali nazionali, restie ad impegnarsi nel nome della difesa di una sovranità nazionale sempre più vuota di significato reale.
Il coordinatore antiterrorismo è una figura importante, ma le risorse a sua disposizione sono certamente insufficienti; i tentativi di creare strumenti giuridici comuni continuano a cozzare con le consolidate realtà nazionali; lo sforzo di definizione del fenomeno terroristico, base importante per la collaborazione di polizia e giudiziaria, non ha sinora dato frutti.
Dal punto di vista organizzativo, la strada verso una stretta collaborazione europea fra forze di intelligence, polizia e sicurezza nazionale è irta di ostacoli, legati principalmente alla carenza di fondi e di consuetudini. Si tratta in definitiva di dare sostanza alla Clausola di solidarietà presente nel Trattato Costituzionale, inopinatamente bocciato da Francia e Olanda.
È evidente interesse dell’Italia, Paese esposto forse più di altri alla minaccia terroristica, contribuire agli avanzamenti di questo processo, da un lato apportando importanti modifiche al suo assetto organizzativo di sicurezza nazionale e garantendo maggiori fondi, dall’altro assumendo la leadership delle iniziative europee menzionate. La presenza di un Commissario europeo di nazionalità italiana, Franco Frattini, in uno dei posti chiave per queste evoluzioni, il portafoglio Giustizia ed Affari Interni, dovrebbe spingere con forza ancor maggiore in questa direzione.