Il gap tecnologico tra Stati Uniti ed Europa non è omogeneo nei diversi settori, perché in qualche caso gli europei sono all’avanguardia, ad esempio nell’ala rotante. Tuttavia un divario complessivo esiste e tende ad ampliarsi a causa dell’incapacità da parte europea di accantonare l’archeonazionalismo per combinare le risorse, i cervelli e le capacità tecnologiche. Questo accade anche nei settori relativamente «nuovi» e più promettenti. Sintomatico quanto sta avvenendo nel campo dei velivoli robotica, gli Uav (Uninhabitated air veicle) da sorveglianza e ricognizione e i loro cugini da combattimento, gli Ucav (Uninhabitated combat air veicle), per non parlare delle macchine ad ala rotante, gli Ucar (r = rotorcraft). Gli Usa, pur continuando a investire immense risorse nello sviluppo e produzione di nuovi velivoli pilotati, hanno intrapreso con decisione la strada del velivolo non pilotato. Sono partiti alla chetichella già dalla Guerra del Golfo del 1991, sfruttando in larga misura sistemi, esperienze e concetti messi a punto nella vera culla degli Uav, Israele, ma ormai procedono in autonomia.Un recente studio del Pentagono dedicato a delineare una strategia a lungo termine, fino al 2030, per questi sistemi prevede una crescita continua in termini quantitativi e di capacità. E se magari l’auspicio di riuscire a ridurre drasticamente i costi rischia di rimanere tale, non c’è dubbio su una diffusione sempre più ampia di mezzi di ogni tipo, ruolo e costo. Il che comporta investimenti massicci e la mobilitazione delle capacità industriali e tecnologiche nazionali.Si pensi che nell’intero scorso decennio gli Usa hanno speso circa tre miliardi di dollari in velivoli senza pilota. Il bilancio del Pentagono di quest’anno prevede una spesa di due miliardi, solo per acquisizione di sistemi. Fino al 2011 sono previsti altri tredici miliardi di dollari. E se attualmente gli Uav/Ucav in servizio sono circa 250, già nel 2015 si prevede che i velivoli in linea saranno almeno 1.400.
Un’accelerazione di questo tipo, che affianca la ricerca e sviluppo a lungo termine all’acquisizione di sistemi già pronti ed al massiccio impiego operativo degli stessi (tra Iraq ed Afghanistan oltre venti tipi di Uav hanno già effettuato oltre 100 mila ore di volo) consentirà agli Usa di conquistare una marcata superiorità sul resto del mondo.
Come ha reagito l’Europa di fronte a questa nuova sfida? In teoria, trattandosi di terreno vergine, avrebbe ben potuto impegnarsi per mantenere una piena parità con i partner oltre atlantici, ma naturalmente ciò non è avvenuto. Per qualche tempo si è rimasti alla finestra, poi, complice anche l’esigenza di sostenere le operazioni militari in corso in Afghanistan come in Iraq, si è corsi ai riparti. Sono stati sviluppati diversi sistemi di gamma medio-bassa oppure si è cercato di acquistare off the shelf quanto offerto sul mercato (l’Italia ha acquistato un piccolo numero di Predator della General Atomics statunitense, altri Paesi hanno puntato su prodotti israeliani, come ha fatto ancora recentemente la Gran Bretagna per il programma Watchkeeper) o ancora ci si è concentrati nell’acquisire capacità nella parte più nobile di un sistema Uav, il suo cervello, il sistema di comando e controllo, comunicazioni ed i sensori di missioni, affidandosi per quanto riguarda le piattaforme a mezzi già disponibili: pensiamo in particolare ad alcune iniziative condotte da Eads per conto di Francia e Germania, dove la piattaforma è rappresentata da Uav israeliani o statunitensi. Tutto questo riguarda in particolare gli Uav da sorveglianza e ricognizione, in tutte le taglie, dai piccolissimi sistemi individuali fino ai grandi Uav strategici a grande autonomia. Per le macchine meno complesse si è seguita la via nazionale o al massimo binazionale, per quelle più impegnative ci si è arrangiati. Spostandoci nel settore degli Ucav il quadro è ancor più desolante: se si esclude qualche studio comune, come l’Etap, dopo la sua conversione, ciascuno è andato per la sua strada.
La Gran Bretagna ha sfruttato il rapporto privilegiato con gli Usa e intanto ha condotto programmi nazionali, come il Flaviir ed ha realizzato modelli/prototipi/dimostratori come il Nightjar e l’Eclipse e prevede di provare in volo un suo dimostratore avanzato nel 2009. In Germania ci sono due progetti, il Barracuda di Eads e il Taifun di Rheinmetall, in Francia Dassault ha sviluppato Ave e poi Grand Duc, in Svezia il Filur e lo Sharc, in Italia lo Sky-X.
La situazione italiana è significativa, perché vede una difficile coabitazione tra diverse componenti di Finmeccanica, Alenia Aeronautica e Galileo in particolare, mentre c’è anche sovrapposizione con i programmi dell’Asi, l’Agenzia spaziale italiana che conduce una politica di grandeur ed indipendenza che neanche la Nasa ormai si permette.
Così non si può continuare, anche perché nessuno ha soldi e forze per passare dagli studi ai programmi concreti, se non per sistemi elementari. Benvenute quindi iniziative come Euromale, per i velivoli da sorveglianza e Neuron in quelli da combattimento. Ma questi sono tutt’altro che programmi plebiscitari e stanno incontrando fortissime difficoltà. Viene invece da ridere a scoprire che la neonata agenzia europea per gli armamenti sta conducendo due studi tecnologici in campo Uav della durata di diciotto mesi e del valore di 750 mila euro ciascuno. Noccioline.
Se non si vuole correre il rischio di perdere l’ennesimo tram e di subire una emarginazione tecnologica ed industriale, occorre rimboccarsi le maniche e coalizzare gli sforzi, abbandonando ogni divagazione nazionale. Se si è ottimisti, si potrebbe pensare a costituire una «Airbus» realmente paneruopea per Uav/Ucav. La collaborazione con gli Usa non deve naturalmente essere esclusa, ma la stessa Gran Bretagna comincia a pensare che non sia conveniente insistere ad oltranza e potrebbe tornare a volgersi verso programmi europei. Il che richiederebbe il superamento di vecchi antagonismi con la Francia e qualche delicato equilibrismo su tecnologie proprietarie in campo stealth. Tuttavia, malgrado i rischi della frammentazione europea siano evidenti ancora non si vede quell’ampio consenso politico ed industriale indispensabile per reggere la competizione con gli Usa sul piano tecnologico, operativo e commerciale, pensando ai mercati export. All’insegna del masochismo.