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La difesa ha un prezzo. Da pagare

RISK
di Michele Nones
risk n.7 - Giugno - Settembre 2005

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risk7
La fase di stagnazione economica attraversata dall’Italia impone un contenimento della spesa pubblica che si riflette anche sul bilancio della Difesa. La prossima finanziaria non promette, quindi, nulla di buono per le spese di sicurezza e difesa, soprattutto perché il livello di attenzione della nostra classe politica verso questo settore continua ad essere estremamente basso. Oltre tutto, trattandosi di una finanziaria «elettorale», questo atteggiamento un po’ incosciente rischia di allargarsi perché inevitabilmente gli interessi generali del Paese verranno sacrificati sull’altare degli interessi corporativi e locali. Quel poco di spesa in più che si cercherà di finanziare a discapito di altre voci non andrà a difesa e sicurezza che, anzi, rischiano di essere ulteriormente colpiti. Le promesse governative di inizio legislatura, poi ripetute per qualche anno, non saranno mantenute e, lungi dall’arrivare all’1,5 del Pil per la funzione difesa, stiamo progressivamente scendendo sotto l’1 per cento.
Eppure, non mancano buone ragioni per invertire la tendenza, a condizione di volersi preoccupare anche della sicurezza attuale e futura del Paese e dei suoi cittadini.
Il bilancio della Difesa è stato ripetutamente saccheggiato negli scorsi anni e questo è avvenuto dopo che nell’ultimo decennio si era continuamente rinviato di anno in anno una ripresa degli investimenti. Siamo, quindi, al fondo del barile e rischia di diventare, quindi, inevitabile una drastica riduzione dello strumento militare, con tutte le conseguenze che questo comporterebbe. Pesanti tagli sono già stati inferti alle spese di funzionamento (addestramento, manutenzione, ecc.) e a quelle di ammodernamento, alterando il rapporto con le spese per il personale che ormai si avvicinano al sessanta per cento contro il quaranta per cento del modello di riferimento.
Nel frattempo abbiamo mantenuto un consistente impegno nella partecipazione alle operazioni internazionali per il mantenimento della pace. Abbiamo offerto un adeguato contributo alla stabilità internazionale, in linea col nostro peso economico e politico e questo impegno è uno dei fattori che più contribuiscono a valorizzare la nostra immagine internazionale (e di ciò sembra esserci sempre più bisogno, visti i frequenti danni provocati dalle vicende nostrane). Non è, però, sufficiente coprire i costi straordinari delle missioni all’estero. Dobbiamo fornire ai nostri uomini gli equipaggiamenti necessari per svolgere il loro incarico e garantire la loro sicurezza. Il saccheggio dei migliori equipaggiamenti a disposizione lascia sguarnite le retrovie e, non essendo alimentato l’ammodernamento, è ormai giunto al suo termine. Ulteriori impegni rischiano di non poter essere assunti, nemmeno in sostituzione di quelli attuali, compromettendo la nostra capacità di assicurare il mantenimento di diecimila uomini per queste operazioni.
Da alcuni anni è in corso una profonda trasformazione dello strumento militare. Alla sua base (ma insieme ne è anche un risultato) vi è un ampio salto tecnologico legato prevalentemente allo sviluppo dell’elettronica e all’informatizzazione. I Paesi europei più avanzati stanno cercando di non farsi distanziare ulteriormente dagli Stati Uniti che sembrano puntare soprattutto sul vantaggio tecnologico per garantire il loro ruolo internazionale. L’Europa non può chiamarsi fuori da questa sfida e l’Italia non può rifiutare il suo contributo. Il mantenimento di una solida comunità transatlantica richiede un rapporto equilibrato e questo comporta la partecipazione ad un comune sforzo per migliorare le capacità di difesa attraverso nuovi più sofisticati e costosi equipaggiamenti.
Sono passati quattro anni dal settembre 2001 e la minaccia terroristica si è allargata. L’illusione, o forse la speranza, di qualcuno che solo gli Stati Uniti fossero nel mirino, si è frantumata insieme ai treni di Madrid, alle metropolitane di Londra e agli alberghi del Mar Rosso. Non ci sono santuari perché la componente ideologica, religiosa e razziale del terrorismo islamico non ha confini e limiti. Ciò lo rende intrinsecamente incontrollabile e, anche per questo, difficilmente prevedibile. Richiede una risposta a tutto campo perché non è circoscrivibile la provenienza della minaccia. Contrastare la sua formazione nelle aree di reclutamento, la sua preparazione nelle aree di addestramento, la sua esecuzione nelle aree metropolitane e all’estero che possono rappresentare più probabile obiettivo delle azioni terroristiche, richiede consistenti risorse finanziarie e umane. Diverse possono essere le politiche di intervento, più o meno «armate», ma tutte hanno un costo elevato. Ed è un prezzo che i cittadini-contribuenti occidentali devono pagare per tutelare la loro sicurezza e quella dei propri figli. A destra e sinistra deve crescere questa consapevolezza, senza cadere nella trappola delle facili promesse elettorali.
Il nostro Paese sta correndo, fra l’altro, anche il rischio di una de-industrializzazione. Questo può avvenire sia che venga minata la larga base della piramide industriale, rappresentata dalle piccole e medie imprese a bassa e media tecnologia, sia che frani il vertice, rappresentato dalle grandi e medie imprese ad alta tecnologia. Negli ultimi decenni il vertice della piramide industriale italiana si è progressivamente assottigliato ed oggi una dei pochi settori high-tech dove manteniamo significative capacità tecnologiche e industriali è l’aerospazio, difesa e sicurezza. Vi sono anche in altri comparti nicchie ad alta tecnologia, ma la loro presenza è troppo circoscritta per influire sul livello tecnologico dell’intero comparto.
Nel caso di aerospazio, difesa e sicurezza vi sono, invece, consistenti e numerose aree avanzate che lo caratterizzano. Non a caso vi si sta concentrando il maggiore gruppo manifatturiero italiano, Finmeccanica, il primo per spese di ricerca e sviluppo e ormai uno dei player internazionali. È un asset del Paese, oltre che degli azionisti (fra cui, per un terzo, lo Stato). Deve essere, quindi, tutelato, soprattutto per quanto riguarda il sostegno alle attività di ricerca e sviluppo, in linea con quanto ottengono tutti i competitori esteri. Garantire nella prossima manovra finanziaria le risorse per salvaguardare i principali programmi tecnologici in corso e l’avvio di qualche nuovo programma internazionale dovrebbe essere l’obiettivo comune di quanti hanno a cuore il futuro del nostro Paese.
 

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