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Cancellare l'embargo? Pessima idea

RISK
di Bruno Tertrais
risk n.7 - Giugno - Settembre 2005

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risk7
Come tutto il resto del mondo, anche l’Europa ha seguito con estrema attenzione l’emergere della Cina, con la quale l’Unione Europea intrattiene relazioni ufficiali ormai da trent’anni. Queste relazioni sono state riformulate e aggiornate nel 1998. Ora hanno assunto la forma di un incontro annuale tra Cina e Ue, l’ultimo dei quali si è svolto nel dicembre 2004. L’Ue è diventato il principale partner commerciale della Cina, e il giro d’affari ha toccato la cifra di 160 miliardi di euro.La strategia dell’Ue per la Cina (che si fonda sui documenti politici adottati dalla Commissione Europea nel 1998, nel 2001 e nel 2003) si prefigge di inserire la Cina nella comunità internazionale, di aiutare la sua trasformazione in una società aperta basata sullo stato di diritto e sul rispetto dei diritti umani e di favorire una sua più profonda integrazione nell’economia mondiale. (Un Country Strategy Paper for China 2002-2006 è stato inoltre approvato dalla Commissione Europea nel marzo 2002. Questo documento si occupa in particolare delle riforme economiche e sociali, dello sviluppo sostenibile e dei metodi più adeguati di governo). Nell’approccio europeo è anche implicito il tema della «multipolarità»: «L’Unione Europea, in quanto organismo globale sulla scena internazionale, condivide le preoccupazioni cinesi per un ordine internazionale più equilibrato, fondato su un concreto multilateralismo»1.
Gli interessi dell’Ue in Asia sono stati principalmente di carattere economico e politico e hanno trovato espressione soprattutto nella serie di Asia Europe Meetings (Asem) che si sono svolti a partire dalla metà degli anni Novanta. Senza dubbio, gli europei hanno anche importanti interessi strategici nella regione. Alcuni membri dell’Ue, per esempio, sono legati da un accordo, firmato nel 1953, per la difesa della Corea del Sud. L’Unione Europea si è impegnata a fondo nella questione nord-coreana, partecipando al Korean Energy Development Organization (Kedo) e mantenendo stretti contatti con Pyongyang quando Washington, agli inizi dell’amministrazione Bush, non si curava ancora minimamente della Corea del Nord. La dimensione strategica non è del tutto esclusa dalla relazione Cina - Europa: si svolgono incontri regolari tra gli esperti sulla non proliferazione e sull’esportazione di armi non convenzionali; nel corso dell’ultimo summit è stata firmata una Dichiarazione congiunta sulla non proliferazione e sul controllo degli armamenti.
Tuttavia, la riflessione europea sulle questioni strategiche dell’Asia nordorientale rimane molto limitata. E l’Asia resta in larga misura una dimensione assente nel dialogo e nella cooperazione transatlantica. Questo aiuta a spiegare perché la rilevanza politica di temi come la partecipazione della Cina al sistema Galileo (duecento milioni di euro) e l’embargo sulle armi sia stata riconosciuta con chiarezza in Europa soltanto recentemente.
Ma a che punto siamo adesso? La Cina è ora un membro riconosciuto del programma Galileo. Un accordo per la cooperazione tecnica sulla navigazione satellitare è stato firmato nell’ottobre del 2004. Il ritiro dell’embargo sulle armi è diventato una questione politica di primo piano nel 2003, quando i leader della Francia e della Germania hanno apertamente espresso il loro appoggio a una soluzione di questo tipo. La posizione assunta da questi due Paesi si deve a ragioni politiche ed economiche. Innanzitutto, i Paesi che sostengono il ritiro dell’embargo sembrano sinceramente convinti del fatto che l’embargo è umiliante per la Cina, in quanto la mette ingiustificatamente sullo stesso piano di Burma, del Sudan e dello Zimbabwe (tre Paesi sottoposti a embargo da parte dell’Ue). In secondo luogo, c’è probabilmente la convinzione che gli interessi economici dell’Europa sarebbero indirettamente favoriti da questa decisione. I benefici economici risulterebbero dalle «ricompense» che ci si attenderebbe dalla Cina, per esempio nella forma di velivoli civili e di impianti nucleari.
Questa strategia fa parte di un più ampio e articolato approccio che preferisce Pechino a Taipeh. La posizione assunta dalla Francia, per esempio, mostra un significativo sviluppo: mentre negli anni Ottanta era uno dei principali rifornitori di armi per Taiwan, oggi Parigi sembra avere compiuto una nuova scelta strategica ed essere pronta riconoscere le ragioni della Repubblica Popolare2. Il dibattito sull’embargo all’interno dell’Ue riguarda soprattutto la questione dei diritti umani. Il Parlamento Europeo e alcuni Paesi membri, come la Svezia, si sono opposti al ritiro dell’embargo senza la prova di un concreto progresso sul rispetto dei diritti umani. Altri membri dell’Ue in rapporti più stretti con Washington, come il Regno Unito e l’Olanda, hanno dichiarato che non si opporrebbero al ritiro. La rilevanza e la gravità di tali questioni deve essere riportata nei suoi giusti termini. Non c’è nessuna volontà europea di trasformare la relazione tra Ue e Cina in una specie di «contrappeso» alla potenza degli Stati Uniti.

Quanto al programma Galileo, gli europei non sono così ingenui. La Cina non otterrà l’accesso ai servizi di navigazione più sofisticati e quindi non potrà usare Galileo a scopi militari. La posizione degli Stati Uniti, secondo i quali le vendite di armi alla Cina potrebbero minacciare l’equilibrio strategico della regione, devono essere considerate con una sana dose di scetticismo, visto che è espressa dallo stesso Paese che considera l’Europa un nano militare che si trascina dietro gli Stati Uniti sul piano della tecnologia bellica. Le accuse degli Stati Uniti sulla debolezza europea nei confronti della Cina sarebbero più credibili se l’amministrazione Bush non avesse fatto una svolta a U nella propria politica cinese dopo l’11 settembre. Anche gli attriti tra Stati Uniti e Unione Europea sulla questione dell’embargo dovrebbero essere inseriti nel più ampio contesto della rivalità transatlantica sul mercato dei trasporti aerei, con la Boeing che teme la penetrazione degli Airbus nel mercato cinese3. Cosa nettamente più importante, il Codice di Comportamento rappresenterebbe un serio ostacolo per la vendita di armamenti alla Cina, soprattutto in riferimento alla clausola che riguarda i diritti umani. Se, come probabilmente avverrà, il Codice di Comportamento venisse rafforzato con l’inserimento di clausole che impediscono l’esportazione di armi che potrebbero essere usate per «aggressioni esterne» o «repressioni interne», all’Europa rimarrà ben poco da vendere alla Cina. (Si deve osservare, a questo proposito, che l’ultima dichiarazione congiunta Ue - Cina menziona esplicitamente l’attuale lavoro in vista di un «rafforzamento dell’applicazione» del Codice di Comportamento4). La vera questione oggi riguarda la possibilità di un uso duplice di certe tecnologie come i satelliti per l’osservazione, dei quali Pechino fa pressante richiesta, ufficialmente per controllare le proprie piantagioni di riso. Detto questo, ci sono ancora tre buone ragioni per sostenere che il ritiro dell’embargo sia una cattiva idea.
La prima è che la Cina probabilmente riuscirà sempre a mettere nel sacco gli europei. Diciamolo chiaramente: Pechino vuole modernizzare le proprie forze armate al prezzo migliore possibile. Una volta che sia tolto l’embargo, la Cina con ogni probabilità terrà in ostaggio della vendita di armi altri settori di cooperazione. Inoltre, giocherà la carta della disponibilità europea a venderle alcuni tipi di equipaggiamento militare come strumento di contrattazione con la Russia, il suo principale fornitore di armamenti pesanti.
La seconda è che non abbiamo affatto bisogno di un’altra crisi transatlantica. La questione è particolarmente importante per il Pentagono, ma anche alcuni democratici hanno assunto posizioni molto decise. Anche se Washington esagera i pericoli di un ritiro dell’embargo, una decisione in questo senso manderebbe un errato messaggio politico negli Stati Uniti. Inutile dirlo, una crisi di questo tipo farebbe anche il gioco di tutti coloro che possono avere qualche interesse politico nelle divisioni transatlantiche, compresa la stessa Cina.
La terza è semplicemente che la Cina in questo momento non si trova esposta ad alcuna minaccia militare. La modernizzazione dell’Esercito di liberazione popolare ha come obiettivo lo sviluppo della forza necessaria per contrastare la potenza americana, per ricattare Taiwan e per aumentare la sua capacità di mantenere l’ordine interno. Gli europei vogliono davvero dire alla Cina di essere pronti ad aiutare Pechino a realizzare questi obiettivi?
Qualcuno dirà che nell’atteggiamento europeo serpeggia un elemento di schizofrenia. All’interno delle cerchie di governo dei Paesi pronti a togliere l’embargo si riconosce che la Cina potrebbe diventare una forza destabilizzatrice e persino una minaccia militare per gli interessi europei. La speranza nutrita da molti leader europei è infatti che il coinvolgimento della Cina (anche attraverso provvedimenti come il ritiro dell’embargo sulle armi) contribuirà alla normalizzazione del comportamento e della politica estera cinese. Rimane da vedere se questa strategia potrà dare benefici maggiori dei suoi costi.

(Traduzione di Aldo Piccato)




1 Commissione della Comunità Europea, Commission Policy Paper for Transmission to the Council and the European Parliament, COM (2003), 533 fin., 10 settembre 2003, pag. 23.
2 Parigi ha per esempio apertamente disapprovato il referendum del 2004 sui missili difensivi.
3 Alcuni negli Stati Uniti hanno sostenuto che il destino dell’Airbus A380 ha un’importanza decisiva per la posizione europea sull’embargo. Tuttavia, il 26 gennaio, la China Southern Airlines ha confermato l’acquisto dei cinque aeroplani.
4 Dichiarazione congiunta del Settimo Summit Cina-UE, 8 dicembre 2004, paragrafo 7.
 

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