L’esame in atto nell’Unione Europea sulla possibilità di revocare l’embargo sulle armi posto nel 1989 nei confronti della Cina suscita alcune perplessità su argomenti particolarmente delicati: le dinamiche strategiche delle relazioni Usa-Ue-Cina, le divergenze transatlantiche, l’affermarsi della Cina quale potenza mondiale e regionale più forte, la modernizzazione militare cinese, la sicurezza e la stabilità futura dell’Estremo Oriente.
È importante, innanzitutto, situare la questione dell’embargo nel contesto più ampio delle relazioni tra Cina e Stati Uniti. In tal modo è possibile comprendere meglio le motivazioni a favore della sua rimozione e formulare risposte di una certa risonanza ed in grado di provocare effetti sulle controparti europee, al fine di ridurre ed evitare gli esiti potenzialmente peggiori di un futuro post-embargo. Un esperto di un gruppo di studio sull’Asia che ha recentemente lasciato il Pentagono ha detto che eravamo stati colti impreparati dall’apparente intenzione dell’Unione Europea di revocare l’embargo. Un commento sconcertante. È infatti chiaro a tutti, quantomeno a coloro che abbiano occhi per vedere, che le relazioni tra Cina e Ue si sono costantemente rafforzate in tutti gli ambiti di politica bilaterale, tra cui quello politico-militare e che il tema della revoca dell’embargo è sul tavolo da quasi due anni.
In realtà, la possibilità di una revoca dell’embargo si inserisce in uno scenario più ampio (che ha caratterizzato gli ultimi dieci anni), volto ad intensificare le relazioni tra Ue e Cina. L’avvio di questo rafforzamento risale alla metà degli anni Novanta. Da allora, i due interlocutori hanno organizzato innumerevoli incontri al vertice, il più recente dei quali si è tenuto alla fine del 2004, anno in cui, sotto il profilo economico e commerciale l’Ue è diventata il principale partner commerciale della Cina e la Cina è oggi il secondo partner commerciale dell’Unione Europea dopo gli Stati Uniti. In ambito militare, anche i legami di difesa della Cina con i singoli Paesi europei sono andati rafforzandosi e sono essenzialmente costituiti da un’interazione più «morbida», che prevede anche iniziative di diplomazia militare e scambi formativi, addestramento per le operazioni di peacekeeping, visite nei porti, esercitazioni militari congiunte ed apertura di uffici militari preposti alla gestione di questo aspetto diplomatico. La maggior parte degli Stati membri dell’Unione Europea ha un rappresentante militare a Pechino; la Francia ne ha tre, Germania, Italia, Polonia e Regno Unito ne hanno due (contro i dodici degli Stati Uniti). La Cina ed i singoli Stati membri dell’Ue quali Francia, Germania e Regno Unito hanno istituito un meccanismo di regolari consultazioni strategiche e di dialogo sulla sicurezza, anche in materia di antiterrorismo.
Spiccano altri scambi a livello militare, quali, ad esempio, le visite che alcune Marine europee hanno effettuato nei porti cinesi: è stata la Francia, nei primi anni Ottanta, ad aprire la strada visitandone dodici. Hanno compiuto viaggi in Cina anche navi delle Marine di Regno Unito, Italia, Irlanda e Germania. La Marina cinese, invece, si è recata soltanto due volte in visita ai porti europei: una nel settembre del 2001, quando toccò i porti di Francia, Germania, Italia e Regno Unito; la seconda nel 2002, in occasione della prima circumnavigazione della Terra da parte della sua Marina, che fece tappa anche in Turchia, Ucraina, Grecia e Portogallo. Nell’agosto 2003, la Cina autorizzò per la prima volta dei militari stranieri degli Usa, Regno Unito, Francia, Russia, Germania, Canada, Tanzania, Tailandia e Turchia ad assistere in qualità di osservatori ad esercitazioni cinesi che vedevano impegnati cinquemila uomini, in una grande base d’addestramento della Mongolia.
Il 2 settembre 2004, alcuni rappresentanti militari francesi, tedeschi, britannici e messicani furono invitati ad assistere, in qualità di osservatori, ad un’esercitazione di sbarco di mezzi anfibi a Shanwei, lungo la zona costiera della provincia del Guangdong. A questi incontri vanno aggiunte le esercitazioni navali insieme alla Marina francese (marzo 2004) e quella britannica (giugno 2004), tenutesi entrambe al largo della costa di Qingdao, nel Mare Cinese orientale e che hanno coinvolto circa cinque unità navali, con tanto di manovre tattiche navali e della componente ad ala rotante, nonché esercitazioni di rifornimento in mare, ricerche e salvataggio. Inoltre, la Cina ha inviato addetti alle operazioni di peacekeeping in Europa sotto la bandiera della Nazioni Unite, tra cui alcuni agenti della polizia civile che hanno preso parte alla missione ad interim dell’Onu per il Kosovo e, in passato, anche a quella per la Bosnia-Erzegovina.
Importanti sviluppi si sono avuti anche in ambiti più «delicati»: programmi congiunti di sviluppo di tecnologie spaziali che potrebbero avere applicazioni in campo militare; produzione cinese a basso costo in Cina di apparecchiature di difesa europee e trasferimenti diretti di tecnologie militari europee alla Cina. Data la labile linea di demarcazione esistente tra tecnologie «militari» e «civili», è importante sottolineare il continuo aumento delle esportazioni di tecnologie commerciali e know-how europei con potenziali applicazioni militari, i quali hanno già contribuito al rafforzamento delle capacità produttive di materiale di difesa della Cina (e lo stesso può dirsi per le esportazioni commerciali di rilevanza militare da altri fornitori, quali Stati Uniti, Giappone, Taiwan ed altri ancora). Tale integrazione di ricerca e sviluppo ad alta tecnologia e capacità produttiva europea e cinese, riveste una particolare rilevanza dal punto di vista militare, dato il suo allargarsi ai settori aerospaziale, dell’aviazione, delle comunicazioni e della cantieristica navale (come vedremo più avanti).
In poche parole, è estremamente importante riconoscere che per l’Ue la questione dell’embargo sugli armamenti rientra in una strategia complessiva volta a costruire relazioni di tipo sostanzialmente diverso con la Cina. Tale strategia mira al conseguimento di due obiettivi principali: integrare la Cina quale componente responsabile di una comunità internazionale multipolare e delle istituzioni internazionali multilaterali e aiutare la Cina a far fronte alle difficoltà socio-politiche e socio-economiche interne, rafforzandone quella che definiamo capacity building o good governance.
La Cina viene considerata da molti leader ed esponenti dei governi degli Stati Ue ed europei, come una sorta di «banco di prova» di come bisognerà attuare la cooperazione tra i diversi attori sullo scacchiere internazionale, al fine di far fronte ai problemi transnazionali del Ventunesimo secolo: terrorismo, criminalità internazionale, giustizia sociale, stabilità economica, scarsezza e diminuzione delle risorse, degrado ambientale, proprietà intellettuale, globalizzazione delle conoscenze e molte altre sfide.
In tale ottica, la visione strategica della Cina da parte dell’Europa mira ad intessere relazioni più profonde e costruttive e tende ad individuare più opportunità che minacce nei legami con il gigante asiatico. Nella misura in cui i leader europei scorgono pericoli, tendono a adottare un approccio di soft security su questioni quali la concorrenza economica, l’immigrazione illegale, la criminalità transnazionale, il traffico di stupefacenti ed il contrabbando, le questioni ambientali ed i diritti umani. I singoli Paesi europei, così come l’Ue, hanno istituito un dialogo costante con la Cina, al fine di cooperare ed individuare punti in comune su queste ed altre tematiche inerenti la sicurezza. In tal senso, alcune delle considerazioni strategiche degli europei differiscono sostanzialmente da quelle statunitensi. Diversamente dall’Europa, gli Stati Uniti conservano rilevanti interessi strategici e politici nelle regioni limitrofe alla Cina, sotto forma di alleanze e di un gran numero di complesse relazioni politico-militari con altri Paesi vicini al gigante asiatico. Le relazioni che l’Europa intrattiene con la Cina non sono ostacolate dagli impegni politici e militari che, invece, gli Usa hanno preso con Taiwan, la «molla» che più di ogni altra probabilmente potrebbe far insorgere un conflitto tra Cina e Usa.
In merito alla revoca dell’embargo e al suo potenziale impatto sulla modernizzazione militare cinese, sono necessarie alcune considerazioni.
È possibile che l’embargo non venga revocato nel brevissimo futuro. Mentre, da un lato, è altamente probabile che l’embargo sugli armamenti venga revocato entro il prossimo anno, la questione relativa al momento in cui ciò avverrà resta ancora aperta. L’abolizione dell’embargo richiede il consenso unanime di tutti i 25 Paesi membri dell’Unione Europea e molti di questi, tra cui i Paesi scandinavi ed alcuni Stati dell’Europa orientale, restano contrari alla revoca della misura restrittiva. Tali Paesi, così come altri membri dell’Ue, chiedono il soddisfacimento di una serie di condizioni. Innanzitutto, chiedono che la Cina ratifichi la Convenzione internazionale sui diritti civili e politici, autorizzi le visite da parte del Comitato internazionale della Croce Rossa alle sue prigioni, rilasci alcuni dissidenti politici detenuti nel Paese. Chiedono altresì il rafforzamento del Codice di Condotta europeo sulle esportazioni di armamenti e meccanismi più trasparenti di esportazione degli stessi, evitando l’ulteriore deterioramento delle relazioni tra Europa e Stati Uniti, nonché il rafforzamento delle garanzie che le esportazioni di armi non esacerbino le tensioni nello Stretto di Taiwan e l’ottenimento da parte cinese di assicurazioni circa l’intenzione del governo di risolvere pacificamente le divergenze con Taiwan. La recente promulgazione della Legge anti-secessione da parte del governo cinese e la scarsa considerazione da parte del Congresso del Popolo della Convenzione internazionale sui diritti Politici e civili avranno un’influenza negativa sull’opinione di molti governi in merito alla revoca dell’embargo in questo momento.
Tuttavia, pur sussistendo tali ostacoli, molti osservatori ritengono che alcuni dei principali Paesi Ue, tra cui Francia, Germania e Regno Unito, lavoreranno per ottenere il rispetto di una serie di condizioni da parte europea, soprattutto riguardo al Codice di Condotta e alle misure di trasparenza sulle esportazioni di armi, al fine di suscitare il consenso unanime alla revoca dell’embargo dei Paesi Ue. Pertanto, è opportuno concludere che non si tratta più di chiedere «se», bensì «quando» verrà revocato l’embargo imposto nel 1989.
La rimozione in sé non avrà grandi conseguenze sui flussi di tecnologie verso la Cina. Preoccupa, invece, ciò che andrà a sostituire l’embargo. Nell’assoluto rispetto di quest’ultimo, infatti, le aziende europee possono fornire ai loro omologhi cinesi tecnologie di rilevanza militare. E ciò vale anche per Stati Uniti, Giappone e persino Taiwan, che esportano in Cina tecnologie avanzate. Il fatto è che la natura delle odierne tecnologie avanzate e le loro applicazioni sempre più numerose a fini militari, hanno superato di gran lunga la capacità di una semplice dichiarazione d’intenti formulata sedici anni fa, di arrestare il flusso di tecnologie sensibili verso la Cina.
Diversamente dall’embargo imposto dall’America sul commercio di armi con la Cina, codificato in una legge, che proibisce la vendita di componenti di utilizzo finale ben specificati, l’embargo imposto dall’Ue è sancito da un’unica frase, tratta da una dichiarazione politica di più ampio respiro in cui si condanna la repressione sui dimostranti di piazza Tienanmen del 1989. Secondo detta dichiarazione, i Paesi membri dell’Unione Europea vietano «il commercio di armi» con la Cina, ma non specificano oltre la definizione «armi», né tantomeno prevedono sanzioni per i Paesi che scelgono di «commerciare armi» con la Cina.
L’embargo imposto dall’Ue, pertanto, è piuttosto una dichiarazione politica non vincolante dal punto di vista legale. In secondo luogo, l’adeguamento delle aziende europee al divieto dipende molto di più dalle leggi e dalle politiche nazionali di controllo delle esportazioni dei singoli Stati membri che dall’embargo. A tale riguardo, è importante sottolineare come alcuni organi parlamentari elettivi europei, tra cui la Camera dei Comuni britannica, il Bundestag tedesco ed il Parlamento europeo abbiano varato risoluzioni in cui esprimono la loro contrarietà alla revoca dell’embargo.
Ecco dunque perché non sarà la revoca dell’embargo, bensì ciò che lo sostituirà, a determinare se e come le relazioni tecnico-militari tra Cina ed Europa contribuiranno alla modernizzazione militare del Paese asiatico.
Questa importante riflessione pone delle domande: con che cosa l’Europa a 25 sostituirà l’embargo e cosa intendano fare alcuni Stati dell’Ue delle loro relazioni militari e tecniche con la Cina. Soprattutto dopo il dicembre scorso, quando i rappresentanti Ue hanno concordato e scritto nero su bianco che «l’eventuale revoca non deve avere quale risultato l’aumento quantitativo o qualitativo delle esportazioni di armi verso la Cina». La nostra attenzione deve dunque concentrarsi su una serie di linee guida più stringenti: il Codice di Condotta europeo e la cosiddetta «cassetta degli attrezzi» dei provvedimenti per la trasparenza delle esportazioni di armi. Il Codice di Condotta del 1989 fornisce linee guida più specifiche agli Stati dell’UE per la formulazione di decisioni sulla vendita di armi (a tutti i Paesi e non soltanto alla Cina). Otto criteri che i governi dell’Unione sono chiamati a valutare prima di dare il via all’esportazione di armi:
• «Il rispetto degli impegni internazionali degli Stati membri dell’Ue», comprese le sanzioni delle Nazioni Unite e gli altri trattati ed impegni di non proliferazione;
• il rispetto dei diritti umani da parte del Paese di destinazione finale, chiedendosi altresì se le armi esportate vengano utilizzate ai fine di attuare misure di «repressione interna»;
• la «situazione interna del Paese di destinazione finale», al fine di evitare lo scoppio o il prolungamento di tensioni o conflitti;
• «la salvaguardia della pace, della sicurezza e della stabilità nella regione in questione», al fine di evitare l’uso aggressivo delle armi da parte del destinatario contro altri Paesi ed evitare l’utilizzo delle armi esportate per «affermare con la forza rivendicazioni territoriali»;
• la sicurezza nazionale degli Stati membri, dei loro territori e la sicurezza nazionale dei Paesi amici ed alleati degli stessi;
• il comportamento del Paese destinatario, in riferimento al terrorismo ed il rispetto da parte dello stesso del diritto internazionale;
• la possibilità che il Paese destinatario devii le esportazioni all’interno del Paese o riesporti quanto importato in un Paese terzo, in maniera non autorizzata o «non gradita», tenendo quindi conto del sistema di controllo delle esportazioni in vigore nel Paese destinatario.
• la capacità del destinatario di importare armi a fini legittimi di difesa e sicurezza, pur nel rispetto delle necessità umane ed economiche.
In Europa è in corso il dibattito sul rafforzamento del Codice, al fine di renderlo più specifico. Inoltre, i rappresentanti dell’Unione asseriscono di aver iniziato i lavori per la creazione della cosiddetta «cassetta degli attrezzi» contenente provvedimenti aggiuntivi volti ad aumentare la profondità dell’analisi e la trasparenza in materia di esportazioni europee di armamenti. I provvedimenti suddetti consisteranno, probabilmente, in una serie di misure nuove e positive, quali:
• un sistema di analisi quadrimestrale delle esportazioni di armamenti da parte degli Stati dell’Ue, che comprenda altresì l’esame delle licenze d’esportazione concesse e di quelle negate;
• una relazione retroattiva a cinque anni sulle licenze d’esportazione concesse, volta a stabilire una base di partenza sulle esportazioni di armi per stimare quelle future e valutare le vendite potenziali negli anni a venire;
• la condizione che le esportazioni per intermediazione (esportazioni di armi da Stati extraeuropei ma organizzate da soggetti appartenenti ai Paesi dell’Ue) debbano rientrare nel sistema di monitoraggio e reporting.
Bruxelles sta inoltre considerando l’istituzione di un meccanismo di consultazione formale tra Stati Uniti ed Unione Europea per la discussione di questioni inerenti le esportazioni di armi e di tecnologie di rilevanza militare verso la Cina. Sostituendo l’embargo con una struttura migliore, rafforzando anche la specificità, la capacità d’esame ed il carattere vincolante del Codice di Condotta e delle misure contenute nella nuova «cassetta degli attrezzi», ed istituendo un meccanismo di consultazione più formale tra Stati Uniti ed Europa, si possono nutrire speranze più fondate di riuscire ad ostacolare il flusso di alcuni armamenti e tecnologie di rilevanza militare verso la Cina.
Nel breve periodo, è improbabile che il flusso di esportazioni di rilevanza militare dall’Europa verso la Cina sia costituito da piattaforme per gli armamenti; sarà piuttosto rappresentato da sottosistemi e tecnologie chiave. Appare improbabile che la Cina proceda all’acquisto di piattaforme complete di armamenti, almeno nel breve e medio periodo. Non solo è probabile che la maggior parte dei governi europei impongano restrizioni ai produttori nazionali sulle vendite di armamenti di grandi dimensioni, di alto profilo e d’aggressione alla Cina ma, dal canto suo, la Cina ha diverse ragioni per astenersi dall’acquistarne. Innanzitutto perché è riuscita ad ottenere armi e tecnologie russe a costi relativamente bassi e le industrie cinesi del settore iniziano a compiere significativi progressi. In secondo luogo, la Cina deve affrontare importanti problemi dovuti alla diversità ed alla non interoperabilità dei suoi sistemi di armamento, soprattutto per quanto concerne i programmi per i nuovi velivoli a reazione. In terzo luogo, in linea con la posizione della Cina, da sempre orientata all’autosufficienza nei settori industriale e della difesa e della sua necessità di mantenere in funzione grandi industrie a capitali pubblici operanti nel settore della difesa ed evitare la perdita di numerosi posti di lavoro, Pechino esiterà ad acquistare ingenti quantità di armi europee pronte all’uso.
Invece, in caso di vendita di piattaforme complete, si tratterà probabilmente di quantità molto ridotte e comporteranno l’aspettativa che la Cina, dal canto suo, possa orientarsi verso una qualche forma di assemblaggio in loco o di produzione autorizzata dei sistemi in questione, nel corso del tempo. A breve e medio termine, è più probabile che si effettuino vendite di sottosistemi e tecnologie ad alto valore aggiunto, necessarie alle forze armate cinesi ai fini del rafforzamento delle loro capacità, quali ad esempio quelle di proiezione e coordinamento delle forze militari in ambiente marittimo, che comportino l’utilizzo di strumenti navali, aerospaziali, dell’aviazione, di comando e controllo, di comunicazione, informatici, d’intelligence, sorveglianza e ricognizione (C4isr).
Alla luce di tali considerazioni, la Cina cercherà più probabilmente di ottenere prodotti ed assistenza tecnico-militare nei seguenti settori:
• velivoli con propulsione a getto, avionica e sistemi antincendio;
• sistemi d’armamento, negli ambiti della difesa aerea, della guida dei sistemi d’arma e antincendio, dei radar e delle tecnologie sottomarine;
• miglioramento delle tecnologie informatiche e delle infrastrutture di comunicazione e segnatamente quelle applicabili ad infrastrutture di comando e controllo a fini militari più sofisticate;
• tecnologie aerospaziali, comprese le immagini satellitari, la ricognizione, il telerilevamento e le comunicazioni.
Inoltre, è probabile che continuino e potrebbero addirittura intensificarsi alcuni trasferimenti in corso dall’Europa, così come la produzione cinese in loco, di sistemi e tecnologie di rilevanza militare. Tra questi, la produzione su licenza di diversi elicotteri, motori a turbina per elicotteri, radar per il controllo degli incendi e sistemi di difesa aerea dalla Francia, dispositivi avionici per il potenziamento dei caccia con motore a reazione dal Regno Unito e dall’Italia, il sistema di allerta radar (early warning) aerotrasportato Searchwater, dal Regno Unito, i sistemi antincendio, navali, radar dall’Italia e il motore britannico Rolls Royce Spey Mk 202, inviato in Cina per la prima volta alla fine degli anni Settanta ed oggi prodotto nel Paese asiatico con il nome di WS-9, montato sul caccia bombardiere di fabbricazione cinese predestinato all’export e noto con il nome FBC-1, nonché sulla versione per uso interno, il JH-7.
Alla luce degli sviluppi illustrati, la politica statunitense dovrebbe mirare a contenere i flussi di armamenti sensibili e potenzialmente destabilizzanti verso la Cina, rafforzando nel contempo i meccanismi di consultazione con i Paesi europei su queste tematiche di grande rilevanza. La politica statunitense dovrebbe quindi seguire quattro linee fondamentali.
Primo: l’esercizio di forti pressioni, tramite iniziative del Congresso e dell’Amministrazione, dichiarazioni pubbliche e consultazioni, per l’ottenimento di un rafforzamento delle restrizioni alle esportazioni di armamenti e di tecnologie sensibili, volte a limitare le esportazioni europee di armi e tecnologie sensibili verso la Cina. A tal fine, nei colloqui con Bruxelles è necessario specificare quali siano gli armamenti e le tecnologie che Washington ritiene possano causare maggiori problemi ove esportate in Cina.
Secondo: la politica statunitense deve essere diretta ai governi ed agli attori di maggior rilevanza degli Stati dell’Ue. Alla fine, saranno le restrizioni volte al controllo delle esportazioni di armi attuate a livello nazionale ed il clima politico dei singoli Paesi ad influire maggiormente sul contenimento dei flussi di armi e tecnologie sensibili verso la Cina. Ciò richiede una maggiore comprensione, del punto di vista dei singoli Stati membri, delle questioni cinesi ed in particolar modo degli orientamenti degli attori più importanti, quali i Parlamenti, gli opinion leader, gli esperti e la comunità imprenditoriale. E questo al fine di individuare persone e istituzioni che condividano le preoccupazioni statunitensi relative alla vendita di armamenti e tecnologie di rilevanza militare alla Cina. Ecco perché è il momento giusto per avviare consultazioni intensive, avvedute e documentate con le controparti europee per garantire, da un lato, l’esito migliore della problematica relativa a potenziali esportazioni a carattere militare verso al Cina e, dall’altro, conseguire un miglioramento delle relazioni tra Stati Uniti ed Europa.
Terzo: data l’importanza che l’attuale Codice di Condotta annette a problematiche quali «la sicurezza nazionale dei Paesi amici ed alleati», il «rispetto dei diritti umani nel Paese destinatario», al non utilizzo delle armi esportate «affermare con la forza rivendicazioni territoriali» ed «il sistema di controllo delle esportazioni del destinatario», gli Stati Uniti devono insistere perché l’Ue sostenga e addirittura rafforzi queste assicurazioni rispetto alla Cina. Le iniziative degli Stati Uniti devono mirare ad influenzare il dibattito condotto in ambito europeo sulla produzione di una dichiarazione che verta specificamente su dette preoccupazioni e che possa accompagnare la rimozione dell’embargo e l’attuazione di una nuova serie di linee guida per le esportazioni di armamenti e di meccanismi di trasparenza.
L’azione politica statunitense dovrebbe puntare a una rimozione dell’embargo legata a progressi concreti da parte della Cina in materia di rispetto dei diritti umani, compresa la ratifica della Convenzione internazionale sui diritti politici e civili e l’autorizzazione del Comitato internazionale della Croce Rossa a visitare le prigioni cinesi, nonché il rafforzamento dell’impegno assunto dal governo di Pechino per il raggiungimento di una soluzione pacifica delle divergenze con Taiwan, il potenziamento del sistema di controllo delle esportazioni cinesi e gli impegni in materia di normativa sulla non proliferazione.
Quarto: l’esercizio di forti pressioni, tramite iniziative del Congresso e dell’Amministrazione, per l’istituzione di un regolare dialogo strategico e di consultazione tra Stati Uniti ed Europa sulle questioni asiatiche e cinesi. Un dialogo su base cadenzata e continua sugli affari asiatici e la Cina con le controparti europee, a livello di Ue e dei principali Stati nazionali quali Francia, Germania e Regno Unito, dovrebbe costituire un aspetto ordinario ed istituzionalizzato delle consultazioni transatlantiche condotte da Casa Bianca, Dipartimento di Stato e dipartimento della Difesa, nonché dai membri del Congresso e dai loro collaboratori. I funzionari preposti agli affari asiatici e cinesi della Casa Bianca, del dipartimento di Stato e del dipartimento della Difesa dovrebbero prendere regolarmente parte attiva a detti colloqui. Le commissioni del Congresso addette alla trattazione di tali tematiche dovrebbero ascoltare, su base regolare, i funzionari del Dipartimento di Stato e del Dipartimento della Difesa che abbiano partecipato agli incontri di cui sopra.
Anche i membri del Congresso, i loro collaboratori ed i funzionari dell’amministrazione dovrebbero ascoltare i soggetti informati sul dialogo non governativo e i programmi di ricerca in cui siano coinvolti centri di ricerca statunitensi unitamente a loro omologhi europei. Tali programmi riuniscono specialisti e funzionari americani ed europei, al fine di trattare questioni relative al continente asiatico e alla Cina; fungono altresì da «meccanismi di early warning» rispetto a possibili controversie politiche e sono fonte di raccomandazioni volte a facilitare il partenariato transatlantico e l’individuazione di obiettivi comuni in relazione agli accadimenti asiatici.
Quinto: tramite iniziative del Congresso, commissionare ricerche e relazioni autorevoli sulla consistenza e la natura delle esportazioni di tecnologie avanzate in Cina ed il loro impatto sulla modernizzazione militare cinese. Le crescenti possibilità d’accesso da parte cinese ai capitali, alle tecnologie ed al know-how straniero, proveniente da Europa, Stati Uniti, Taiwan e da altre economie avanzate, suscitano preoccupazioni. I settori in cui potrebbe orientarsi il contributo, anche indiretto, dei fornitori stranieri più all’avanguardia alla modernizzazione militare cinese, sarebbero rappresentati da quei comparti industriali interessati a disegnare scenari in cui sia coinvolta Taiwan: settore aerospaziale, aviazione, navi da guerra e sottomarini, tecnologie delle comunicazioni.
(Traduzione di Valentina Maiolini)
Testimonianza pronunciata il 16 marzo 2005 alla Commissione Affari Esteri del Senato Usa.