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Non c’è nessun pericolo. A una condizione

RISK
di Beniamino Quintieri
risk n.7 - Giugno - Settembre 2005

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L’esplosione dell’economia cinese costituisce certamente il fenomeno economico più rilevante degli ultimi anni; i prodotti cinesi, anno dopo anno, sottraggono spazi e conquistano quote di mercato. In effetti l’espansione del gigante asiatico è dirompente e sembra inarrestabile; il solo paragone possibile è forse l’irruzione degli Stati Uniti nell’economia mondiale tra la fine della guerra di Secessione e l’inizio della Prima guerra mondiale. La Cina sta rapidamente diventando un gigante economico come lo divennero gli Stati Uniti allora. E come allora ci furono problemi di aggiustamento per le economie più mature, in particolare la Gran Bretagna, anche oggi si pongono problemi di adattamento per le economie di molti Paesi.
Tra il 1980 ed oggi il Pil cinese è aumentato ad un tasso medio annuo del 9 per cento, un ritmo che non ha subito rallentamenti neanche durante la crisi asiatica del 1997 - 1998. In termini di parità di potere di acquisto, il Pil cinese rappresenta ora quasi il 13 per cento di quello mondiale, contro il 3,4 per cento del 1980. La crescita delle esportazioni è stata impetuosa: tra il 1990 ed il 2004, esse sono cresciute ad un tasso medio annuo del 17,5 per cento, un valore tre volte maggiore di quello del commercio mondiale. Grazie a questa performance oggi la Cina, con una quota sul commercio mondiale pari al 7,7 per cento, è diventato il terzo Paese esportatore soppiantando i principali Paesi europei (con l’eccezione della Germania) e persino il Giappone. Nei confronti degli Stati Uniti, la quota cinese è aumentata esponenzialmente, passando dal 3 al 13 per cento in dieci anni, facendo diventare la Cina il primo Paese esportatore negli Usa.
Anche per quanto riguarda la capacità di attrarre investimenti dall’estero, la Cina ha battuto ogni record: nel 2002 gli Ide in entrata sono stati pari a seicento miliardi di dollari ed il gigante asiatico è diventato il primo Paese di insediamento degli Ide, superando in tal modo la storica supremazia americana all’estero come Paese di insediamento degli investimenti stranieri. Circa quattrocento delle cinquecento maggiori multinazionali sono presenti nel Paese; secondo l’Unctad la percentuale delle esportazioni cinesi che fa capo alle filiali di imprese estere supera il cinquanta per cento. Si calcola che le multinazionali operanti in Cina abbiano creato ventitre milioni di posti di lavoro.
Si deve inoltre ricordare che la Cina è divenuta protagonista anche sul fronte degli investimenti all’estero. Le stime dell’Unctad per il 2004 danno la Cina al quinto posto nel mondo tra gli investitori all’estero, con un clamoroso sorpasso ai danni del Giappone. L’acquisizione da parte della cinese Lenovo della divisione personal computer dell’Ibm deve essere considerato solo come il caso più eclatante di un fenomeno destinato ad allargarsi rapidamente.
L’avanzata cinese è stata talmente impetuosa e continua a sorprendere gli osservatori ed a spaventare i concorrenti. Tuttavia le dimensioni della crescita cinese sono simili a quelle di altri Paesi del Sud - Est asiatico, che hanno registrato tassi di crescita altrettanto elevati nelle fasi iniziali del processo di sviluppo per poi rallentare consistentemente. Ciò che differenzia l’esperienza cinese da quella degli altri Paesi è la sua dimensione: se la Cina dovesse mantenere tassi di crescita sostenuti, anche più contenuti di quelli attuali, nei prossimi quaranta anni il suo Pil diverrebbe superiore a quello americano.
L’apertura della Cina al commercio mondiale è relativamente recente, ma il rapporto tra il valore dell’interscambio con l’estero ed il Pil ha raggiunto il 61 per cento, una quota nettamente più alta di quella dei principali Paesi industrializzati; Usa e Giappone, ad esempio, mostrano valori rispettivamente del venticinque e del venti per cento.
Non vi è dubbio che, così come avvenuto per altre economie asiatiche, le peculiarità del mercato del lavoro siano alla base delle straordinarie performance della Cina. Certamente il salario dei lavoratori cinesi, nonostante la crescita del reddito, resta ancora molto basso, come è fuori di dubbio che la laboriosità, l’abilità e la disciplina della forza lavoro cinese non trovino analogo riscontro in nessun altro Paese. Tuttavia sbaglierebbe chi pensasse che alla base del successo cinese ci siano soltanto questi elementi. Altri Paesi infatti, possono vantare costi del lavoro estremamente contenuti, ma non per questo sono riusciti ad ottenere performance altrettanto straordinarie.
Certamente il basso costo del lavoro determina un vantaggio comparato nelle fasi iniziali dello sviluppo, ma da solo non è un fattore in grado di assicurare una crescita duratura. Altre condizioni sono necessarie e riguardano in particolare tutte quelle misure atte a creare le condizioni economico - politico - istituzionali in grado di far funzionare un’economia di mercato e di attirare investitori stranieri per assicurare i mezzi finanziari e tecnologici necessari a sostenere un processo di crescita. Da questo punto di vista la liberalizzazione del mercato e l’apertura al commercio internazionale voluta dal governo cinese sono state scelte di politica economica che si sono rivelate fondamentali ed hanno creato un ambiente estremamente favorevole all’attrazione degli investimenti stranieri.
Un secondo errore di valutazione è quello di pensare che la Cina stia guadagnando quote di mercato soltanto nei settori caratterizzati da bassi costi di produzione. Di fatto il modello di specializzazione cinese è andato mutando: la quota di prodotti Ict sul totale delle esportazioni cinesi sfiora ormai il 40 per cento, mentre quella dei manufatti tradizionali è scesa dal 60 per cento al 51 per cento negli ultimi dieci anni.
La Cina è ormai diventato il primo Paese esportatore di computer e di prodotti per le telecomunicazioni ed il primo Paese esportatore di elettrodomestici. In pochi anni la quota cinese sul mercato mondiale di macchine per ufficio e apparecchiature informatiche sfiora il venti per cento ed il peso dei motocicli di fabbricazione cinese sul mercato mondiale vi si avvicina. Un così rapido sviluppo nei settori più dinamici si spiega con la massiccia presenza di imprese multinazionali e con l’intensificarsi del fenomeno della specializzazione di tipo verticale: secondo alcune stime del Fondo monetario internazionale, circa la metà delle importazioni della Cina verrebbe successivamente riesportato dopo aver subito una o più fasi di lavorazione.

Di fatto la posizione di rilievo che la Cina ha saputo conquistarsi non solo nei settori tradizionali ma anche in quelli tecnologicamente più avanzati è il risultato di un processo di sviluppo che ha avuto caratteristiche diverse da quelle tipiche di un modello export led in base al quale i Paesi in via di sviluppo si specializzano in beni a più alta intensità di lavoro non qualificato i mentre Paesi industrializzati si spostano progressivamente verso prodotti tecnologicamente più avanzati. Questa apparente anomalia può essere spiegata alla luce delle nuove tendenze del commercio internazionale che mostrano come la specializzazione produttiva si determini non tanto (o non solo) a livello settoriale quanto, piuttosto, sulla base dei vantaggi comparati individuati nelle varie fasi in cui può essere frammentato1 il processo produttivo.La rivoluzione informatica e la riduzione dei costi di trasporto consentono, infatti, la disintegrazione dei processi produttivi che vengono distribuiti geograficamente per minimizzare il costo dei fattori produttivi. Inoltre la capacità di attrarre massicci investimenti dall’estero permette ad un Paese nella sua fase iniziale di sviluppo di dotarsi di quei fattori (capitale fisico, tecnologie, know how) necessari per la produzione di beni più sofisticati. Ciò ha determinato la creazione di una filiera produttiva integrata con evidenti connotazioni regionali che vede la Cina in posizione centrale rispetto agli altri Paesi del continente asiatico. La Cina importa una quota rilevante di beni intermedi dai Paesi limitrofi, verso i quali registra un deficit commerciale, ed esporta in prevalenza beni di consumo verso il mondo industrializzato.

Quali sono allora i pericoli e le opportunità? La teoria economica e l’esperienza storica hanno dimostrato che l’espansione del commercio internazionale non sia un gioco a somma zero, quanto piuttosto un evento in grado di generare miglioramenti nel benessere globale. Il commercio internazionale determina innanzitutto un aumento dell’efficienza attraverso una migliore all’allocazione delle risorse produttive sulla base dei vantaggi comparati dei singoli Paesi. Di ciò traggono particolari benefici i consumatori di tutto il mondo i quali, a causa dei prezzi più bassi, vedono accrescere il loro potere di acquisto. Per quanto riguarda le imprese, invece, se da un lato esse sono sottoposte ad una maggiore concorrenza dall’altro possono trarre vantaggi non trascurabili dall’apertura e dallo sviluppo di nuovi mercati. Da questo punto di vista non si può trascurare il ruolo crescente della Cina non solo come Paese esportatore ma anche come importatore. A partire dal 1990, le importazioni cinesi sono cresciute in volume ad un tasso medio del 18 per cento, leggermente superiore a quello registrato per le esportazioni. Nel biennio 2003-2004 l’import cinese dal resto del mondo ha registrato incrementi rispettivamente del 40 e del 36 per cento! Grazie a queste performance la Cina contribuisce in maniera rilevante alla ripresa dell’economia mondiale: circa un quinto della crescita del commercio mondiale nel 2004 lo si deve al contributo cinese che risulta notevolmente superiore a quello degli Usa.
Anche il surplus di parte corrente, se valutato in rapporto al Pil, assume valori non così allarmanti e certamente in linea con quelli osservati per altri Paesi dell’area asiatica: i dati del 2004 indicano, infatti, un avanzo del 4,2 per cento, contro il 7,2 per cento dei Paesi Nie (Corea del Sud, Taiwan, Hong Kong e Singapore), il 5,5 per cento degli Asean-4 (Filippine, Indonesia, Malesia e Tailandia) ed il 3,7 per cento del Giappone. Alcuni scenari di medio periodo indicano che la Cina Potrebbe diventare nel tempo un Paese importatore netto.
Di fatto con una popolazione di un miliardo e trecento milioni di persone e con un tasso di crescita elevato e costante nel tempo la Cina sta rapidamente diventando uno dei principali mercati del mondo. In alcuni settori, come ad esempio quello automobilistico, si prevede nei prossimi anni un eccezionale boom dei consumi. La banca d’affari americana Merrill Lynch prevede che i cinesi diventeranno il primo mercato per i prodotti di lusso entro cinque anni, superando americani e giapponesi. Importanti effetti sulla domanda di servizi, che notoriamente tende a crescere con l’aumento del reddito pro-capite, deriveranno dalla veloce urbanizzazione della popolazione; si calcola che oggi oltre centosessanta città possono contare una popolazione superiore ad un milione di abitanti. Questa rapida espansione dei centri urbani sta determinando un forte incremento della domanda di infrastrutture e servizi legati al miglioramento ambientale e, più in generale, a quei servizi di public utility nei quali le imprese occidentali, incluse quelle italiane, hanno accumulato un capitale di tecnologia e di esperienza tale da farle essere competitive anche sul mercato cinese.
Sebbene ci si debba attendere un effetto di welfare globale positivo dall’allargamento dei mercati, non vi è dubbio che l’esplosione dell’economia cinese avrà ripercussioni sulla posizione competitiva di diversi Paesi. È quindi del tutto lecito sollevare la questione della distribuzione dei benefici e dei costi, cioè chiedersi chi trarrà vantaggio e chi, invece, sarà danneggiato dalla rapida crescita dell’economia cinese. Negli ultimi venti anni la ragione di scambio della Cina si è ridotta di circa il trenta per cento soprattutto nei prodotti a più alta intensità di lavoro. Ciò implica che, almeno in prima approssimazione, saranno alcuni Paesi in via di sviluppo specializzati in prodotti labour intensive, a soffrire di più la concorrenza cinese. Vi è da dire, tuttavia, che molti Paesi asiatici stanno traendo notevoli vantaggi dal crescente interscambio di beni semilavorati grazie alla loro capacità di integrarsi con il sistema produttivo cinese (oggi circa il quaranta per cento delle importazioni cinesi proviene da partner asiatici geograficamente più vicini). Allo stesso tempo anche i produttori di materie prime e prodotti energetici (America Latina e Africa) traggono indubbi vantaggi dall’accresciuta domanda per i loro prodotti. Più complessa è la valutazione per i Paesi industrializzati. I produttori di beni e servizi a più alta intensità di capitale e di tecnologia trarranno i maggiori vantaggi, mentre a soffrire di più saranno i produttori di beni di consumo più tradizionali ed in particolare quelli che non hanno avuto la capacità di delocalizzare in Cina parte della filiera produttiva. Per questi Paesi, Italia inclusa, si renderà necessaria una ristrutturazione produttiva alla ricerca di nuove specializzazioni capaci di cogliere i fattori di vantaggio alla luce delle mutate condizioni internazionali.

Contrariamente a quanto avvenuto per la Germania divenuto il primo esportatore mondiale dal 2003, grazie anche al forte aumento delle proprie esportazioni verso la Cina, l’Italia sembra soffrire in molti dei settori di specializzazione la concorrenza cinese. Ciò è il risultato delle peculiari caratteristiche dell’economia italiana polarizzata sempre più sui settori di specializzazione tradizionali a minor contenuto tecnologico, a basso tasso di internazionalizzazione e popolato da piccole imprese con forte vocazione all’export ma con un’inadeguata capacità di operare direttamente su mercati lontani.
Le imprese italiane devono però saper cogliere l’opportunità che si presenta loro. È particolarmente importante andare in Cina oggi e non solo per le dimensioni del mercato. Con una popolazione giovane, con una capacità di spesa crescente e con i gusti dei consumatori che si stanno orientando verso una domanda di prodotti di qualità più elevata è necessario far conoscere e apprezzare a questa sterminata platea l’eccellenza del life style italiano. L’azienda italiana deve però integrarsi con il tessuto produttivo cinese. Recenti esperienze mostrano come possano essere generati vantaggi reciproci dall’integrazione tra le aziende italiane, piccole nella dimensione ma con grandi capacità creative, e le imprese cinesi che hanno un così enorme mercato di fronte e la possibilità di produrre in larga scala.
Certamente la concorrenza implicherà dei costi di aggiustamento, bisognerà investire di più nella formazione, nella ricerca, e migliorare costantemente la qualità della produzione. Ma non si può tornare indietro, le barriere e tariffe non possono far parte della dottrina dell’Unione Europea. L’Italia non può non essere protagonista sull’unico mercato in espansione forte che ci sia in questo momento al mondo.



1 Per un approfondimento sul tema si rinvia a : S.W. Arndt e H Kierzkowsky (a cura di) Fragmentation: New Production Patterns is the World Economy, Oxford University Press, 2001 e, con riferimento al caso italiano, all’articolo di B. Quintieri e A. Petrucci Will Italy Survive Globalization? contenuto nello stesso volume.
 

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