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La strada giusta è quella di Finmeccanica

RISK
di Remo Pertica
risk n.7 - Giugno - Settembre 2005

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risk7
L’11 settembre ha contribuito a radicalizzare il passaggio dal concetto tradizionale di «difesa» a quello più ampio di «sicurezza», imprimendo una drammatica svolta nelle dinamiche internazionali. Gli attentati terroristici su New York e Washington, e quelli ancor più recenti di Madrid e Londra, hanno rivelato in maniera brutale l’efficacia delle nuove minacce ed hanno obbligato ad uno stretto coordinamento ed ad una rapida globalizzazione delle politiche di sicurezza.
Per l’Italia, tutto ciò ha significato la perdita di alcune «rendite strategiche di posizione» ed ha obbligato il mondo politico e quello industriale a provvedere alla ridefinizione delle proprie linee politiche e delle proprie attività nei settori della sicurezza e della difesa.
È in tale contesto che il Paese è chiamato a tenere nel giusto conto:
la nuova dimensione interna - esterna della propria sicurezza nazionale; la definizione delle direttrici di politica estera, commerciale, industriale e di difesa;
l’affermazione di un nuovo «rango» internazionale, ovvero di una sua credibilità e di una sua affidabilità per poter influire in maniera diretta sui grandi processi decisionali.
Se l’obiettivo politico nazionale è quello di tutelare la sicurezza interna ed esterna del Paese e di valorizzare il proprio «rango» internazionale, l’obiettivo dell’industria deve essere quello di rafforzare le proprie capacità tecnologiche, per rispondere con immediatezza ed efficacia a qualsiasi tipo di minaccia
Mai come nel caso dell’industria della difesa e della sicurezza, interesse nazionale, crescita e credibilità viaggiano di pari passo e l’una dimensione influenza le altre.
La capacità di sviluppare autonomamente tecnologie all’avanguardia può essere considerata come la cartina di tornasole delle effettive capacità di un Paese di esprimere competitività, oltre che capacità per i governi di provvedere nella maniera più adeguata al sostegno degli interessi nazionali. Ciò è particolarmente vero nei settori della sicurezza e della difesa in quanto dopo gli attentati dell’11 Settembre e la diffusione del terrorismo «globale», il «concetto di minaccia» è cambiato radicalmente. La sua imprevedibilità e virulenza stanno mutando non solo le politiche nazionali, ma anche la vita stessa dei cittadini.
Ma qual è il ruolo dell’industria dell’aerospazio, difesa e sicurezza in Italia? Tra gli elementi che attribuiscono «rango» ad un Paese, l’industria nazionale e le relative attività di ricerca tecnologica risultano fattori determinanti. L’Italia negli scorsi decenni ha perso via via posizioni nei settori tecnologicamente avanzati ed è andata accumulando un pesante gap nei confronti dei principali partner. Quasi unico settore a salvarsi ed anzi a rafforzarsi è stato quello dell’aerospazio e della difesa e sicurezza. Anche grazie alla concentrazione della maggior parte delle capacità tecnologiche e industriali in un unico gruppo, Finmeccanica, l’industria italiana è diventata un importante player sul mercato internazionale, con ricavi consolidati nel 2004 per 9,4 miliardi di euro.
Il Gruppo ha una forte presenza nei comparti: aeronautico, dove realizza componenti strutturali per aeronautica civile, componenti e velivoli completi per l’aeronautica militare da combattimento e da trasporto e opera nell’attività di trasformazione e revisione di aeromobili; elicotteristico, con la progettazione e produzione di elicotteri per usi civili e militari; spaziale, con la progettazione, sviluppo e produzione di satelliti per usi militari e civili (telecomunicazioni, scientifici, osservazione della terra, telerilevamento) e componenti per strutture orbitanti; della difesa, con la progettazione, sviluppo e produzione di sistemi missilistici, sistemi radar di comando e controllo terrestri e navali, sistemi di controllo del traffico aereo, sistemi di comando e controllo, sistemi ed apparati per comunicazioni tattiche, sistemi ed apparati di comunicazioni sicure per le forze di polizia e la pubblica amministrazione, sistemi ed equipaggiamenti avionici, sistemi d’arma terrestri, sistemi d’arma subacquei e siluri.
Il tutto garantito da una consolidata esperienza di integratore di sistemi complessi.
Le recenti operazioni condotte da Finmeccanica, che ha acquisito il controllo totale di AgustaWestland, ha chiuso l’accordo nel settore spaziale con Alcatel e quello con BAe Systems nell’elettronica per la difesa, garantiscono all’industria italiana la possibilità di essere protagonista in qualunque, futuro processo di riorganizzazione dell’industria europea dell’aerospazio e difesa. Quale deve essere allora il ruolo della ricerca? Sempre più si discute della competitività del Sistema Italia e delle sfide poste dalla globalizzazione economica e dall’affermazione di nuove potenze economiche, quali India e Cina. Unanime è il consenso di chi fa industria rispetto alla necessità di garantire maggiore attenzione alla ricerca, come volano di crescita e di sviluppo per vincere la sfida dei mercati globali.
Innovazione vuol dire garantire al proprio tessuto produttivo la capacità di essere costantemente sulla frontiera delle tecnologie, promuovendo e non subendo il cambiamento. Cina, India, ma anche le altre potenze emergenti non devono spaventare. Occorre certo garantire che le regole del gioco della competizione siano uguali per tutti. La Cina, ad esempio, può contare su un costo del lavoro molto basso e sulla mancanza di vincoli sociali e sindacali rispetto alla forza lavoro. Assenza di regole vuol dire, in questo senso, un gioco falsato.
Nell’attesa che l’economia globale trovi i propri equilibri di governance, l’industria non può che rispondere nell’unico modo che conosce: con la cultura dei fatti. Fatti che orientano la vocazione dell’industria italiana verso l’innovazione tecnologica e la ricerca. Non è solo una questione di sopravvivenza della nostra industria, ma del nostro intero sistema. La globalizzazione è una sfida che non consente ritardi, né tanto meno chiusure autarchiche. Le pur necessarie misure di salvaguardia, adottate a livello europeo, possono servire per esercitare una certa pressione nei confronti dei nuovi produttori, spingendoli ad assumere atteggiamenti più responsabili nel campo delle politiche sociali e di tutela dell’ambiente, ma alla lunga i Paesi occidentali potranno e dovranno contare solo sul vantaggio tecnologico. È iniziata una nuova fase in cui la corsa di fa sempre più serrata e il piccolo gruppo di testa deve saper mantenere il distacco dal gruppo degli inseguitori che si sta rafforzando ed avvicinando.
Per quanto concerne Finmeccanica, nel Gruppo operano circa seimila ricercatori, dedicati alle attività di laboratorio o engineering e con aree di eccellenza tecnologica in diversi settori: nell’impiego di materiali avanzati e speciali per applicazioni aeronautiche e spaziali, nello sviluppo di sistemi ad alto contenuto elettronico ed informatico con applicazione nei sistemi per la difesa e la sorveglianza, nei sistemi d’arma, nella progettazione e la gestione di prodotti e sistemi complessi.

Ogni anno, Finmeccanica investe in ricerca e sviluppo quasi il 15 per cento del valore della produzione (1,5 miliardi di euro lo scorso anno). Il 90 per cento circa di questo investimento è concentrato nei settori del core business dell’aerospazio e difesa.
Finmeccanica partecipa attivamente alle attività di centri di ricerca quali in Cira, il Cetev (per le tecnologie del vuoto), il Creo per l’elettro-ottica, il Cetena in campo navale, l’Optel per la ricerca su dispositivi microelettronici compositi. Il Gruppo ha contatti diretti con le principali Università italiane (Napoli, Genova, Pisa, Roma) ed europee (Madrid, Sheffield, Stoccarda, Monaco) e con le istituzioni (Asi, Esa). In Europa solo la Gran Bretagna, la Francia e l’Irlanda investono una cifra in ricerca superiore al 2 per cento del Pil. Gli altri Paesi sono parecchio indietro, a cominciare dall’Italia, in cui l’investimento supera di pochissimo l’1 per cento.

Quello italiano è un ritardo grave, soprattutto se rapportato alle economie più dinamiche: Usa e Giappone spendono oltre il 3 per cento del Pil in attività che sono collegate alla ricerca sia direttamente che indirettamente, come ad esempio accade per i finanziamenti alle grandi università che si pongono come incubatori di scienza e di sapere, creando ricadute positive sul mercato del lavoro, sul tessuto produttivo e, quindi, sul benessere e la crescita economica. Tutti dobbiamo convincerci del fatto che occorre cominciare ad investire seriamente sulla frontiera delle tecnologie, per dialogare da pari con economie tradizionalmente più avanzate (Stati Uniti e Giappone) e con quelle emergenti (Cina ed India).
Tecnologia vuol dire progresso e lo sviluppo tecnologico è garanzia di crescita economica, di sicurezza e di benessere. Solo con queste parole d’ordine potremo garantire all’Italia un ruolo da protagonista e non da attore marginale nel futuro del pianeta.
 

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