Nell’estate del 2005 due grandi operazioni finanziarie hanno attirato l’attenzione internazionale sulle società petrolifere cinesi e sulla loro politica di espansione all’estero: il fallito tentativo di Cnooc di acquisire la statunitense Unocal e l’acquisizione di Petrokazahstan da parte di Cnpc. Due operazioni molto diverse nelle motivazioni e nelle modalità di esecuzione ma di dimensioni inusuali per il mercato cinese e molto grandi anche per gli standard del mercato finanziario internazionale.
L’offerta di Cnooc su Unocal del valore di 18 miliardi di dollari è stata lanciata il 22 giugno 2005 ed è stata fatta interamente per cassa. La particolarità dell’operazione, che la rende ancora più inusuale, è rappresentata dal fatto che l’offerta di Cnooc era migliorativa rispetto ad una precedente offerta per azioni e cassa (per un controvalore totale di 16,2 miliardi di dollari) lanciata in aprile da Chevron Texaco. Proprio il fatto che per la prima volta si sia verificato un confronto sul mercato tra una società cinese e una società americana ha dato alla vicenda un grande rilievo mediatico e ha attirato l’attenzione politica americana sulle implicazioni strategiche di un eventuale successo dell’offerta cinese. L’operazione non è andata a buon fine perché gli azionisti di Unocal, ritenendo che le condizioni dell’offerta di Cnooc e l’opposizione politica che suscitava mettessero a rischio il buon fine dell’offerta, hanno preferito accettare la proposta di Chevron Texaco. Viceversa, l’offerta di Cnpc da 4,18 miliardi di dollari lanciata a fine agosto su Petrokazahstan, società di dimensioni molto più modeste rispetto alla Cnpc, e motivata da un diretto interesse strategico - cioè dalla possibilità di acquisire riserve direttamente utilizzabili dalla Cina attraverso l’oleodotto Cina-Kazahstan - non ha suscitato reazioni particolari e, per il momento, sembrerebbe destinata al successo.
La coincidenza dei tempi e l’ingente fabbisogno finanziario connesso alle due operazioni pone tuttavia l’interrogativo se entrambe non rispondano a un unico disegno, e cioè se la politica di espansione all’estero delle imprese petrolifere cinesi non sia guidata da considerazioni di tipo politico e strategico piuttosto che da considerazioni di tipo commerciale.
Nulla vieta ovviamente al governo cinese di stimolare le proprie imprese a investire all’estero in un settore strategico, dato che ogni governo in misura più o meno aperta lo fa, ed è abbastanza evidente che per sostenere nel lungo periodo il proprio processo di crescita la Cina deve garantirsi l’accesso a fonti d’energia di cui scarseggia.
Questo comporta comunque due ordini di considerazioni. Il primo riguarda le implicazioni geopolitiche di queste scelte. Numerosi commentatori, nel riflettere sulle implicazioni della crescita dei fabbisogni energetici cinesi, hanno ipotizzato che la Cina possa diventare un’antagonista anche militare dell’Occidente per assicurarsi le risorse. Davide Hale, in particolare su The National Interest, osserva che per proteggere i suoi interessi vitali la Cina deve dotarsi di una flotta militare capace di proiettarsi lontano, flotta di cui non dispone più da quasi cinquecento anni. Ma anche a livello di parlamento e di governo americano la preoccupazione ha stimolato un approfondimento le cui conclusioni indicano che la pressione della crescita della domanda cinese sull’offerta di petrolio sarà tale da avere serie implicazioni per i prezzi e gli approvvigionamenti di energia degli Stati Uniti e quindi per la sicurezza economica del Paese (2004 Report to Congress of the U.S.- China Economic and Security Review Commission, Chapter 6, «China’s Energy Needs and Strategies», pp. 151-172).
Il secondo ordine di considerazioni riguarda le implicazioni competitive di una politica di espansione all’estero guidata da valutazioni strategiche piuttosto che di tipo commerciale. È evidente, infatti, che se il governo cinese dovesse continuare a sostenere il costo della politica di espansione attraverso l’utilizzo delle abbondanti riserve in divisa accumulate nel corso degli ultimi anni e finanziando le imprese nelle quali ancora detiene quote rilevanti a condizioni non commerciali, la pressione sul mercato finirà per alzare ulteriormente il costo delle operazioni petrolifere a livello internazionale, ma soprattutto indurrà le altre imprese a richiedere ai propri governi misure di ritorsione che finiranno per ridurre l’apertura dei mercati.
Questo tipo di preoccupazioni trova fondamento nel fatto che la politica di finanziare iniziative di rilievo strategico a condizioni diverse dalle normali condizioni di mercato, senza adeguate garanzie e senza preoccuparsi dei rischi collegati, è stata per molto tempo prassi comune in Cina ed è all’origine dei gravi problemi di bilancio della maggior parte delle banche cinesi. L’effetto combinato degli elevatissimi tassi di risparmio cinesi, che raggiungono livelli del 47 per cento (2003), e della crescita economica che continua a generare nuovo reddito e quindi nuovo risparmio, ha determinato e continua a determinare un costante e larghissimo afflusso di liquidità presso il sistema bancario. Questa liquidità è stata molto spesso indirizzata, sulla base di specifiche direttive politiche di tipo locale o nazionale, a finanziare progetti infrastrutturali e industriali di interesse strategico per la Repubblica Popolare Cinese. Solo recentemente, e specificamente per i settori industriali, il governo e le autorità di controllo del sistema finanziario hanno deciso di introdurre regole più stringenti per valutare i rischi di specifiche iniziative di finanziamento.
Simili considerazioni, riferite al settore dell’energia, hanno portato nel passato ad avere le stesse preoccupazioni nei confronti del Giappone. Questo anche alla luce del fatto che la necessità di garantire gli approvvigionamenti energetici è stato uno dei fattori che ha determinato la discesa in campo del Giappone a fianco delle potenze dell’Asse durante la seconda guerra mondiale e l’aggressione agli Stati Uniti. Nel dopoguerra tuttavia, dopo un periodo iniziale di forte crescita dei consumi, il Giappone è riuscito a stabilizzare la sua domanda di idrocarburi attraverso una politica di diversificazione energetica e una forte spinta al miglioramento dell’efficienza energetica del suo sistema industriale.
Per la Cina i problemi si pongono in una scala superiore a quella del Giappone e di qualsiasi altro Paese. Attualmente la Cina consuma l’equivalente di 27 milioni di barili al giorno di fonti primarie di energia, cioè circa il 13,6 per cento del consumo mondiale annuale di energia primaria, e il 70 per cento di queste fonti è rappresentato da carbone di qualità non molto elevata, che comporta per la Cina rilevanti problemi ambientali. La quota relativamente modesta del petrolio sul totale della domanda energetica dipende dalla struttura della generazione elettrica cinese, che è quasi interamente (83 per cento) alimentata a carbone, dal basso livello di reddito pro capite rispetto agli altri paesi e soprattutto dal fatto che per circa 20 anni - tra gli anni Settanta e Ottanta - la Cina ha fortemente scoraggiato la crescita dell’industria automobilistica e lo sviluppo del sistema stradale. Più recentemente, alla fine degli anni Novanta, la tendenza si è invertita e nel Paese il trasporto privato ha iniziato a crescere, provocando un’impennata nella domanda di prodotti petroliferi che si è tradotto in un forte aumento delle importazioni.
Negli ultimi anni sono state fatte diverse analisi delle prospettive di crescita della domanda di petrolio in Cina, e l’unico elemento che le accomuna è che sono tutte sbagliate per difetto. Stime di appena due o tre anni fa mostrano un errore nelle previsioni di crescita della domanda di circa un milione di barili al giorno. Una parte di questo aumento è probabilmente dovuto a problemi collegati all’industria del carbone cinese ed è destinato ad essere riassorbito con il miglioramento nella produzione e nella logistica del carbone, ma l’intensità della domanda testimonia della forza sottostante dello sviluppo economico cinese che non è destinato a rallentare in un futuro vicino. Poche cifre servono per illustrare la situazione cinese nel settore degli idrocarburi. Fino all’inizio degli anni novanta la Cina è stata un Paese esportatore netto di petrolio, ma nel 1993 è diventato importatore netto, e da allora i consumi sono aumentati in modo costante. Il Paese importava solo 9,81 milioni di tonnellate di petrolio nel 1993; negli anni successivi le importazioni sono progressivamente cresciute fino a raggiungere i cinquanta milioni nel Duemila. Per quanto riguarda il gas naturale, l’uso è stato introdotto relativamente tardi e con una diffusione molto limitata, tale che nel 2004 copriva solo il 3 per cento del totale dei consumi energetici del Paese. Nondimeno, l’incremento relativo è stato notevole: se nel 1989 la Cina consumava 13,7 miliardi di metri cubi, da allora il tasso di crescita annuale è stato del 5,22 per cento fino a raggiungere i 19,566 miliardi nel 1997.
La domanda di carburanti per autotrazione è invece aumentata rapidamente solo a partire dal Duemila; questo fenomeno è stato, a livello internazionale, il singolo fattore più rilevante della crescita della domanda di petrolio e della conseguente crescita dei prezzi. Nel futuro probabilmente il governo cercherà di contenere la crescita della domanda di motorizzazione, ma è improbabile che una volta messo in moto il processo di crescita del trasporto privato il fenomeno possa essere fermato. È poco probabile inoltre che la crescita della domanda di energia rallenti in conseguenza di un arresto del meccanismo di crescita dell’economia. La struttura e le dimensioni dell’economia cinese la rendono infatti meno esposta all’insorgere di squilibri fondamentali come quelli che hanno portato all’arresto della crescita in altri Paesi, come il Giappone. Contrariamente al Giappone, dove le imprese hanno avuto bisogno di conquistare quote crescenti di mercati esteri per raggiungere le soglie dimensionali ottimali, dal punto di vista delle economie di scala l’economia cinese consente alle imprese di raggiungere soglie dimensionali ottimali grazie al mercato interno. Anche qualora si riducessero le condizioni di particolare vantaggio sui costi di cui oggi gode la Cina, le imprese cinesi rimarrebbero comunque competitive, perlomeno sotto il profilo della scala ottimale di produzione.
Il problema della crescita della domanda di petrolio cinese è quindi destinato a pesare anche sugli equilibri del mercato petrolifero internazionale, tanto più che negli ultimi anni l’offerta di petrolio ha avuto difficoltà a soddisfare la crescita della domanda a livello internazionale. Tra le ragioni va certamente considerato che gli investimenti nel settore non sono stati adeguati perché le imprese petrolifere hanno sottostimato la crescita della domanda e hanno mantenuto basse le aspettative sul livello dei prezzi, penalizzando la redditività attesa dei nuovi investimenti. Una formulazione realistica delle aspettative sulla futura crescita dei fabbisogni cinesi potrebbe quindi avere effetti positivi sul mercato, stimolando una crescita adeguata degli investimenti delle compagnie e degli stati produttori. È improbabile tuttavia che il mercato ritorni nel lungo periodo sui livelli di prezzo sperimentati dopo il 1986. I costi di produzione del greggio stanno aumentando per effetto della messa in produzione di riserve più complesse e penalizzate dal punto di vista logistico. Contemporaneamente, aumentano i costi di trattamento del greggio con la modifica della struttura della produzione verso greggi più pesanti.
È evidente quindi che considerazioni di natura geopolitica influenzeranno la scelta degli strumenti concreti con i quali affrontare i problemi, e i livelli più o meno intensi del confronto tra diverse aree e diversi paesi sulla sicurezza energetica dipenderanno in modo cruciale da come ciascun attore interpreterà le mosse degli altri. Questa è la ragione per la cui le imprese petrolifere cinesi continueranno a essere oggetto di uno scrutinio particolarmente intenso per verificare se i loro comportamenti si conformano alle normali regole di mercato oppure se lo Stato utilizza le imprese per perseguire obiettivi di natura strategica piuttosto che il proprio interesse di azionista. Tenuto conto della coerenza con cui i cinesi si sono mossi negli ultimi vent’anni, è possibile dedurre abbastanza chiaramente i principi che ispirano i loro comportamenti e quindi la sequenza delle loro iniziative.
A partire dalle riforme che hanno avviato il processo di «modernizzazione socialista», lanciate nel 1978 da Deng Xiaoping, i cinesi hanno sempre cercato di combinare elementi di pianificazione con strumenti di mercato. I problemi del 1989 non hanno fatto cambiare sostanzialmente la direzione delle riforme e, dopo un periodo d’incertezza legato alla fase politica seguita agli avvenimenti di Tien An Men, il percorso di riforma è continuato.
La fase più importante di riforme è stata avviata dal XV Congresso del Partito Comunista che si è svolto nel 1997 e che ha imposto la separazione tra funzioni amministrative, svolte dai ministeri, e attività commerciali, svolte dalle imprese. Da quel momento le imprese sono state lasciate libere di agire secondo le regole di mercato: in particolare, hanno avuto la possibilità di ridurre la manodopera eccedente e non hanno più dovuto provvedere ad obblighi di natura sociale come quello di fornire il pane ai dipendenti. Con la svolta del 1997 è stato anche avviato il processo di privatizzazione: l’istruzione e la salute sono diventate a pagamento ed è stata data la possibilità di riscattare le abitazioni ai locatari. A questa profonda riorganizzazione dell’apparato statale è seguita nel 2002, in occasione del XVI Congresso, un’ulteriore fase di riforma che ha portato nel marzo del 2003 a iscrivere la difesa della proprietà privata nella costituzione del Partito e dello Stato.Queste riforme hanno comportato anche un’importante trasformazione dell’industria petrolifera cinese che, da entità di natura tecnico-burocratica finalizzata a sviluppare le risorse energetiche interne, si è evoluta in un sistema d’imprese commerciali in grado di competere sul mercato internazionale.
Uno dei primi problemi che i cinesi si sono posti, all’inizio degli anni Ottanta, dopo il periodo d’isolamento determinato dalla rivoluzione culturale, è stato quello di importare tecnologie avanzate che permettessero di sviluppare il settore offshore, allora ritenuto un’importante frontiera di espansione petrolifera. Così nel 1982 è stata creata la Cnooc, con lo scopo di realizzare accordi di sviluppo offshore con le compagnie occidentali. Nel 1985 è stato compiuto un passo più radicale con l’abolizione del ministero dell’Industria petrolifera e la creazione di due imprese specializzate in segmenti diversi del ciclo petrolifero: la Cnpc, che aveva lo scopo di sviluppare la produzione e le riserve gestite dal ministero del Petrolio, e la Sinopec che aveva lo scopo di sviluppare le attività downstream di raffinazione e marketing. La nascita delle due società, senza la contestuale creazione di un organismo esterno di regolazione e controllo, ha favorito la convivenza all’interno di entrambe di funzioni amministrative - tipicamente svolte dallo Stato - con attività invece di natura prettamente commerciale. Con le riforme del 1997 si è messo ordine a questa situazione; tuttavia la divisione del ciclo petrolifero tra le due società creava di fatto due situazioni di monopolio, nell’upstream da parte di Cnpc e nel downstream da parte di Sinopec, che non erano più compatibili con la nuova natura privatistica delle società.
Nel 1998 venne pertanto deciso un nuovo passo nel processo di riorganizzazione dell’industria attraverso lo scambio di asset tra Cnpc e Sinopec con l’obiettivo di creare due società integrate e possibilmente in competizione tra loro. Lo scambio fu comunque solo parziale e le due società rimasero fortemente caratterizzate dalla loro missione originaria. Rimanevano peraltro problemi di efficienza interna, in particolare per Cnpc che, con 1.400 mila dipendenti, non solo svolgeva normali attività economiche ma provvedeva anche, e in dimensione rilevante, al soddisfacimento di esigenze tipiche dello Stato e dei suoi programmi di welfare: l’istruzione, le cure sanitarie, la cura delle persone anziane e perfino le attività ricreative. Per questo motivo venne avviato un nuovo processo di riorganizzazione che ha portato a scorporare in una nuova società il core business, in modo tale che i risultati dell’attività non fossero inquinati da costi estranei all’attività caratteristica.
Cnpc, che rimane il campione nazionale dell’industria petrolifera cinese, ha scorporato il core business nella società PetroChina che, creata il 5 novembre 1999, è stata quotata a New York e a Hong Kong rispettivamente il 6 e il 7 aprile Duemila. A sua volta PetroChina ha avviato immediatamente un processo di ristrutturazione interna che, nell’arco di circa due anni, ha portato l’organico da 480 mila a 420 mila persone. Anche nella scelta degli asset da apportare in PetroChina Cnpc si è mossa in modo molto prudente, mantenendo al suo interno quelli internazionali più rischiosi o più controversi dal punto di vista politico - come il Sudan e l’Iraq - in attesa di verificare la situazione. Solo successivamente, nell’agosto di quest’anno, è stata presa la decisione di apportare in PetroChina nuovi asset, e anche in questo caso si è scelta una via molto prudente, cioè la costituzione di una joint-venture paritetica alla quale PetroChina partecipa con un apporto di denaro e assumendosi la responsabilità della gestione.
In questi anni dunque l’industria petrolifera cinese si è strutturata in società del tutto paragonabili alle major internazionali per dimensioni e risultati. PetroChina è la quinta maggiore società petrolifera al mondo per capitalizzazione, mentre Sinopec, pur con una capitalizzazione molto inferiore, ha raggiunto dimensioni di fatturato nel segmento in cui opera (downstream) di assoluto rilievo. Inoltre, il grado di trasparenza sulle informazioni operative e finanziarie realizzato dalle società, entrambe quotate a Wall Street, è cresciuto molto per ottemperare all’obbligo di depositare le comunicazioni societarie attraverso il Form 20F che prevede un livello estremamente dettagliato di informazioni.
PetroChina, in particolare, ha sia performance economiche e finanziarie sia dimensioni di produzione e riserve che la pongono a pieno diritto tra le prime società petrolifere mondiali: nel 2004 ha realizzato profitti per 12,4 miliardi di dollari, un cash flow di 16,5 miliardi e investimenti per 10,9 miliardi, e ha un ritorno sul capitale investito pari al 23,43 per cento. Per un confronto può essere interessante ricordare che, sempre nel 2004, l’Eni ha realizzato circa 9 miliardi di dollari di profitti (7,3 miliardi di euro), un cash flow di 15,3 miliardi di dollari (12,4 miliardi di euro), investimenti per 9,7 miliardi di dollari (7,5 miliardi di euro), e che il ritorno sul capitale investito è stato del 16,01 per cento. Per quanto riguarda la produzione, sempre dal confronto sui dati del 2004 emerge che con 2,5 milioni di boe al giorno, PetroChina ha una produzione di circa il 50 per cento superiore alla società italiana. L’unica vera differenza è rappresentata dal numero di dipendenti, tradizionalmente molto più elevato nel caso delle società cinesi rispetto a quelle occidentali. Tema che tuttavia non sembra scoraggiare l’interesse degli investitori nei confronti di PetroChina, considerando che nel 2003 Warren Buffett ha acquistato l’equivalente del 13 per cento del flottante della società.
È interessante osservare che la crescita delle imprese cinesi in termini di risultati, e anche in termini di adeguamento alle pratiche internazionali di rapporti con il mercato, non è stata accompagnata da un ampliamento o quanto meno da una trasformazione degli strumenti di coordinamento, indirizzo e controllo da parte dello Stato. La politica energetica cinese è gestita dall’Energy Leading Group, gruppo d’indirizzo del governo (State Council) diretto dal primo ministro Wen Jiabao composto, tra gli altri, dal Ministro del commercio e dal Presidente della State Planning and Development Commission, che ha aggiunto recentemente le riforme ai propri compiti e anche al proprio nome. A sua volta questa entità si avvale della State Energy Adminstration, un organismo relativamente snello che elabora le direttive generali di politica energetica e risolve le controversie tra i vari soggetti che operano nel sistema. In altri settori, come il gas, i sistemi di regolazione sono ancora più carenti. Sorprendentemente quindi la scelta prioritaria delle autorità cinesi è stata quella di usare strumenti di mercato piuttosto che strumenti d’intervento pubblico.
Un esempio di questo stato di cose è rappresentato dal ritardo con cui, in Cina, è stato affrontato il problema delle scorte strategiche di petrolio. Dopo avere discusso il problema negli anni Novanta, solo nel decimo piano quinquennale (2001-2005) il problema è stato oggetto di decisioni concrete con l’individuazione di quattro siti dei quali solo uno è, ad oggi, in avanzata fase di costruzione. L’obiettivo è di avere 35 giorni di scorte al 2008 e 90 al 2020, rispetto ai 5,10 giorni di scorte attuali.
Questa è anche la conseguenza del modo con cui si sono realizzate le riforme che hanno trasformato la Cina. In effetti non si è mai trattato di riforme gestite centralmente ma di riforme sempre sperimentate su scala locale. Questo ha consentito di evitare che le resistenze dell’apparato burocratico centrale ne impedissero la realizzazione, ma allo stesso tempo ha spostato sempre di più influenza e potere decisionale a livello locale. Il successo economico che ne risultava a sua volta ha finito per rafforzare il potere locale a scapito del potere centrale. Per questo motivo oggi municipalità importanti come Shanghai e Schenzhen, dove tra l’altro erano state create con successo le prime borse valori del Paese, detengono in larga maggioranza molte delle più importanti società cinesi.
Per capire il comportamento delle imprese cinesi occorre fare riferimento a una caratteristica più sottile ma non meno importante della mentalità cinese e cioè l’importanza dell’apprezzamento della comunità e le conseguenze di una perdita d’immagine nei confronti della comunità. Finché la Cina era chiusa la comunità di riferimento era quella cinese, ma con la crescente apertura dei mercati, soprattutto dei mercati finanziari, la comunità di riferimento è diventata quella internazionale, e i cinesi non vogliono essere da meno dei loro competitors internazionali. Questo tende ad accentuare la voglia di competere - tipica dei cinesi - con tutti gli strumenti possibili.
È probabile, quindi, che anche le imprese petrolifere cinesi continuino nel processo di trasformazione e di crescita che le ha portate a realizzare i risultati che abbiamo descritto in precedenza. Naturalmente i prossimi passi non sono stati annunciati ma è probabile che il processo di trasformazione di Cnpc (e, a valle, di PetroChina) e di Sinopec porti a un’ulteriore semplificazione e a una ancora maggiore efficienza del core business delle due società e ad una loro proiezione internazionale, con i vincoli di rendimento degli investimenti tipici di tutte le società quotate. Questo lascia comunque irrisolto il problema del confronto internazionale soprattutto sui mercati più critici per le compagnie petrolifere occidentali, cioè il Medio Oriente.Quando gli analisti paventano una crescente competizione su questi mercati, con le conseguenze anche di tipo politico cui si accennava in precedenza, tendono a enfatizzare un problema di costi che penalizza fonti più accessibili per i cinesi ma più costose e quindi meno competitive, come il gas naturale, in particolare in Iran, in Asia Centrale e in Siberia. In realtà se in un’ottica di lungo periodo la domanda cinese si manterrà elevata, e quindi anche i prezzi rimarranno alti, l’economicità di grandi infrastrutture che colleghino la Cina a quelle aree, dove peraltro è localizzato il 70 per cento delle riserve di gas naturale, diventa evidente.
E in effetti il sistema infrastrutturale si sta sviluppando rapidamente: in linea con l’obiettivo del governo cinese di aumentare l’utilizzo del gas nel Paese dal 3 per cento attuale all’8-10 per cento entro il 2015, nel 1997 è stata costruita la sezione di gasdotto che collega il bacino dell’Erdos a Pechino, e a fine 2004 è stato completato - con un anno di anticipo - il colossale progetto della West East Gasline che collega il Tarim a Shanghai.
Al di fuori dei confini del Paese, con la Russia sono in corso di studio vari progetti e nonostante le alterne vicende che lo hanno caratterizzato si realizzerà anche il gasdotto che collegherà la rete siberiana e i giacimenti di Kovytka, vicino a Irkutsk, alla Cina (e probabilmente alla Corea del Sud), con un itinerario che è tuttora in via di definizione; un altro progetto internazionale, di cui è stata completata la prima fase quest’anno, riguarda la costruzione dell’oleodotto che collega il Kazakhstan con la provincia cinese autonoma dello Xinjang.
Lo sviluppo delle infrastrutture di trasporto nella regione sarà un fattore di stabilizzazione, come ha dimostrato l’esperienza dell’integrazione di Russia e Nord Africa con l’Europa. Nonostante la guerra fredda, nonostante il terrorismo islamico, la crescita delle infrastrutture del gas ha rappresentato un fattore di cooperazione e non di confronto strategico.
Dallo sviluppo dell’infrastruttura del gas nella regione verrà anche un alleviamento dei problemi ambientali che costituiscono oramai una delle principali priorità cinesi. La domanda di energia per usi industriali e per usi domestici è relativamente anelastica ed è oggi quasi totalmente coperta dal carbone; occorre pertanto realizzare in tempi rapidi una sostituzione del carbone con il gas anche per raggiungere gli obiettivi di miglioramento della qualità dell’aria che i cinesi si sono dati in vista del prossimo svolgimento dei giochi olimpici. Minori spazi ci sono invece per la sostituzione dei combustibili per autotrazione sui quali peraltro hanno inciso in modo rilevante le indicazioni di piano del governo cinese. Vi è la percezione che mentre il sistema di trasporto privato ha avuto una spinta dal piano precedente, il sistema di trasporto pubblico non ha avuto ancora l’attenzione necessaria. Questo ha aggravato i problemi di inquinamento e di congestione che oramai cronicamente affliggono le città cinesi e che hanno rimesso in discussione una crescita così spinta della motorizzazione privata.
In generale, la conclusione che si può trarre da quanto fin qui descritto è che la politica energetica cinese sarà orientata nel lungo periodo alla sostituzione del carbone e del petrolio con il gas e allo sviluppo dei rapporti con i Paesi dell’Asia Centrale che, essendo limitati quanto a sbocchi per la loro produzione, troveranno nella Cina un formidabile mercato di lungo periodo. È possibile quindi che la pressione cinese sulle risorse energetiche mondiali non entri in collisione diretta con gli interessi occidentali che riguardano prevalentemente il Medio Oriente e il Nord Africa. Inoltre la progressiva adozione da parte delle imprese cinesi di comportamenti tipici delle majors occidentali impedirà loro di compiere scelte di investimento slegate da motivazioni di natura economico finanziaria e in contrasto con gli interessi di lungo periodo dei loro azionisti. Questo non significa evidentemente che la pressione sul mercato energetico non rimarrà elevata, ma la risposta che le imprese e i governi occidentali saranno chiamati a dare sarà una risposta di mercato e non una risposta politica.