Politologi, storici ed economisti si sono ripetutamente domandati - e ancora si domandano - come possa sopravvivere un sistema comunista che, come in Cina, accetta un’economia di (relativo) libero mercato. Le conoscenze storiche e le analisi economiche insegnano che i sistemi di libertà introducono elementi dinamici nelle società e questi conducono presto o tardi a rivendicazioni di maggiori libertà politiche e, se negate, a movimenti insurrezionali di popolo. Agli albori del neo-capitalismo cinese, la rivolta degli studenti in Piazza Tien An Men ha fatto ritenere che la storia stesse ripetendo gli schemi a tutti noti. La repressione della rivolta studentesca facendo uso dei carri armati «del popolo» sembra aver deviato il corso della storia e aperto la strada all’affermarsi di condizioni economiche «liberiste» che hanno riassorbito la spinta rivendicativa di migliori condizioni politiche. Vi è cioè un trade off (scambio) tra libertà economiche e libertà politiche. La mancata risposta al quesito della possibilità di realizzare le libertà economiche senza libertà politiche non può che indurre a ricercare un altro paradigma interpretativo dell’evoluzione dell’assetto istituzionale della Cina e questo può essere trovato nei modi d’essere delle esperienze fatte dal capitalismo (attenzione, non dal libero mercato). L’evoluzione del capitalismo è costellata da esempi di controllo sociale basato sulla forza del potere costituito piuttosto che sulla forza o la «regola» della legge, tipico delle democrazie. Come ha affermato Ralph Dahrendorf dopo la caduta del muro di Berlino, se abbiamo sconfitto il comunismo per passare al capitalismo - e, ha aggiunto, a un qualsiasi «ismo» offertoci dalla storia - allora occorrerà combatterlo come abbiamo fatto con la sua attuazione fattane dalla Russia sovietica. Per costruire una società civile, occorre una solida cultura delle libertà, qualsiasi sia la sua origine, affinché il potere evolva in direzione di un’organizzazione democratica in cui la sovranità passa dalle mani delle élite di governo a quelle dei cittadini. Solo così si approda a un sistema sociale in cui l’uomo è governato da leggi e non da uomini.
Questa premessa serve per introdurre alcune riflessioni sulla recente esperienza di governo dello yuan-renmimbi, la moneta del popolo cinese, che a giusto titolo può dirsi espressione dei limiti che incontra l’accettazione del mercato da parte dei gruppi dirigenti cinesi che, ispirandosi all’«ideale» di una società comunista, approdano al capitalismo piuttosto che alla democrazia. Forse meditando sul ruolo dei cambi fissi nello sviluppo dell’Occidente o forse per rimarcare la forza del potere costituito, le autorità cinesi hanno stabilizzato per un lungo periodo il valore esterno dello yuan ancorandolo a un cambio fisso con il dollaro statunitense. Questo regime di cambio ha dato frutti positivi finché il dollaro, la moneta di riferimento «spontaneo» degli scambi mondiali, ha mantenuto il suo valore o si è rivalutato ma, al mutare di questa condizione, ossia all’atto della sua svalutazione, ha creato tensioni sul mercato dei beni e dei capitali, ben note agli operatori di mercato e agli studiosi di economia: il sostegno del valore esterno ha creato infatti insoddisfazioni negli operatori esteri per i vantaggi anche valutari che esso attribuiva alle esportazioni cinesi, già di per sé vantaggiose, e indotto le autorità cinesi ad accumulare ingenti quantitativi di dollari. Queste implicazioni hanno creato due problemi, uno immediato di politica economica e uno, a effetti differiti, di politica estera.
Il possesso di ingenti quantità di dollari da parte delle autorità cinesi arma le mani di potenziali avversari degli Stati Uniti e del mondo sviluppato in quanto possono spostare il possesso di attività aventi mercato internazionale da un’attività finanziaria all’altra, anche cambiando la moneta di denominazione. Nel primo caso si può privilegiare un Paese, un settore o una impresa, nel secondo indurre l’indebolimento della moneta ceduta e il rafforzamento di quella domandata. Se, ad esempio, le autorità cinesi vendono dollari e acquistano euro, la valuta americana si svaluta e quella europea si rivaluta, causando un mutamento delle condizioni di convenienza nelle esportazioni delle due aree. Il cambiamento di destinazione dei dollari a riserva ufficiale porrebbe nell’immediato problemi di politica economica, ma finirebbe con il porre un problema di politica estera. Non a caso, egli anni Settanta del secolo scorso, l’accumulo di dollari conseguente all’aumento del prezzo del petrolio fu definito «strategico» dall’Arabia Saudita, che battezzò le sue riserve ufficiali monetary weapon, ossia strumenti monetari di tipo bellico. Le deflagrazioni economiche sono talvolta più pericolose di quelle belliche. Nelle analisi storiche si sostiene che il nazismo fu la reazione della Germania alla grave crisi economica che colpì il Paese per l’eccessivo onere posto dai Paesi vincitori per il pagamento dei danni di guerra a seguito della sconfitta subita nella prima guerra mondiale. Domandiamoci che cosa può accadere delle ingenti riserve cinesi in dollari nel caso intervenisse una crisi con gli Stati Uniti per le ben note rivendicazioni della Cina su Taiwan?
Il problema di politica economica non si esaurisce agli effetti esterni, ma colpisce anche la conduzione della politica monetaria nazionale. Per acquistare dollari occorre creare base monetaria (cioè moneta nazionale) che resta in circolazione se la bilancia valutaria è in attivo. La dottrina e l’esperienza indicano che in presenza di queste condizioni la banca centrale perde il controllo dell’offerta di moneta e crea l’habitat per alimentare un processo inflazionistico già insito nello sviluppo accelerato da tempo in atto nell’economia cinese. A questi effetti vanno aggiunti quelli che si determinano sul mercato a seguito dei movimenti di capitali sollecitati da un persistente eccesso di introiti valutari per esportazioni rispetto agli esborsi per importazioni. La storia economica testimonia che, date queste condizioni, raramente le autorità monetarie reggono alla spinta del mercato. Questo è il principale motivo per cui nel 1971 l’amministrazione Nixon abbandonò il regime dei cambi fissi ideato a Bretton Woods pur riconoscendo che esso aveva garantito uno sviluppo economico in grado di rafforzare le democrazie dell’area occidentale. Il mercato è una creatura legislativa frutto di una cultura del merito e della competitività, ossia un esempio della rule of the law, la regola della legge che stenta ad affermarsi nel sistema cinese. Se il mercato è frutto di decisioni politiche che non recepiscono lo spirito della democrazia, ma il mero sfruttamento dei vantaggi politici ed economici derivanti dal lasciare esprimere più o meno liberamente l’iniziativa privata interna ed internazionale, dall’accettare la categoria logica del profitto e la libertà di scelta dei beni di consumo, si maschera anche questo istituto importante dei sistemi di libertà. Essa finisce per mal funzionare e non fornire una risposta di mercato all’aggiustamento degli squilibri economici.
Questo fatto può essere di utilità nel dare una spiegazione al perché dopo la lieve rivalutazione dello yuan, il mercato valutario non ha «dato la spallata» al valore esterno della moneta cinese. Avendo recepito il messaggio che il cambio non era un tabù, dopo aver appreso in precedenza che la sua stabilità era ottenuta limitando l’ingresso dei capitali, c’era da attendersi che il mercato avrebbe reagito muovendo un attacco speculativo contro lo yuan per raggiungere il duplice obiettivo di indurre le autorità cinesi a rivalutare in dimensione congrua e a togliere i controlli quantitativi sui movimenti di capitale. In tal modo sarebbe stato il mercato, che non è parte della cultura comunista del Paese, a fare il dirty job, il lavoro sporco di tagliare la competitività delle merci cinesi e moderare il saggio di sviluppo reale del Paese. Ciò non è successo e ora gli economisti si domandano il perché. C’è motivo per ritenere che gli operatori di mercato ben conoscono la risposta. Innanzitutto vi è un aspetto sul quale insistono le autorità cinesi: oltre la metà delle esportazioni sono di imprese estere operanti in Cina che hanno i loro piani produttivi (e relative attese di profitto) basati su un cambio stabile e queste imprese - nonché le unità finanziarie a esse collegate - non hanno interesse a muovere un attacco speculativo per riportare lo yuan su valori più accettabili. Inoltre la rivalutazione dello yuan comporta la svalutazione del dollaro - ed è questo il motivo dell’insistente richiesta in tal senso avanzata dagli americani - ma anche la rivalutazione dell’euro, che metterebbe ulteriormente in ginocchio lo sviluppo economico dell’euroarea. La Cina non ha per ora interesse né a ridurre l’assorbimento dei propri prodotti da parte degli Stati Uniti, né a un indebolimento dell’Unione Europea e, se queste ragioni hanno avuto il loro peso nell’indurre il mercato a non muovere un attacco speculativo e le autorità cinesi a non assecondare ulteriori rivalutazioni, ciò è dovuto al fatto che il mercato in Cina è per ora (pura?) facciata dietro cui si nasconde la solita economia programmata con in più il diritto di arricchimento delle élite. Niente di nuovo sotto il sole: sarebbe sempre una nuova rappresentazione del rito capitalistico, ben diverso dal rito di mercato.
Non possiamo certamente dare la colpa di siffatta evoluzione dell’economia cinese alle sole autorità della Cina comunista, dato che il processo di globalizzazione che si attua nella sede del Wto, l’Organizzazione mondiale del Commercio, presenta certamente vantaggi economici, ma anche due gravi carenze che mettono in crisi il processo di liberalizzazione e internazionalizzazione degli scambi sul piano politico. La prima è che la liberalizzazione degli scambi commerciali non si accompagna a una parallela liberalizzazione degli scambi monetari e finanziari, offrendo la possibilità a Paesi come la Cina che hanno un surplus nei conti con l’estero di sottrarsi all’inevitabile aggiustamento del cambio, anche facendo leva sul controllo dei movimenti di capitali a breve e a lunga scadenza. La seconda, che le liberalizzazioni targate Wto non pongono limiti al dumping sociale, ossia alla vendita di prodotti che incorporano lo sfruttamento dei lavoratori. Per un regime comunista questo è forse la peggiore carta da visita che potessero mostrare al mondo occidentale, dove invece il processo di tutela del lavoro è proceduto di pari passo con quello di tutela del capitale. In conclusione, l’adesione della Cina alle regole del libero scambio ha contenuti da «farsa economica» di stampo capitalistico propri dello sviluppo compiutosi nell’Ottocento piuttosto che le sembianze di una rappresentazione di mercato del Ventesimo secolo, dove i sistemi di libertà e di garanzia sociale sono stati faticosamente costruiti con dure lotte politiche e sindacali che hanno fatto avanzare il grado di civiltà della convivenza umana. Il ritorno al passato mette in forse la sostenibilità di questo modello. Se non si trova un rimedio per colmare il vuoto politico della globalizzazione potrebbe avverarsi ciò che il comunismo ufficiale aveva sempre sostenuto: il peggioramento delle condizioni di vita dei lavoratori del mondo civilizzato e la disoccupazione (o emigrazione) di massa a opera del capitalismo. Ma di un capitalismo di stile asiatico. Uno spettro si aggira per l’Europa?