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Se scoppia una nuova guerra fredda

RISK
di Carlo Jean
risk n.7 - Giugno - Settembre 2005

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risk7
L’evento più importante dell’inizio del Ventunesimo secolo è il ritorno geopolitico e geoeconomico sulla scena mondiale dei due giganti asiatici: la Cina e l’India. Dai loro rapporti reciproci - cooperativi o competitivi - e dalle loro relazioni con gli Stati Uniti dipenderanno non solo la sicurezza, ma anche l’economia internazionale dei prossimi decenni. Da tali relazioni «triangolari» dipenderanno anche gli assetti mondiali del Ventunesimo secolo. Se esso sarà il «secolo asiatico» o «del Pacifico», oppure se si verificherà un nuovo confronto bipolare fra gli Stati Uniti (alleati con il Giappone e probabilmente con l’India) e la Cina. La possibilità che il Ventunesimo secolo rimanga «atlantico» - come lo fu il Ventesimo - è venuta meno sia per la sclerosi politica, militare, demografica ed economica dell’Europa sia per la divisione dell’Occidente europeo da quello americano1.
La geopolitica dell’intero continente asiatico ha risentito dal terremoto provocato dal collasso dell’Urss. Precedentemente - a partire dal viaggio a Pechino di Nixon e Kissinger, nel 1972 - la Cina era divenuta oggettivamente alleata di Washington contro Mosca. L’idillio strategico fra Washington e Pechino cessò con la fine della guerra fredda e con la repressione di Piazza Tienanmen nel 1989. I loro rapporti geopolitici si fecero tesi. Taluni esperti ipotizzarono il rovesciamento del «triangolo geopolitico» eurasiatico. Gli Usa avrebbero scelto l’alleanza con Mosca, per contenere la Cina a Nord. I rapporti economici sino-americani si fecero invece sempre più stretti e la cooperazione con gli Usa si rafforzò nell’ambito dell’Apec e dell’Omc. Gli Usa sono oggi l’unica superpotenza, sceriffo forse riluttante, ma sempre più dinamico, degli equilibri mondiali. La Cina è ancora un attore regionale sotto il profilo strategico, mentre la sua geoeconomia ha acquisito una connotazione sempre più mondiale, non solo nei campi commerciale e finanziario, ma anche in quello energetico: dall’Iran al Sudan, dal Venezuela alla Russia, fino al fallito tentativo di acquistare l’Unocal, nona compagnia petrolifera americana. Pechino sa di essere vulnerabile. Le recenti esercitazioni militari russo-cinesi e il rafforzamento dell’accordo di cooperazione di Shanghai, copresieduto da Pechino e da Mosca, non significano che sia in atto un nuovo riallineamento del «triangolo». Verosimilmente le due capitali hanno voluto inviare un segnale alle loro opinioni pubbliche - più che a Washington - che non accettano una completa egemonia statunitense.
I mari sono dominati dagli Stati Uniti. Da essi dipende il commercio, indispensabile per la crescita economica della Cina, principale fonte di legittimazione del suo regime. Il comunismo - autoritario ed accentratore - deve convivere con un’economia molto aperta al mercato mondiale, sicuramente molto più di quelle del Giappone e dell’India, che sono però democrazie alleate con gli Stati Uniti.
Qualsiasi previsione sul futuro della Cina deve considerare che cosa è stata la Cina nel mondo a partire da quattromila anni fa. Il «peso della storia» condiziona i comportamenti politici cinesi. La sua importanza è dimostrata dalle manifestazioni anti-giapponesi in Cina e Corea del Sud, dovute alle mancate scuse del Giappone per le violenze commesse sessanta - settanta anni fa. È dimostrata anche dalle numerose rivendicazioni territoriali non solo per Taiwan, ma anche con l’India e il Giappone, nonché dall’intento di Pechino di riprendere l’antica influenza sull’intera Corea e nel mare Cinese Meridionale. Il ricordo del passato pesa anche nel «Dialogo a Sei», dove la Cina gioca un ruolo centrale per bloccare la proliferazione nucleare in Corea del Nord. La nuclearizzazione di quest’ultima produrrebbe un effetto domino sulla Corea del Sud e sul Giappone, soprattutto qualora l’ombrello nucleare americano divenisse meno credibile.
In questo articolo si esamineranno prima le possibili evoluzioni della Cina. Quindi i rapporti fra questa e l’India. Infine, si accennerà ai possibili scenari politici e strategici del sistema Asia-Pacifico, trattati più approfonditamente in altri articoli di questa rivista.
La Cina è un giallo e nel suo futuro sono plausibili due scenari estremi, polarmente contrapposti: da un lato, che continui l’attuale cooperazione economica e complementarietà finanziaria con gli Usa, in cui Pechino - beninteso perseguendo il proprio interesse nazionale - finanzia larga parte del «doppio deficit» americano; dall’altro lato, che scoppi una nuova guerra fredda o calda nell’area Asia-Pacifico. Questa potrebbe essere deliberata, oppure rappresentare l’esito di una escalation incontrollata, di uno scontro fra Cina e Stati Uniti per Taiwan. Un generale cinese ha recentemente affermato che, in caso d’interferenze americane sull’isola, il suo Paese potrebbe ricorrere all’uso di armi nucleari sulle città statunitensi. Tale minaccia - sicuramente autorizzata dal governo - potrebbe essere stata una semplice conseguenza della riconosciuta impossibilità dell’Esercito popolare (Pla) di contrastare la potenza convenzionale degli Stati Uniti. Può però essere anche un segno che la Cina intende fare sul serio, in linea con la legge sulla «non-indipendenza» di Taiwan, che ha ribadito nella primavera scorsa il sacro principio dell’unità territoriale della Cina. Dal canto suo, il Pentagono ha pubblicato in luglio un rapporto sul rafforzamento della Pla2, in cui si lancia un allarme sul potenziamento militare del Paese. Esso fa eco alle vere e proprie grida di guerra contro Pechino, sollevate da ambienti neo-conservatori americani.3 Il rapporto del Pentagono è però più moderato di quanto sia stato detto dai media. Infatti, riconosce che la Pla rimane polarizzata sulla questione di Taiwan, per dissuaderne una dichiarazione d’indipendenza. Afferma anche che la capacità cinese di proiezione di potenza, anche nelle sue immediate periferie - in particolare nel mare Cinese Meridionale e nel mar Giallo - resta molto limitata e che la Cina continua a non disporre che di una ventina di armi nucleari in condizioni di colpire il territorio americano.

Entrambi gli scenari - quello della continuità della cooperazione e quello dello scontro - sono possibili, oltre, beninteso, una ricca gamma di ipotesi intermedie. In questo senso la Cina è un giallo. Il futuro dipenderà dalla prevalenza dell’ala moderata o di quella radicale del Partito Comunista Cinese, nonché dalla capacità di Pechino di risolvere i suoi enormi problemi interniNella politica interna cinese, da un lato si pongono i sostenitori del programma delle quattro modernizzazioni di Deng Xiaoping del dicembre 1978, fautori del peaceful rise della Cina. Si contrappongono ad essi i nazional-comunisti, promotori delle tendenze espansioniste e di un rafforzamento del controllo anche sull’economia da parte del Partito Comunista. Essi utilizzano il nazionalismo, alimentato dai ricordi dell’antica grandezza e dal risentimento sia per le umiliazioni subite ad opera degli imperialismi occidentali e zarista prima e in seguito di quello giapponese, sia per quelle che sono considerate ingerenze indebite negli affari interni cinesi sulla questione di Taiwan o per le proteste a seguito delle violenze di Piazza Tienanmen. Per inciso, queste ultime hanno forse salvato la Cina dal caos, simile a quello conosciuto dalla Russia di Gorbacev. Sono state il risultato di scelte simili a quelle del Cile di Pinochet, oggi considerate con interesse da tutti i Paesi del cosiddetto gruppo Bric (Brasile, Russia, India e Cina), cioè delle nuove superpotenze geoeconomiche mondiali. Tutte e quattro sono infatti in rapida crescita di importanza anche sul piano politico mondiale, mentre l’eurosclerosi sta facendo uscire il nostro continente dalla storia.
Il futuro della Cina avrà comunque una rilevanza centrale sui destini del mondo. In modo diretto nella regione Asia-Pacifico, nell’intera Eurasia, dal Pacifico agli Urali, nonché dall’Asia Centrale al Golfo. Indirettamente l’avrà sull’intero globo, per l’impegno degli Stati Uniti in Asia e perché la differenza di interessi economici fra l’Unione Europea e gli Usa anche in Cina sta espandendosi al campo politico-strategico. A breve termine, le tensioni transatlantiche potrebbero accrescersi o attenuarsi a seconda delle decisioni che verranno prese dalla Ue sull’embargo delle armi alla Cina. A parer mio, la questione è più formale che sostanziale e viene trattata con un’ampia dose di ipocrisia. L’esportazione di armi europee verso la Cina non è mai cessata, né d’altronde è stata bloccata quella dagli Usa. Anzi, le esportazioni di armi di questi ultimi verso la Cina sono state nel 2004 il doppio di quelle europee. Inoltre, non si tratta di un vero e proprio embargo, ma solo di limitazioni sancite da un «codice di condotta» che evita il trasferimento alla Cina delle tecnologie più avanzate, soprattutto di quelle per la proiezione di potenza a lungo raggio. Gli interessi economici europei verso la Cina e il desiderio di quest’ultima di dimostrare la propria autonomia dagli Stati Uniti potrebbero però prevalere, scatenando prima le reazioni populiste del Congresso e, poi, tendenze no-global e anti-americane in Europa. Per Pechino, l’abolizione formale dell’embargo è importante non solo dal punto di vista politico, prima accennato, ma anche per consentirle di effettuare pressioni su Mosca. Anch’essa, infatti, ha posto limitazioni alle esportazioni delle tecnologie più sofisticate. Potrebbe però abolirle sotto la minaccia della concorrenza europea in un mercato - come quello cinese - tanto essenziale per ciò che resta del complesso militare-industriale ex-sovietico.

La Cina e l’India, i due «giganti» asiatici, vanno esaminati congiuntamente. Non è possibile valutare l’impatto geopolitico delle evoluzioni in corso nell’uno senza esaminare anche quelle nell’altro. Ciò sia nel caso che l’India rafforzi i suoi legami con gli Stati Uniti, sia che i loro rapporti restino inalterati. Improbabile è invece una terza ipotesi: l’alleanza dell’India con la Cina, che taluni hanno denominato col termine esotico di «Cinindia». Entrambe sono state e sono tuttora grandi civiltà, sebbene molto diverse tra loro. Quella della Cina è sempre stata inseparabile dallo Stato. La sua popolazione è poi molto omogenea e il sistema istituzionale storicamente centralizzato, basato sulle tradizioni di una delle burocrazie più brillanti ed illuminate della storia: quella dei mandarini, ineguagliata anche dagli enarchi francesi e dai civil servants britannici.
Il Paese ha esercitato fino al Diciannovesimo secolo una grande influenza sulle regioni vicine: dalla Corea all’intero Sud-Est asiatico; dalla Mongolia al Turkestan. Tutte erano vassalle o tributarie di Pechino, che dominava i traffici marittimi fino al Corno d’Africa. Molti sono persuasi che la Cina intenda nuovamente riprendere tale posizione di preminenza, alternando le maniere forti - come con il Vietnam nel 1978 o nel mare Cinese Meridionale negli anni Novanta - all’offensiva del sorriso, in atto oggi soprattutto verso i dieci Paesi dell’Asean e le due Coree. L’influenza cinese si esercita anche per il tramite delle consistenti e ricche diaspore presenti un po’ ovunque nella regione. In taluni Paesi monopolizzano il commercio. Spesso sono però considerate con diffidenza, come lo è Pechino. In caso di instabilità, sono le prime a subire l’attacco delle folle, come è avvenuto recentemente in Indonesia. Interessi economici dei vari Paesi, offensiva del sorriso e cessazione delle azioni di forza nel mar Cinese Meridionale hanno oggi migliorato i rapporti fra la Cina e i Paesi dell’Asean. Se solo formalmente o anche sostanzialmente è difficile dirlo. Ma il sospetto rimane elevato. È perciò improbabile che Pechino riesca ad aggregare i Paesi del Sud-Est asiatico. Manca del soft power necessario per la leadership della regione.
Stranamente, Pechino non ha approfittato del maremoto del dicembre 2004 per migliorare la sua influenza nell’Oceano Indiano, se non altro per contrastare la poderosa «diplomazia dello tsunami» seguita dagli Stati Uniti.

Ai sospetti legati all’aumento della potenza economica e militare, si aggiunge la mancanza di una sua precisa proposta sull’ordine e la stabilità regionali. L’appello al multilateralismo a livello globale viene inteso come un semplice mascheramento della ricerca di un’egemonia regionale da parte di Pechino.
Dal Giappone all’India, l’equilibrio strategico è tutelato dagli Stati Uniti. Essi sono garanti della sicurezza di Taiwan, pur rispettando formalmente il «sacro» principio dell’«unità della Cina», cioè del ricongiungimento dell’isola al continente. Questo sarà però possibile solo quando le condizioni saranno maturate, come è avvenuto per Hong Kong e per Macao. A tale strategia si contrappone l’evoluzione politica interna di Taiwan, sempre più tesa al mantenimento della propria indipendenza. Va inoltre considerato che Pechino non è contraria alla garanzia americana data al Giappone. Infatti, essa evita la ricerca di un’autonomia strategica di Tokio e la creazione di un suo deterrente nucleare autonomo. Nel 1500 la Cina produceva la metà della ricchezza mondiale; nel 1800 un quarto4. Nei secoli bui - il Diciannovesimo e la prima metà del Ventesimo secolo - la perdita della superiorità navale nel mare Cinese Meridionale, nel Pacifico Occidentale e nell’Oceano Indiano aprì la Cina agli interventi occidentali, ai «trattati ineguali» con la Russia zarista e all’occupazione giapponese.
Il Pil cinese cadde a meno del 4 per cento di quello mondiale. A partire dalle grandi modernizzazioni di Deng Xiaoping, cioè dalla fine degli anni Settanta, l’economia è cresciuta rapidamente. Nel 1998 aveva raggiunto l’11,5 per cento di quella mondiale. I ritmi di espansione dell’8-9 per cento all’anno continueranno ancora almeno per due o tre decenni. Qualora non dovessero verificarsi eventi catastrofici - naturali o geopolitici - o un collasso finanziario mondiale, il suo Pil dovrebbe raggiungere quello americano nel 2030, anche se il reddito pro capite continuerà ad essere molto inferiore.
La popolazione cinese è stabile - sui 1.350 miliardi di persone - pari a poco meno di un quarto di quella mondiale. Non è destinata a crescere, data la rigidissima politica di controllo delle nascite adottata a partire dal 1970. Anzi, una crisi demografica con l’invecchiamento della popolazione si farà sentire verso il 2025, anche perché le condizioni di vita e di protezione sociale dovranno inevitabilmente migliorare.
I cinesi si considerano culturalmente superiori agli occidentali. Sono orgogliosi e nazionalisti. Guardano al futuro pensando alla grandezza del passato. Basta andare all’Università di Pechino o alle Scuole militari per averne una chiara percezione. Però, a differenza dell’Islam, la Cina è entrata appieno nella modernità. Inoltre, a differenza dell’India e del Giappone, è molto più aperta all’economia globalizzata e al libero mercato.
L’economia cinese è export-led. È stimolata da enormi investimenti diretti esteri e dall’importazione di tecnologie dal resto del mondo. Più del 50 per cento delle esportazioni e delle importazioni in Cina sono nelle mani di compagnie straniere. Il tasso di risparmio è elevatissimo: oltre il 40 per cento del PIL (contro poco più del 20 per cento dell’India). Taluni esperti ritengono che la crescita cinese non possa continuare ad essere basata solo sull’aumento delle esportazioni. Ciò metterebbe fuori mercato gran parte delle industrie mondiali. Sta già squilibrando l’economia di molti Paesi. Provocherebbe reazioni protezioniste. La crescita potrà essere mantenuta solo con l’incremento dei consumi interni.
L’impiego dell’enorme risparmio per finanziare i consumi è alla base dello scenario ottimistico dell’evoluzione della Cina, quello del peaceful rise. Ne influenzerà anche la politica. Tale scenario è condiviso da Henry Kissinger5, già fautore - prima con la diplomazia del «ping-pong» e poi con importanti accordi politico-strategico-tecnologici - dell’alleanza fra Stati Uniti e Cina in funzione anti-sovietica. Oggi egli sostiene che gli Usa hanno tutto l’interesse ad ottenere la collaborazione cinese per la stabilità mondiale e lo sviluppo della globalizzazione. Invece, è critico verso coloro che pensano che convenga rovesciare il «triangolo» geopolitico euro-asiatico della guerra fredda. Che cioè Washington debba allearsi con la Russia in funzione anticinese.

Kissinger non considera minacciosa neppure la legge anti-secessione di Taiwan. Con essa, nel marzo 2005, è stato dato mandato alla Pla di intervenire qualora l’isola intendesse dichiarare la sua indipendenza. Secondo l’ex-Segretario di Stato americano, l’approvazione di tale legge sarebbe derivata solo da motivi di politica interna. Inoltre, egli considera la Cina indispensabile per l’equilibrio geoeconomico mondiale, messo a rischio - oltre che dalla stagnazione economica europea - dal doppio deficit americano. La Cina lo finanzia con massicci acquisti di dollari e di buoni del Tesoro. Lo fa, beninteso, per il proprio interesse nazionale. Un segno positivo dato agli Usa è costituito dalla recente rivalutazione dello yuan rispetto al dollaro. Beninteso, non è rilevante per la sua portata: 2 per cento rispetto al 30-40 per cento ritenuto indispensabile per incidere in modo significativo sul disavanzo commerciale statunitense. È però importante come segnale politico, di accettazione delle pressioni americane per una rivalutazione della propria moneta. Lo è soprattutto per la dichiarazione di Pechino di poter consentire ulteriori rivalutazioni dello yuan pari ad un massimo dello 0,3 per cento al giorno. In pochi mesi, la rivalutazione potrebbe ammontare al 15-20 per cento6 e trascinare tutte le monete del Sud-Est asiatico, oggi legate al dollaro. Ciò stabilizzerebbe l’economia mondiale. Non può però escludersi che Pechino blocchi la rivalutazione. Allora gli effetti a breve termine di tale decisione potrebbero essere destabilizzanti: la prospettiva di ulteriori rivalutazioni dello yuan aumenterebbero il già enorme afflusso di capitali in Cina, squilibrando ulteriormente l’economia mondiale.

La classe dirigente del Paese sta cambiando. Al potere sta arrivando la quarta generazione di leader dopo Mao. Essi devono trovare un equilibrio fra i fautori della «crescita pacifica», del decentramento, della coesistenza e del capitalismo, sostenuti dagli aderenti del Foro per l’Asia (o Boao Forum), e i neo-cons cinesi (denominati neo-comm o neo-comunisti), presenti soprattutto nella Pla e nell’Università di Pechino. Essi sono fautori di un regime socialista con salde radici marxiste e di un programma nazionalista e centralizzatore. La politica cinese sarà determinata dall’equilibrio che si creerà fra tali due tendenze7. Attualmente è in atto una dura lotta per il potere. Anche per questo motivo, l’attenzione dell’élite dirigente del Paese è oggi concentrata sulla politica interna, non su quella estera.
La Cina ha un’economia aperta e integrata in quella mondiale. Con gli Stati Uniti ne costituisce la locomotiva. Nel 2004 ha contribuito al 20 per cento della crescita mondiale. Secondo l’ultimo sondaggio del Pew Research Center8, il 42 per cento dei cinesi (5 per cento sono gli indecisi) ha un’opinione positiva degli Stati Uniti, percentuale superiore alla media europea, ma molto inferiore a quella dell’India (ben il 71 per cento degli indiani è favorevole agli Stati Uniti), ed anche a quella della Russia, con il 52 per cento di intervistati favorevoli agli Usa. I dirigenti cinesi cercano un accordo con gli Usa. Sono stati i secondi, dopo Putin, ad inviare le condoglianze a Bush per gli attentati dell’11 settembre. Lo hanno inoltre appoggiato attivamente nella guerra al terrorismo, non solo per la resistenza anti-cinese degli Uiguri dello Xinjiang, ma anche per il timore che i terroristi di al-Qaeda possano allearsi con i pirati degli Stretti della Malacca, vitali per l’economia cinese. Sono questi certamente parte dei motivi per cui i contrasti con gli Usa sono stati finora sempre rapidamente appianati, in particolare nell’aprile 2001 dopo l’incidente occorso fra un aereo da ricognizione americano e un caccia cinese.
India e Cinindia: alleanza asiatica o doppio accerchiamento? Come si è ricordato, l’India ha conosciuto una traiettoria storica simile a quella cinese. Dall’anno Mille agli inizi del secolo Ventesimo il suo Pil era all’incirca pari o poco inferiore a quello della Cina. A differenza di quella cinese, legata ad uno Stato centralizzato ed efficiente, la civiltà indiana è stata sempre condizionata dalle strutture della società, in particolare dalla frammentazione politica, dal sistema delle caste e dalla molteplicità delle etnie, delle religioni e delle lingue. L’India è una democrazia. Non è però integrata nella globalizzazione. Mantiene molti elementi del socialismo di Stato adottato dopo l’indipendenza. Il suo commercio estero non raggiunge un quinto di quello cinese. Gli investimenti diretti esteri in India non superano cumulativamente i trenta miliardi di dollari, contro i cinquecento della Cina. Il suo prodotto sia complessivo che pro capite, il tasso di risparmio, quello di alfabetizzazione e gli investimenti per il miglioramento delle infrastrutture e dei servizi sono enormemente inferiori a quelli cinesi.
Per quanto riguarda la demografia, mentre la popolazione cinese è stabile e invecchia, quella indiana cresce rapidamente. Oggi è di oltre un miliardo di persone. Fra vent’anni supererà quella cinese. La sua crescita demografica durerà almeno fino al 2050. Questo significa l’immissione nell’economia di centinaia di milioni di giovani lavoratori. Anche la Cina ha oggi una grande disponibilità di manodopera. Circa trecento milioni di agricoltori cinesi dovranno trasferirsi nell’industria e nei servizi. Si tratta di una massa d’urto che potrebbe sconvolgere nel breve termine l’economia mondiale. A più lungo termine, il minore invecchiamento della popolazione aumenterà il peso dell’India rispetto a quello della Cina. L’Occidente non potrà contrastarla con misure protezionistiche - del tipo di quelle sostenute dai no-global, dalle varie corporazioni e dai demagoghi populisti - ma solo con profonde ristrutturazioni della propria economia. È dubbio che l’India possa conoscere un boom industriale dirompente come quello cinese.

Lo potrà fare solo in caso di una grave crisi economica e sociale in Cina e solo se l’economia indiana si liberalizzerà attirando ingenti capitali stranieri. Solo con tali premesse, il Paese potrà conoscere un percorso simile a quello sperimentato dalla Cina negli ultimi venticinque anni. Secondo taluni esperti, le grandi differenze di specializzazione economica fra i due Paesi potrebbero costituire la matrice di una loro stretta cooperazione. L’economia cinese è concentrata sull’industria, mentre l’India è specializzata nei servizi. L’hard e il soft potrebbero integrarsi, dando luogo ad una vera e propria alleanza asiatica: la Cinindia, a cui si è prima accennato.
È però un’ipotesi fantasiosa. I contrasti e i sospetti fra i due Paesi rimangono insanabili. Solo l’un per cento del commercio cinese è con l’India. I rapporti strategici sempre più stretti fra Washington e New Delhi, che trovano riscontro anche nel favore di cui godono gli Stati Uniti nell’opinione pubblica indiana, inducono a ritenere che non possa esservi fra i due Paesi un’alleanza organica. Potranno esservi tutt’al più convergenze contingenti, specie per opporsi alle tendenze protezionistiche esistenti negli Stati Uniti e in Europa. Ma l’India guarderà sempre più a Washington. Il recente accordo per il nucleare civile con gli Usa sembra confermarlo. La Cina, invece, perseguirà una politica almeno di cautela, se non di competizione, nei confronti degli Stati Uniti.
Formalmente, le relazioni fra Cina e India sono migliorate negli ultimi tempi. Quale sia la realtà è però difficile dire. Il nazionalismo induista e quello cinese stanno radicalizzandosi.

Entrambi i Paesi si sentono destinati ad un futuro grandioso e glorioso. Come la Cina guarda agli Stati Uniti come modello da imitare e raggiungere, l’India guarda alla Cina. Pensa di essere nella situazione in cui quest’ultima si trovava dieci-quindici anni fa.Tra le due tigri asiatiche persistono inoltre forti sospetti e gelosie. Basti ricordare l’irritazione di Pechino per i recenti accordi politico-strategici fra l’India e gli Stati Uniti e soprattutto quella manifestata nei riguardi di New Delhi nel dicembre 2001, allorquando gli indiani si espressero favorevolmente sul ritiro americano dal protocollo Abm e sul programma del Presidente Bush di difese antimissili.
L’India teme che la Cina la stia circondando, con l’alleanza con il Pakistan e la crescente presenza in Myanmar e Sri Lanka. A sua volta, Pechino ritiene di essere circondata. Teme che l’India partecipi attivamente all’azione di contenimento degli Stati Uniti nei suoi confronti, che si estende dal Giappone all’Asean, dall’Asia Centrale ai tentativi di Washington di un accordo strategico con Mosca.
La Cina sta cercando di forzare - per ora pacificamente - quello che ritiene essere un blocco da parte degli Usa. La sua politica di sicurezza è anti-egemonica. Pechino si è espressa più volte a favore di un mondo multipolare. È più attiva in campo internazionale di un decennio fa. Da un lato, tende a migliorare i rapporti con Seul, forse nella speranza di essere considerata sponsor e garante dell’unificazione della penisola coreana, a cui l’unisce anche la comune antipatia nei riguardi del Giappone. Dall’altro lato, cerca di migliorare i rapporti con la Russia. Approfitta del raffreddamento fra Putin e l’Occidente e della tradizionale reazione della Russia di volgersi ad Oriente ogni qualvolta abbia trovato difficoltà ad Ovest. L’Occidente è sempre più irritante per il Cremlino. Non si accontenta di fare buoni affari, ma vuole democratizzare le Repubbliche ex-sovietiche, come l’Ucraina e la Georgia, ed anche la stessa Russia. Ha collocato la Bielorussia fra le «avanguardie della tirannia», il cui cambiamento di regime rappresenta la priorità della seconda Amministrazione Bush. Ciò mette in pericolo il potere del gruppo che fa capo a Putin. L’intesa con Washington, molto forte dopo l’11 settembre, sta indebolendosi. Un duro colpo le è derivato dall’affare Yukos. Un altro dalle vicende del Kirghizistan. Ma la Russia teme il «pericolo giallo» e la pressione demografica cinese in Siberia e nelle Province Orientali. L’Eurasia potrebbe trasformarsi in Eurocina, dal Pacifico agli Urali. Nell’immaginario collettivo russo è vivo ancora il ricordo dell’Orda d’Oro, l’impero asiatico che aveva soggiogato la Russia. Penso che Putin sia persuaso che l’unico modo per salvare il suo Paese sia di europeizzarlo. La Cina non costituisce perciò un’alternativa all’Occidente. Tutt’al più è un’opportunità da sfruttare tatticamente nei rapporti con Washington e con Bruxelles.
Sia la Cina che l’India, pur in enorme crescita, presentano numerose vulnerabilità. Per entrambe la principale è rappresentata dal crescente divario sociale e territoriale, fra i ceti (e le regioni) ricchi e quelli poveri. Inoltre, in Cina convive un capitalismo selvaggio, da «padroni delle ferriere», con un regime rimasto autoritario, anche se finora ha dimostrato un notevole pragmatismo. Il sistema bancario è fortemente arretrato. Le industrie di Stato sono inefficienti e gravano fortemente sulle finanze pubbliche. È impossibile che venga mantenuto ancora a lungo l’attuale livello primitivo di protezione sociale.
Per quanto riguarda l’India, la frammentazione politica e la stessa natura della democrazia, rendono difficile sia un impulso modernizzante simile a quello verificatosi nella Cina di Deng, sia l’abolizione delle regolamentazioni molto rigide, l’aumento del risparmio, l’attrazione degli investimenti diretti esteri e il miglioramento delle infrastrutture e dell’amministrazione.
Se si può prevedere con una certa sicurezza che la Cina diventerà una grande potenza economica e, prima o poi, anche politica e militare, per ora non si capisce che cosa possa o intenda fare della sua potenza. L’India, pur destinata ad accrescere la sua importanza non solo regionale, ma anche mondiale, non dovrebbe invece diventare nei prossimi cinquant’anni una grande potenza. Sarà però una grande democrazia, verosimilmente sempre più integrata nella «lega delle democrazie» a leadership statunitense. Il consolidamento di tale lega e, in primo luogo, dei rapporti transatlantici, rappresenterà il principale fattore di equilibrio del sistema internazionale dei prossimi decenni. Senza di essa, il Ventunesimo secolo sarà un secolo sanguinoso come lo fu il Ventesimo, poiché gli Stati in crescita, desiderosi di mutare lo status quo, diverranno più potenti di quelli che intendono difenderlo.

Considerazioni conclusive: soprattutto in caso di difficoltà interne, gli Stati - indipendentemente dal regime politico - hanno la tendenza ad inventarsi o ad andare a cercarsi un nemico esterno. Ciò avviene per le pressioni delle lobbies e per il populismo dei politici. Il Bashing Japan degli anni Ottanta è sostituito negli Stati Uniti e in Europa dal Bashing China, mentre già si profila il Bashing India, con le polemiche sull’outsourcing dei servizi informatici statunitensi. L’esistenza di un nemico esterno garantisce coesione sociale e consenso ai dirigenti politici. Copre le loro carenze, inerzie e «magagne». I futuri rapporti fra la Cina, gli Stati Uniti ed anche l’India obbediranno a tale costante. Saranno influenzati cioè dall’evolversi delle politiche interne.
Gli Stati Uniti sono l’unica superpotenza mondiale ed hanno tutte le intenzioni e possibilità di restarlo ancora per qualche decennio. Sono però una «superpotenza a credito», nel senso che il twin deficit americano viene oggi finanziato con il trasferimento negli Stati Uniti da parte del resto del mondo di più di cinquecento miliardi di dollari all’anno, di cui oltre cento dalla Cina. Se ciò non avvenisse, gli Usa non sarebbero più in grado di fungere da motore dell’economia mondiale. Il dollaro crollerebbe. Si determinerebbe una depressione forse peggiore di quella del 1929, perché amplificata e accelerata dalle interconnessioni oggi esistenti nell’economia mondiale. Sarebbe il big-bang temuto da Kissinger9. Si determinerebbero populismi, protezionismi e nazionalismi. Aumenterebbe la probabilità di un nuovo conflitto mondiale, sicuramente diverso da quelli del passato, poiché le armi nucleari impediscono di mettere con le spalle al muro qualsiasi nemico che le possieda.
Se in Cina esistono due tendenze opposte - quella pragmatico-liberista o «global» e quella «rosso-bruna», nazionalista e radicale - la stessa contrapposizione esiste negli Stati Uniti fra «globalisti» e «americanisti». La prima punta alla «fine della storia», che intende raggiungere con la diffusione della libertà, della democrazia e della globalizzazione, anche con la forza quando indispensabile. Tali obiettivi diventerebbero più facilmente raggiungibili con una cooperazione sino-americana, parallela a quella interatlantica o sostitutiva di essa. Perciò tale tendenza punta al massimo della collaborazione possibile con Pechino.
La seconda tendenza, invece, parte dall’assunto che la Cina si contrapporrà prima o poi agli Stati Uniti. Il mondo non sarebbe né unipolare né multipolare, come è nelle fantasie del presidente Chirac. Si creerebbe invece un nuovo bipolarismo fra Washington e Pechino10. In tal caso, molte risorse americane verrebbero assorbite dal confronto con la Cina. Gli Stati Uniti non potrebbero più svolgere il ruolo di sceriffo del mondo, soprattutto se i rapporti transatlantici non migliorassero e se l’Europa non uscisse dalla sua sclerosi economica, oltre che politico-strategica, ridefinendo tra l’altro il ruolo della Nato e adeguando le sue strutture alle nuove realtà.

Il confronto fra Cina e Stati Uniti non avverrà però nel breve periodo. Lo riconosce lo stesso rapporto del Pentagono sulla potenza militare cinese. A più breve termine potrà soprattutto assumere il carattere di uno scontro economico-finanziario. Esso si attenuerà se i consumi interni cinesi cresceranno, se gli Stati Uniti risparmieranno di più spendendo di meno e anche se la «vecchia Europa» si desterà dal suo torpore e ricomincerà a far figli, a crescere, a competere e ad essere presente nel mondo non solo a chiacchiere.
Di queste tre condizioni per la continuazione pacifica della globalizzazione - cioè per estendere il peaceful rise dall’ambito cinese a quello mondiale - penso che la più probabile sia la prima. Anche se essere ottimisti è sempre pericoloso, penso probabili sia una progressiva stabilizzazione delle situazione interna cinese, sia rapporti sostanzialmente cooperativi con Washington e con gli Stati del sistema Asia-Pacifico. L’interrogativo riguarda la possibilità di convivenza in Cina di un regime autoritario con un’economia liberista, soprattutto in un periodo di cambiamento dell’élite dirigente. Poiché l’apertura dell’economia non potrà cambiare, dovrà mutare il regime politico. È nell’interesse di tutti che tale cambiamento avvenga senza scossoni, cioè senza conflitti interni e senza crisi economiche.





1 The Economist, «The Tigers in Front – A Survey of India and China», March 5th, 2005.
2 The Economist, July 23rd, 2005, p.42.
3 Robert D. Kaplan, «How We Would Fight China?», The Atlantic Monthly, June 2005.
4 Angus Madison, The World Economy: A Millenial Perspective, OECD, Paris, 2002.
5 Henry Kissinger, «Non abbiate paura della Cina», La Stampa, 16 giugno 2005, p.7.
6 «Making sense of China’s Choice», The Financial Times, July 22, 2005, p.12
7 Financial Times, «China Long and Winding Road», 9-10 July 2005, pp. W1 e W2.
8 Pew - http://pewglobal.org/reports/display.php?ReportID=247, Washington, June, 2005.
9 Henry Kissinger, Does America Need a Foreign Policy? – Toward a Diplomacy for the XXI Century, Simon and Schuster, New York, 2000.
10 Ronald Dore, A New Cold War,
 

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