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Riforma dell’Onu o rottamazione?

RISK
di Renzo Foa
risk n.7 - Giugno - Settembre 2005

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risk07
È ormai indebolito il mito che negli ultimi anni ha trasformato l’Onu nella bandiera del pacifismo, nella contrapposizione del multilateralismo all’unilateralismo. L’idea di neutralità fra l’interventismo occidentale e l’offensiva del terrorismo islamista è stata svuotata dalle elezioni in Irak e in Afghanistan. Gli scandali abbattutisi sulla burocrazia del Palazzo di Vetro, a cominciare da quello sul programma Oil for food, hanno minato non solo la credibilità di Kofi Annan, ma dell’intera istituzione. Mai, come in questo 2005, è apparso netto il divario fra il progetto di Franklin Delano Roosevelt, il quale pensava esplicitamente ad un’alleanza delle democrazie, anzi ad un’alleanza armata delle democrazie, e le Nazioni Unite che ci sono, dopo la lunga sequenza di fallimenti seguita alla fine del mondo bipolare. L’interminabile discussione sulla riforma del Consiglio di Sicurezza, in cui è impegnata la diplomazia internazionale, sottolinea sempre di più la profondità della crisi. Al punto che assume sempre maggior forza la domanda se valga ancora la pena continuare questo gioco, ormai diventato di simulazione, se la soluzione del problema stia davvero in un Consiglio di Sicurezza più largo, o piuttosto in una proposta di totale rifondazione dell’organizzazione. Si tratta di una domanda che negli anni scorsi è affiorata da più parti, è stata anche oggetto di incontri e riflessioni, ma è finita in archivio per molto tempo, spesso è stata rimossa, cancellata da un atteggiamento minimalista. Le polemiche, direi il panico, per la nomina di John Bolton ad ambasciatore degli Stati Uniti sono state però il segno di una vera e propria rottura del clima di status quo, sia sul piano politico che su quello culturale. Anche in Italia c’è un risveglio di attenzione, di cui è testimonianza una produzione editoriale diventata improvvisamente intensa dopo una stagione in cui le voci critiche sono sempre apparse solitarie, quando non trasgressive. Gli anni della fuga dalla stessa responsabilità di cercare di capire e di discutere, gli anni in cui non bisognava mai affrontare in tempo reale il problema Onu, sono finalmente lontani. Ricordo quando cadde praticamente nel vuoto quel bel libro che il giornalista bosniaco Zlatko Dizdarevic scrisse con Gigi Riva, dal titolo L’Onu è morta a Sarajevo, che centrava la grande questione del divario tra le idee di pace e di guerra - si era nel pieno dell’aggressione del nazionalismo serbo nel cuore dell’Europa - e le statiche geometrie della geo-politica. Ricordo che poi, a cose fatte, ebbe invece successo il film No men’s land di Danis Tanovic in cui i «caschi blu» venivano definiti «i Puffi», ma appunto a cose fatte, quando già il Parlamento olandese aveva deciso di affrontare lo scandalo della resa dei suoi militari a Srebrenica e soprattutto quando la Nato (e l’unilateralismo americano) aveva sostituito le Nazioni Unite in modo decisivo sul terreno.

Ora, finalmente, si comincia a discutere in tempo reale, con una riflessione sul piano culturale e storico assai più forte ed impegnativa dello stesso dibattito sull’allargamento del Consiglio di Sicurezza e su chi ne debba far parte. Cade un alibi tutto italiano: quello del riferirsi alle istituzioni, nazionali ed internazionali, come se fossero un tabù, come se lo stesso esprimere opinioni critiche fosse un delitto di lesa maestà. È l’ideologia di cui parlano Eugenia Roccella, Lucetta Scaraffia ed Assuntina Morresi (Contro il cristianesimo, edito da Piemme) che centrano la questione della traduzione, in atto da tempo, del relativismo etico nell’azione concreta sia dell’Onu che dell’Unione Europea. In altre parole il cumulo di una distorsione grazie alla quale gli Stati, e le organizzazioni internazionali che questi hanno costruito nell’ultimo mezzo secolo, si sono progressivamente adagiati in un realismo diplomatico e culturale che ha prevalso sugli stessi principi di libertà, capovolgendo le idee fondative dei «diritti umani», neutralizzandole, e prefigurando così un mondo in cui è dimenticato il diritto naturale.
Ma è anche l’ideologia che ha portato al fallimento del Palazzo di Vetro, minuziosamente descritto da Christian Rocca (Contro l’Onu, edito da Lindau), scandito da una legislazione internazionale che non riesce a definire il terrorismo, dalle prove di antisemitismo istituzionale, dalle agenzie che producono solo burocrazia, dai tanti scandali di organismi che si autogovernato e dalla paralisi politica esibita invece come democrazia planetaria. Con una storia raccontata anche da Paolo Mastrolilli (Lo specchio del mondo, edito da Laterza) in una chiave - «Ha la forza che i Paesi membri decidono di darle» - che spiega la crisi, ma che arriva al cuore del problema di un assetto che non può più reggere, perché l’istituzione è paralizzata da una somma di grandi e piccoli interessi contrastanti, quando non conflittuali.
Manca, in questo quadro, ed è un vuoto, la traduzione italiana di un libro importante, quello scritto dal generale canadese Roméo Dallaire (J’ai serré la main du diable) che comandava nel 1994 la missione dell’Onu in Ruanda. Non un diario, ma memorie su un genocidio che avrebbe potuto essere prevenuto e che non lo fu, non soltanto per una disfunzione, per regole non rispettate o per l’eccesso di prudenza di Kofi Annan, ma soprattutto per mancanza di volontà politica. E del resto qui sta il problema che si trascina dallo scorso decennio - appunto dal Ruanda e da Sarajevo - e che si è riproposto nel Ventunesimo secolo, nel caso dell’Irak, con l’abissale divario tra l’assunzione di responsabilità e la fuga dalle responsabilità.

Questo divario ha assunto in Italia una dimensione lacerante, accentuatasi dopo il 1989 e soprattutto negli anni del bipolarismo. La questione è affrontata da Fabio Grassi Orsini (Il mito dell’Onu, edito da liberal) in una minuziosa ricostruzione dell’atteggiamento dei partiti verso le Nazioni Unite e della metamorfosi subita dalla percezione del ruolo del Palazzo di Vetro. Mito perché qui è passata la linea del confronto bipolare dall’11 settembre in poi, quando l’East River è stato invocato come il possibile «luogo» della regolamentazione del conflitto globale che ha aperto il Ventunesimo secolo, quando è stato contrapposto all’unilateralismo americano, quando è stato indicato come la sede del diritto internazionale di fronte, anzi in opposizione all’interventismo democratico che contraddistingue la politica dell’amministrazione Bush - come del resto aveva già contraddistinto le scelte della precedente amministrazione democratica. Con un paradosso, che ha contraddistinto anche una parte dell’Europa: i critici della scelta interventista in Irak hanno esibito una bandiera che non c’era, hanno cioè fatto ricorso proprio al mito e non alla realtà concreta. Cioè l’Onu è stato invocato anche contro le stesse risoluzioni del Consilio di Sicurezza.

È un fenomeno ricorrente, nella polemica italiana. Basti ricordare che nel pieno della seconda intifada, quando i giorni erano scanditi dagli attentati suicidi e dalle rappresaglie israeliane, Massimo D’Alema - che pure è stato presidente del Consiglio - al solo scopo di alzare una polemica verso i nuovi rapporti instaurati tra Palazzo Chigi e il governo di Gerusalemme guidato da Ariel Sharon, ha contestato la mancata applicazione delle risoluzioni delle Nazioni Unite sulla questione israelo-palestinese equiparandole a quelle sull’Irak. Dimenticando però il fatto che solo il riferimento esplicito al capitolo VII della Carta dell’Onu prevede il vincolo dell’imposizione anche attraverso l’uso della forza. Ignoranza del diritto internazionale? O più semplicemente il mito aveva preso il sopravvento sulla realtà?

(Detto tra parentesi, Grassi Orsini propone un’interessante lettura storica di un mito parallelo, quello dell’interpretazione dell’articolo 11 della Costituzione, oggetto in questi anni di una appropriazione pacifista. Il famoso testo che comincia con le parole «L’Italia ripudia la guerra…» fu spiegato da Meuccio Ruini, presidente della Commissione per la Costituzione, con l’aspirazione italiana ad essere subito ammessa - lo aveva già chiesto Benedetto Croce - all’Onu lanciando «un grido di rivolta e di condanna del modo in cui si era intesa la guerra sciagurata di conquista nel fosco periodo in cui siamo usciti». Era cioè lo sforzo che l’Italia compiva per ritrovare un posto nel consesso internazionale da cui era stata esclusa in quanto potenza sconfitta e da cui sarebbe rimasta ai margini fino al 1955. Non è questa una curiosità, piuttosto è la spiegazione storica di una formula che non presuppone la neutralità dell’Italia o la sua assenza dagli scenari di guerra - come viene nei fatti letto oggi l’articolo 11 - ma era il concetto-base per il ritorno dell’Italia nel consesso dei vincitori).
Rimozioni, omissioni, appropriazioni indebite hanno contrassegnato nella cultura politica italiana il riferimento all’Onu. E le mitologie di questi anni, al pari della ostinata ostilità ad una sua reale riforma, nascono anche da un fenomeno straordinario in cui si sono mescolati un approccio minimalista e un carico ideologico totalizzante. Durante la guerra nel Golfo del 1990-91, nel dibattito parlamentare sulla partecipazione italiana, l’allora presidente del Consiglio Giulio Andreotti usò la formula «dell’operazione di polizia internazionale», mentre gli oppositori invocavano un negoziato infinito sotto l’egida della Nazioni Unite.
Più recentemente, nel 1998, durante l’intervento in Kosovo si è usata una formula ancora più perfezionata - si è parlato di «difesa attiva» - allo scopo di definire la presenza dell’aeronautica militare italiana nelle missione di bombardamento in Serbia e Kosovo, attuato nel quadro degli impegni della Nato sulla base di una risoluzione del Consiglio di Sicurezza. Contemporaneamente il pacifismo parlava di diritto internazionale calpestato e contrapponeva l’ideologia onusiana.
Grazie a questa attenzione culturale - non sono pochi quattro libri in pochi mesi - il dibattito sulle Nazioni Unite si è trasferito su un versante più utile. Sull’onda del pensiero che contraddistingue l’amministrazione Bush e delle visioni che si affermano in parti d’Europa, è il versante di una riforma vera, non di semplici aggiustamenti. Non è mai troppo tardi, anche se dovrebbe servire un’iniziativa politica più forte della semplice presa d’atto sul piano culturale. Ricordo però una vecchia copertina di liberal settimanale, era il 1999, in cui ci chiedevamo: «A che serve l’Onu?». E in cui André Glucksmann rispondeva, fra gli altri, che era il baraccone del cinismo mondiale. Insomma, strada se ne è fatta in questi anni.
 

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