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New Delhi vuole "due forni"

RISK
di Carlo Jean
 Risk n.11 - marzo-aprile 2007

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L’India è dopo la Cina il secondo gigante asiatico. Sta crescendo rapidamente, ma le sue riforme sono iniziate solo nel 1991 - cioè una quindicina di anni dopo quelle cinesi di Deng Xiaoping (1978) - promosse dall’attuale premier Manmohan Singh, allora ministro dell’economia. Liberalizzazione, deregolamentazione e apertura al mercato mondiale sono state però solo parziali, molto meno estese di quelle cinesi. Secondo i principi di solidarietà sociale propri del Partito del Congresso - ritornato al potere nel 2004 con una coalizione di dodici partiti, anche della sinistra radicale - i riformisti indiani, a differenza di quelli cinesi, rifiutarono il dogmatismo liberista. Cercarono una terza via fra anticapitalismo - con conseguente protezionismo - per realizzare il massimo di giustizia sociale possibile, e partecipazione alla globalizzazione per garantire la crescita. Furono «riforme dal volto umano», finalizzate innanzitutto a diminuire la povertà ed i divari di ricchezza fra le varie regioni e classi sociali. Tali obiettivi sono stati in gran parte raggiunti, seppure a scapito della crescita e degli investimenti specie nel campo delle infrastrutture, peraltro sempre più indispensabili per lo sviluppo. Eccellente fu invece la modernizzazione del settore finanziario, che salvò l’India dalla crisi asiatica del 1997. Il tasso di crescita indiano è stato finora inferiore di un paio di punti da quello cinese, ma continua a registrare aumento: dal 3,7% degli anni Settanta al 6,6% del 2000-05, e al 7-8% previsto nei prossimi anni [1]. Minore è anche il livello di internazionalizzazione del Paese. Però, l’indice Gini - che misura il livello di disuguaglianza, sulla base del divario reddituale fra classi sociali - attribuisce all’India un punteggio migliore non solo di quello della Cina, ma anche degli Stati Uniti e di gran parte degli Stati europei occidentali [2]. Molto basso è invece il tasso di sviluppo umano, data la diffusa povertà, il basso livello di scolarizzazione, l’inquinamento, la carenza di elettricità e di acqua, la diffusione di epidemie e così via. La situazione cambierà con il nuovo ciclo di riforme, volto non solo a migliorare le condizioni di vita, ma soprattutto a stimolare la crescita e l’integrazione dell’India nella globalizzazione. Il «riformismo dal volto umano» ha però finora rappresentato, unitamente al pluralismo politico e al decentramento amministrativo, un vantaggio per la stabilità interna della più grande democrazia del mondo. Ciò non avviene in Cina, dove si verificano ogni anno decine di migliaia di rivolte sociali. Le nuove riforme non faranno solo uscire l’India dalla povertà, ma avranno importanti riflessi geopolitici. Permetteranno all’India di aumentare grandemente il suo peso internazionale.

Il legame fra democrazia e sviluppo - dogma del Washington Consensus - è smentito dal confronto fra l’India e la Cina. Quest’ultima sta diventando la «fabbrica del mondo» e aumentando rapidamente la propria ricchezza e potenza, anche militare. In India, invece, la frammentazione politica ha sinora rallentato la crescita potenziale. La disoccupazione è ancora drammatica, anche perché «l’economia della conoscenza», motore della crescita indiana, è a bassa intensità di manodopera. Con la seconda ondata di riforme verrà attribuita priorità all’industrializzazione, anche in settori ad alta tecnologia, quali la farmaceutica, le biotecnologie e la chimica fine. Tali riforme rivoluzioneranno la situazione, beninteso se sapranno superare le difficoltà che al riguardo incontrano tutte le democrazie parlamentari a sistema politico frammentato.

Sotto il profilo geopolitico, gli indiani dichiarano di volere un sistema internazionale multipolare, che consenta loro di svolgere un ruolo globale autonomo. Lo chiamano, come i cinesi, «ordine internazionale democratico». Esso non ha nulla a che vedere con la democrazia interna, ma consiste nel passaggio dall’attuale sistema unipolare ad uno basato sulla balance of power. Sono però consapevoli di due fatti. Primo, che un futuro sistema multipolare - derivato più da ragioni interne che esterne agli Stati Uniti, cioè dalla loro stanchezza di dover sostenere, sempre più da soli, l’onere del mantenimento dell’ordine mondiale unipolare - si tradurrà in un bipolarismo Usa-Cina, che finirebbe per coinvolgere l’India in un “gioco” troppo grande per le sue forze. Secondo, che gli Stati Uniti rimarranno per qualche decennio ancora la potenza dominante nel mondo, anche nell’Oceano Indiano e nel Golfo. New Delhi sembra perciò intenzionata ad attribuire maggiore importanza al multilateralismo, rispetto al multipolarismo, al fatto cioè di indurre Washington a tener conto nelle sue scelte degli interessi e percezioni indiane, anziché agire unilateralmente.

L’allineamento dell’India con gli Stati Uniti - oppure con la Cina - costituirà, alla metà del Ventunesimo secolo, l’elemento determinante per la superiorità globale di Washington o di Pechino [3]. Nel primo caso, il mondo sarà più stabile, come richiede l’esigenza indiana di concentrarsi sui problemi interni. Nel secondo caso, si determinerebbero le condizioni per un nuovo conflitto planetario. Il mutamento degli equilibri di forza mondiali non avverrà comunque a breve termine. Oggi l’India - come d’altronde la Cina - vivono nell’ombra dell’unipolarismo americano, dalla cui garanzia di stabilità traggono vantaggio. I due Paesi non trascurano però di accrescere la loro potenza ed influenza non solo nelle loro immediate periferie, ma anche a livello regionale. Tendono poi a garantirsi la sicurezza energetica e l’accesso alle materie prime, di cui sono consumatrici sempre più voraci. Perciò, la presenza di entrambe si accresce ovunque, dal Grande Medio Oriente, all’Asia centrale, alla Siberia, all’Africa e all’America Latina.

L’india ha creato un modello di sviluppo - denominato da taluni «mondializzazione alternativa a tutela del sociale» [4] - corrispondente ai propri valori, storia e strutture interne, in particolare al fatto che, oltre ad essere una democrazia - come gli Usa - è un mosaico di culture, etnie e religioni [5]. Esse convivono abbastanza pacificamente, anche se il loro equilibrio è minacciato dal “turbocapitalismo” della globalizzazione - che determina sempre vincitori e vinti - dal crescente nazionalismo indù e dal terrorismo islamico. Quest’ultimo trova le sue radici non solo nell’irrisolto problema del Kashmir, origine delle tre guerre (1947, 1965 e 1971) fra l’India e il Pakistan, ma anche nella marginalizzazione della forte minoranza musulmana (150 milioni), esistente in India. Per il sistema democratico e la ricerca di giustizia sociale, l’India possiede una notevole forza di attrazione per diversi Paesi emergenti - in particolare per il Sud Africa e il Brasile, con cui New Delhi ha rapporti sempre più stretti - rispetto ai capitalismi sia liberista di tipo occidentale, sia cinese «di socialismo di mercato» o di «liberismo a partito unico». Quest’ultimo, però, realizzando la coesistenza fra sviluppo economico ed autoritarismo politico, è antagonista del “modello indiano” ed è molto attraente per i regimi autoritari di molti Paesi emergenti. Cina ed India, però, non vogliono esportare i loro modelli, né tanto meno imporli. Ciò conferisce loro un vantaggio rispetto all’Occidente, la cui politica anche economica estera è spesso condizionata dalla tutela dei diritti umani e dall’esportazione della democrazia.

È improbabile che l’India abbandoni completamente il proprio “modello”, anche per l’inaspettata vittoria nelle elezioni del 2004 dell’Alleanza Progressista Unita (Upa) - coalizione di dodici partiti di centro-sinistra, il cui principale è quello del Congresso - sul Partito del Popolo Indiano (Bjp) - induista, fortemente nazionalista, ma più liberale in economia - al potere nei precedenti sei anni. Le differenze fra tali “due poli” della politica indiana riguardano solo marginalmente la politica estera. Entrambi si propongono di riportare l’India all’antica grandezza - cioè ad un ruolo dominante nell’Oceano Indiano e nel “vicinato esteso”, dall’Asia Centrale al Golfo e dall’Indonesia alle coste orientali africane. Lo aveva esercitato per quasi cinquemila anni, prima che fosse compromesso dall’invasione Mogol del 1500, dalla colonizzazione e, infine, dal non-allineamento durante la guerra fredda (che nella pratica era consistito nel sostegno dell’Urss, parte perdente del confronto bipolare). L’India ha sempre vantato ricchezza, potenza ed entità della popolazione analoghe a quelle della Cina - pari per ciascuna a circa un quarto di quelle mondiali, eccetto negli ultimi due secoli. In taluni periodi l’aveva addirittura superata. Negli anni Cinquanta, il suo Pil era il doppio di quello cinese. Oggi è la metà. La sua ambizione è quella di raggiungere la Cina, per poi superarla alla fine del Ventunesimo secolo. La retorica della propaganda nazionalista indiana ripete che «l’India emergente» è ormai divenuta «l’India crescente» e che rapidamente diverrà «l’India che brilla», elemento centrale del nuovo ordine mondiale.

Il principale punto di forza indiano rispetto alla Cina consiste nella demografia che, nel lungo periodo è sempre il fattore determinante della potenza degli Stati [6], così come la forza militare lo è nel breve e l’economia nel medio. La demografia indiana è molto dinamica. Nel 2025, la sua popolazione supererà quella cinese. Inoltre, la Cina sta invecchiando e sperimenterà gravi difficoltà, non solo per la sua disastrosa situazione ecologica, ma anche per i sistemi pensionistico e sanitario. L’India invece rimarrà giovane. La sua forza-lavoro sarà in espansione per tutto il Ventunesimo secolo. Poi, in India, una grande parte della popolazione è anglofona - e l’inglese è la lingua della globalizzazione - e la classe media ammonta a 200 -300 milioni di persone. Infine, l’India è meno dipendente della Cina dalle esportazioni ed è dotata di un sistema bancario, di uno giudiziario, di protezione della proprietà intellettuale e di una borsa più solidi di quelli cinesi. Quindi, è meno vulnerabile a shock mondiali, conseguenti ad esempio ad un eventuale collasso del dollaro e delle importazioni statunitensi.

Anche geopoliticamente ha vantaggi rispetto alla Cina: ha una posizione centrale nell’Oceano Indiano e non conosce la vulnerabilità strategica della dipendenza dagli Stretti della Malacca. La sua influenza è poi più accettata di quella cinese da tutti i Paesi emergenti, già parte del Terzo Mondo e del Movimento dei Non-Allineati, di cui era a capo durante la guerra fredda. Lo dimostra la recente accusa, espressa dal presidente sudafricano alla Cina, di voler colonizzare l’Africa per procurarsi materie prime.

Le difficoltà che deve superare l’india per divenire un polo geopolitico mondiale sono interne ed esterne. Le prime sono connesse con la frammentazione del territorio, che comprende 28 Stati dotati di ampia autonomia. Aumentano le disparità fra le città e le campagne. Anche il sistema delle caste crea crescenti tensioni. Insufficienti rimangono gli investimenti nell’infrastruttura, soprattutto nella rete dei trasporti. Mentre la crescita della Cina è dovuta all’azione del potere centrale, quella indiana sta avvenendo “dal basso all’alto”, quasi nonostante la politica. L’economia indiana deve superare le remore poste da una soffocante burocrazia - con conseguente alto livello di corruzione - e da un’accentuata rigidità sociale. Sono poi aumentati gli scontri fra gli indù e i musulmani (12% della popolazione). Questi ultimi sono in larga parte sciiti (dopo l’Iran, l’India ha la maggiore popolazione sciita del mondo), quindi poco influenzabili dal nemico tradizionale dell’India, cioè dal Pakistan - prevalentemente sunnita - in cui gli sciiti sono vittime di frequenti massacri. Al pari della Cina, l’India ha enormi programmi di miglioramento idrico. La prima sta costruendo la grande diga delle Tre Gole sullo Yangtzé. L’India sta adottando il «Progetto nazionale dei vasi comunicanti», che prevede di portare nelle aride regioni del Sud l’acqua del Bramaputra e del Gange.

Le maggiori difficoltà che incontra l’India per aumentare il proprio peso mondiale sono esterne: la divisione dell’Asia meridionale e le tensioni con il Pakistan, che assorbono troppe forze e risorse nazionali; l’impatto negativo della guerra fredda, che l’ha vista dalla parte dei perdenti; i ritardi e le disparità della sue riforme; l’ancora scarsa integrazione nell’economia globalizzata; la dipendenza dalle importazioni di armamenti, data la debolezza della sua industria militare - che cerca però di sanare rapidamente, condizionando l’import ai tranfer tecnologici.

Le tensioni con il pakistan dipendono soprattutto dalla questione del Kashmir, regione prevalentemente musulmana, il cui maharajà, all’atto dell’indipendenza, aveva optato per l’India. Ne erano risultate la divisione della regione in due parti, separate da una “linea di controllo”, tre guerre e un enorme spreco di risorse. La situazione è oggi migliorata, ma il problema rimane irrisolto. Il terrorismo transfrontaliero è in diminuzione. La disponibilità di armi nucleari ha indotto sia New Delhi che Islamabad ad una maggiore prudenza. Gli Stati Uniti stanno sviluppando un’efficace mediazione. Un dialogo indo-pakistano sul Kashmir si è aperto, anche se per ora non sono state individuate soluzioni accettabili per entrambe le parti.

Per il presidente pakistano Musharraf è impossibile riconoscere la divisione della regione, trasformando la “linea di controllo” in una frontiera definitiva. Egli ha quindi continuato a seguire la tradizionale politica di Islamabad, di chiedere un referendum nelle due parti in cui è divisa la regione. L’India non può accettare il referendum, perchè la vedrebbe perdente. Anche le recenti proposte del presidente Musharraf [7] - di prevedere per la regione uno status intermedio fra l’indipendenza e l’autonomia, tutelato congiuntamente dall’India e dal Pakistan - non sono state accolte da New Delhi. Il premier Manmohan Singh intende mantenere la divisione, limitandosi a promuovere una maggiore integrazione della regione, aprendo la “linea di controllo” agli scambi commerciali e alla libera circolazione delle persone.

Washington, fino all’epoca di Clinton, aveva costantemente appoggiato il Pakistan nelle sue rivendicazioni sul Kashmir. Con la Presidenza Bush ha invece assunto un atteggiamento più filo-indiano, condannando gli attentati terroristici di matrice islamica contro l’India, attribuendone parte della responsabilità al Pakistan e sostenendo l’inevitabilità di adottare la soluzione “pragmatica” proposta da Singh. Gli Stati Uniti hanno bisogno sia del Pakistan che dell’India per la guerra al terrorismo. Tuttavia, almeno negli ultimi tempi, le preoccupazioni per i futuri assetti geopolitici mondiali sono prevalse. Gli Usa sono stati sicuramente influenzati anche dalla crescita del radicalismo islamico in Pakistan, che lo rendono meno affidabile, nonché dalla proliferazione nucleare pakistana a favore dell’Iran. All’avvicinamento degli Usa all’India è corrisposto un aumento del sostegno della Cina al Pakistan. La questione del Kashmir continua quindi ad influenzare la politica estera dell’India e ad assorbirne gran parte del potenziale militare e politico. In sostanza, a limitarne la possibilità di rivolgere tutta l’attenzione necessaria alla promozione del ruolo mondiale a cui ambisce.

La politica estera indiana non è codificata in una “dottrina”. Vi prevale un pragmatismo quasi britannico. Esso rende possibile la coesistenza di un multipolarismo di principio con il tatticismo degli accordi bilaterali con Cina, Russia, Stati Uniti e Giappone, volti a concludere “partenariati strategici” a giro di orizzonte, corrispondenti ad interessi contingenti dell’India. Rende altresì possibili: il mascheramento della competizione per l’influenza con cooperazioni contingenti e la richiesta di un ordine mondiale multipolare con l’utilizzazione dei vantaggi offerti dall’unipolarismo americano.

La politica estera indiana è fortemente influenzata - oltre che dalla frammentazione interna - dalle dinamiche del contesto internazionale, di quello regionale e soprattutto delle sue immediate periferie. Tali dinamiche si sono accentuate dopo che - con la fine della guerra fredda - sono mutati i paradigmi che avevano caratterizzato per oltre quarant’anni le relazioni internazionali e gli equilibri geopolitici dell’Asia. Alla globalizzazione economica ha corrisposto una frammentazione strategica. Le forze locali sono divenute più rilevanti.

La situazione è cambiata non solo per la Cina, trasformatasi da alleata degli Usa per il contenimento dell’Urss nella loro principale competitrice globale, ma anche per l’India, che per anni aveva costituito il Paese guida del movimento dei “non-allineati”. Con la fine del mondo bipolare, si è trovata isolata ed è stata costretta a ripensare il proprio posizionamento strategico. Ma sono anche caduti i motivi che avevano emarginato l’India dalla scena internazionale, contrapponendola agli Stati Uniti e alla Cina e rendendola di fatto alleata dell’Urss. La politica indiana ha acquistato una maggiore libertà. Essa dispone di diverse opzioni geopolitiche. Le principali sono tre: grande alleanza eurasiatica, con la Russia e la Cina; Cindia, cioè stretta alleanza con la Cina, per trasformare il Ventunesimo secolo in “secolo asiatico”; cooperazione con gli Usa e con le democrazie europee, collocando l’India nel campo occidentale. Tra tali opzioni, New Delhi non ha effettuato una scelta. Cerca di mantenere un equilibrio fra tutte e tre, con una “politica di partenariato a tutto campo”. In particolare, tende a sfruttare sia i vantaggi che le derivano dall’unipolarismo Usa, che garantisce la stabilità strategica, sia quelli, soprattutto economici, conseguenti a cooperazioni anche con i potenziali avversari degli Stati Uniti, ad esempio con l’Iran. Viene così “corteggiata” un po’ da tutti.

La ricerca di equilibrio fra le diversità, e anche fra le contraddizioni, caratterizza la sua politica estera. Il “non-allineamento” non ha più significato. I suoi ricordi riecheggiano però ancora negli stretti rapporti dell’India con il Brasile e il Sud Africa e nell’azione indiana nel G-20 - costituito a Cancun e con il quale i Paesi emergenti tendono a combattere i protezionismi agricolo e tessile europei e americani. Nel campo della sicurezza, New Delhi tende a seguire una politica di buon vicinato sia nell’Asia meridionale (o “estero vicino”), sia a livello regionale (o “estero allargato”) - dall’Asia centrale al Golfo e all’intero Oceano Indiano dalle coste africane al Sud-Est asiatico - sia nel contesto mondiale, con accordi di “partnership strategica” - con le maggiori potenze, dalla Russia alla Cina e agli Stati Uniti. Minore importanza è attribuita all’Unione Europea, nonostante gli stretti legami economici e culturali con essa. Chiaramente l’India non ritiene che l’Ue possa svolgere un ruolo significativo, di attore geopolitico globale. La reputa troppo divisa, decadente, smilitarizzata e dipendente dagli Stati Uniti. La percezione indiana dell’irrilevanza politica dell’Ue è aumentata in conseguenza alle divisioni sia transatlantiche sia all’interno dell’Europa, avvenute nella crisi irachena. L’attenzione di New Delhi è diretta altrove, cioè verso Washington e Pechino. In via subordinata, lo è anche verso Mosca, con cui continua ad intrattenere eccellenti rapporti soprattutto per l’importazione di armamenti. Cresce però l’irritazione indiana per l’entità e per la migliore qualità tecnologica delle esportazioni di armi russe alla Cina. Esse stanno aumentando il potenziale militare cinese, percepito da molti indiani come l’unica vera minaccia alla loro sicurezza [8].

La politica estera indiana si sviluppa su tre cerchi, con connotazioni geopolitiche e con finalità e modalità differenti.

Il primo cerchio riguarda “l’estero vicino” - Pakistan, Nepal, Bangladesh, Sri Lanka, ecc. Esso presenta fenomeni conflittuali: dalla questione del Kashmir, alla rivoluzione filomarxista nel Nepal, alla crescita del fondamentalismo islamico nel Bangladesh, alla continuazione della rivolta Tamil in Sri Lanka. In tale cerchio - con l’evidente eccezione del Pakistan nucleare e legato a Pechino - l’India persegue un primato assoluto e intende esercitare un diritto di veto sulle politiche perseguite dagli altri Stati. Per mantenere la stabilità subregionale, utilizza la Saarc (South Asia Agreement for Regional Cooperation), una delle poche istituzioni multilaterali dell’Asia meridionale [9], e la BIMST-EC (Bangladesh, India, Myanmar, Sri Lanka and Thailand - Economic Cooperation).

Il secondo cerchio comprende “l’estero allargato”. In esso, l’India tende ad equilibrare l’influenza delle altre potenze e ad impedire che essa contrasti gli interessi indiani. La politica seguita è di competizione o di cooperazione, a seconda delle circostanze. Un aspetto importante ne è stato la politica dello tsunami. L’India ha rifiutato l’assistenza internazionale, ma ha dato cospicui aiuti ai Paesi colpiti dalla catastrofe. Un altro consiste negli aiuti allo sviluppo, che sono molto rilevanti e che hanno finalità sia economiche che strategiche. Ad esempio, l’India ha dato 650 milioni di dollari per la ricostruzione dell’Afghanistan.

Il terzo cerchio riguarda il resto del mondo. L’India è consapevole della sua potenzialità di svolgere un ruolo determinante per i nuovi assetti mondiali. In particolare, facendo parte del Gruppo dei quattro (India, Giappone, Brasile e Germania), aspira a divenire membro permanente nel Consiglio di Sicurezza dell’Onu ed è sostenuta dagli Usa. A livello globale, come ricordato, New Delhi mantiene una posizione equilibrata. Ha migliorato i rapporti con la Cina e mantenuto la collaborazione con la Russia. Ha però appoggiato gli Usa in diverse occasioni - prima fra le quali, alla fine del 2001, quando gli Stati Uniti denunciarono il Protocollo Abm e accelerarono il programma di difesa antimissili. Si è però opposta - anche per ragioni politiche interne e per evitare reazioni nella sua forte minoranza musulmana - all’attacco all’Iraq [10].

I recenti accordi con gli Usa sul nucleare civile, sullo spazio e sulla fornitura di tecnologie antimissili ed aeronautiche sono stati accompagnati da intese con Pechino sul nucleare e sul commercio, e con Mosca per l’ammodernamento dei Mig 29 indiani.

Il futuro geopolitico dell’india nel sistema globale può essere schematizzato in tre scenari:
• quello eurasiatico, a suo tempo proposto da Primakov, consiste nell’alleanza fra la Russia, la Cina e l’India. Esso è stato evocato dal presidente Putin, nella sua recente visita in India, e dal ministro degli Esteri Lavrov, peraltro con accenni molto pessimistici circa la sua realizzabilità. La sua base consiste nell’interesse comune dei tre Paesi a contrastare l’unipolarismo o, in mancanza di meglio, l’unilateralismo aggressivo degli Usa;
• quello della Cindia, cioè dell’alleanza fra i due giganti asiatici. Esso determinerebbe l’emergere del “secolo asiatico”, segnando la fine della supremazia dell’Occidente a leadership americana; quello dell’alleanza delle democrazie fra India, Stati Uniti e Giappone, a cui parteciperebbe anche l’Europa. Essa dovrebbe divenire sempre più organica e mantenere un equilibrio stabile anche nell’Asia meridionale, per contenere l’enorme crescita della potenza cinese, in attesa che l’attuale regime comunista si democratizzi. Ciò avverrebbe non per la sua inefficienza economica - come è avvenuto per l’Urss - ma per la sua eccessiva efficienza, che sta determinando contraddizioni insuperabili all’interno della società e del sistema politico cinesi.

Modello eurasiatico: la proposta di un’alleanza fra Russia, Cina ed India fu formulata da Evgenj Primakov nel 1998, negli anni cioè di maggiore debolezza russa. Cerca di valorizzare quanto i tre Paesi hanno in comune, cioè la volontà di modificare l’ordine internazionale unipolare o, almeno, di contrastare le iniziative americane. Ad esso dovrebbe subentrare un ordine internazionale “democratico”, in pratica bipolare, della massa continentale eurasiatica, da un lato, e delle potenze marittime, dall’altro. Tale progetto è simile a quello auspicato dalla Francia, prima con i tentativi di creare un’Unione Europea, espressione delle ambizioni e degli interessi di Parigi e, successivamente, con il prolungamento dell’asse franco-tedesco alla Russia (triangolo di Ekaterininburg). A differenza di quello francese, il multipolarismo indiano è stato sempre difensivo, non offensivo. L’India ha interesse che gli Usa mantengano la stabilità strategica nelle proprie turbolenti periferie. Come il progetto francese, anche quello di Primakov è velleitario. Da un lato, ridurrebbe la Russia a satellite di Pechino. Dall’altro, presupporrebbe fiducia e completa convergenza di interessi fra l’India e la Cina, superando la diffidenza che New Delhi nutre nei riguardi delle presunte ambizioni imperiali di Pechino sull’Oceano Indiano e dei suoi stretti legami con il Pakistan.

L’impossibilità di un’alleanza strutturale [11] fra Pechino e New Delhi è confermata dal fatto che, nel 1998, il governo indiano giustificò i propri esperimenti nucleari affermandone la necessità per dotarsi di un deterrente contro la Cina. Nonostante un miglioramento dei rapporti fra i due Paesi, l’enorme aumento del loro commercio e i compromessi raggiunti sul contenzioso territoriale (la Cina ha riconosciuto che il Sikkim appartiene all’India e quest’ultima ha cessato di protestare per l’occupazione cinese del Tibet), le relazioni restano potenzialmente tese anche per la costruzione, tuttora in corso, di basi navali cinesi nel Golfo del Bengala, nel Mare Arabico e nello Sri Lanka. L’India ritiene che esse vengano realizzate per circondarla. A ciò ha reagito con la “politica dello sguardo ad Est”, cioè con gli accordi con Singapore, il Vietnam e il Giappone e, recentemente, con le intese strategiche con gli Stati Uniti. Tali iniziative indiane sono state percepite dalla Cina come un tentativo di creare un “cordone sanitario” per contenere l’espansione della sua influenza. Per ora cerca di contrastarle con la politica dell’appeasement. Di essa fa parte anche il recente invito rivolto all’India (così come al Pakistan e all’Iran) da Pechino di partecipare in qualità di osservatore alla Shanghai Cooperation Organisation (la Sco, costituita nel 2001, è co-presieduta dalla Cina e dalla Russia e vi partecipano quattro delle cinque Repubbliche centro-asiatiche) [12]. Ma le preoccupazioni cinesi di un’alleanza fra India e Usa permangono. La Cina cerca di contrastarla con il soft power, soprattutto con accordi commerciali e con cooperazioni industriali, specie nel settore energetico. Però, ancora nel dicembre 2005, il ministro della Difesa indiano ha indicato nella Cina sia la maggiore minaccia alla sicurezza indiana, sia la ragione della crescente collaborazione militare dell’India con gli Stati Uniti. Il lancio nell’estate 2006 del missile Agni III, con capacità nucleare e con gittata di 3.500 km - in grado cioè di colpire la Cina centrale - sembra sia stato effettuato come reazione all’acquisto da parte del Pakistan dalla Cina di un Awacs, oltre a quattro fregate, centocinquanta cacciabombardieri e missili cruise del tipo Babur con gittata di 500 km. Il bilancio militare indiano è in aumento, come quello cinese. Dall’attuale 2,3% dovrebbe passare al 3% del Pil. Tenendo conto della crescita economica, dovrebbe più che raddoppiarsi nel prossimo decennio. Si valuta che 5-6 miliardi di dollari all’anno saranno dedicati all’importazione di armamenti, che l’India diversificherà fra la Russia, gli Stati Uniti e l’Europa.

Cindia: Il termine esprime la fantasia geopolitica di chi ritiene possibile o addirittura probabile una futura alleanza fra il dragone cinese e l’elefante indiano. Essa trasformerebbe il Ventunesimo secolo nel “secolo dell’Asia”, dopo che il Ventesimo è stato quello americano. Nel pensiero dei suoi sostenitori, si tratterebbe quasi di una vendetta storica contro il colonialismo europeo e zarista e contro l’imperialismo americano. L’idea di riportare l’Asia all’antica grandezza non è nuova. Ricalca molto delle tesi giapponesi sulla costruzione della “zona di co-prosperità della Grande Asia orientale”, conclusasi tragicamente con la seconda guerra mondiale. La tesi di Cindia viene giustificata soprattutto dall’apparente complementarietà fra le due economie: quella cinese, fondata sulla componente hard dell’industria; quella indiana, prevalentemente su quella soft dell’informatica. La realtà non corrisponde a tale schema. La Cina sta sviluppando notevoli capacità nell’economia della conoscenza, mentre l’India lo fa nel settore industriale, in particolare nei campi farmaceutico e delle biotecnologie [13]. Ammesso - ma non concesso - che i due Paesi riescano a superare la diffidenza reciproca circa i rispettivi obiettivi di lungo termine, rimangono le ambizioni di New Delhi di esercitare un’influenza esclusiva nell’Asia meridionale e di equilibrare quella cinese nel Sud-est asiatico. Restano poi le tensioni per l’appoggio cinese al Pakistan, per la competizione nel settore energetico e, soprattutto, per la superiorità navale nell’Oceano Indiano. Pechino, dal canto suo, considera con crescente sospetto i legami dell’India con il Vietnam e il Giappone e, soprattutto, quelli con gli Stati Uniti.

Sia Pechino che New Delhi sono estremamente sensibili ai rispettivi rapporti con Washington. La Cina è più integrata con gli Stati Uniti in campo economico e finanziario. L’India lo è maggiormente in quelli militare e politico. Il presidente Bush ha esaltato l’India come la «più grande democrazia del mondo» e dichiarato interesse vitale degli Stati Uniti che divenga una grande potenza. A breve termine, sono proprio gli Stati Uniti a rendere impossibile Cindia. Nel lungo periodo, lo saranno gli interessi geopolitici contrastanti fra Pechino e New Delhi.

Alleanza delle democrazie: è lo scenario più probabile, benché i legami con l’India non saranno mai così stretti come quelli fra gli Stati Uniti, il Giappone e l’Australia. Ma le convergenze indo-americane non saranno solo tattiche. Esiste invece una condivisione permanente di interessi di fondo. Il New Framework for India-US Relationship del 2005 attribuisce all’India uno status simile a quello degli alleati europei degli Usa, anche nel settore del tranfer tecnologico militare. Le dimensioni, le potenzialità, la cultura e la storia impediranno all’India di divenire un satellite o uno strumento degli Stati Uniti. Non diverrà neppure subordinata come il Giappone. Mentre l’alleanza con gli Usa è indispensabile alla sicurezza giapponese, l’India ha - o comunque è persuasa di avere - diverse opzioni. Sembra però decisa a rafforzare i legami con l’America anche perché in nessun Paese al mondo l’opinione pubblica è tanto favorevole agli Stati Uniti (il 71% nel 2005, secondo il rapporto del Pew Center) [14].

Interessante per gli Stati Uniti è anche la possibilità di usufruire del sostegno dell’esercito indiano, che è numeroso e soprattutto, rispetto a quelli europei, più disponibile a combattere. Liberatasi dalle preoccupazioni della difesa territoriale contro il Pakistan e la Cina, l’India potrebbe concorrere, a livello mondiale, alle operazioni di peacebuilding e di peacekeeping, per le quali le forze supertecnologiche degli Stati Uniti si sono dimostrate inadeguate.
Nella fiorente comunità indiana di studi strategici, la convergenza strategica indo-americana è messa in risalto con la stessa enfasi con cui viene sottolineata l’importanza della cooperazione tecnologica militare con gli Stati Uniti, specie nei campi aerospaziale e delle difese anti-missili [15]. Ciò dimostra l’importanza storica del New Framework e dell’accordo nucleare indo-americano [16], anche se taluni commentatori hanno malignamente osservato che quest’ultimo è finalizzato soprattutto a rafforzare l’industria nucleare americana con commesse sul mercato indiano (che ha in programma di costruire decine di nuove centrali), valutate dell’ordine di cento miliardi di dollari.

L’unico dubbio circa la capacità di migliorare l’attuale livello di cooperazione con l’India e di consolidarlo riguarda la difficoltà americana di mantenere su basi paritarie e di reciproco rispetto i rapporti con altri Stati. Gli Usa - malgrado si considerino «la nazione indispensabile ed eccezionale» - dovrebbero riconoscere “l’eccezionalità” anche dell’India e tener conto del suo orgoglio e nazionalismo. Essi rendono inevitabili talune manifestazioni di dissenso, anche per la complessità del sistema politico indiano e per l’esistenza di componenti anti-americane in qualsiasi coalizione al governo. Sembra che Washington l’abbia capito. Lo dimostrano, tra l’altro, la caduta della sua opposizione alla costruzione di gasdotti e oleodotti dall’Iran all’India, attraverso il Pakistan, nonché la mancanza di critiche per le strategic partnership dell’India con l’Iran, con la Russia e soprattutto con la Cina [17]. Anche in questo, il presidente Bush ha segnato una svolta determinante nei rapporti fra gli Stati Uniti e l’India. Se non verrà ricordato nella storia per la «guerra al terrore», lo sarà sicuramente per il miglioramento dei rapporti con New Delhi.
Perché l’India faccia strutturalmente parte della “Lega delle democrazie”, lo sviluppo dei rapporti europei con l’India - non solo economici, ma anche politici e strategici - potrebbe essere utile. L’interesse europeo è evidente. Si rafforzerebbe infatti il campo occidentale, che si presenterebbe più unito in una regione tanto critica per i futuri assetti mondiali. Se tali condizioni si verificheranno e non avverranno eventi dirompenti -quali un conflitto fra la Cina e gli Usa per Taiwan - detta convergenza si verificherà e lo status quo mondiale - basato sull’unipolarismo Usa e la globalizzazione - sarà consolidato con vantaggi non solo per l’Occidente ma per tutti.

L’india rappresenta un paese determinante per i futuri equilibri mondiali. Mentre è possibile individuarne gli interessi geopolitici, molto meno lo sono le scelte contingenti, anche per le complesse regole del “gioco democratico” e per il fatto che alla moralpolitik dichiaratoria di New Delhi fa riscontro una politica di potenza a giro di orizzonte, con accordi di partenariato strategico con i Paesi più disparati.

L’atteggiamento internazionale dell’India sarà influenzato dalla sua situazione politica interna, in particolare dalla crescita economica e dalla capacità del suo frammentato sistema politico di mantenere gli attuali equilibri, nonchè dall’evoluzione del contesto esterno. È prevedibile che, nonostante le remore del suo “capitalismo sociale”, la crescita dell’economia indiana continuerà ad essere brillante. Forse l’India potrà superare il Pil cinese alla fine del Ventunesimo secolo. Nei prossimi decenni non sarà però in grado di garantire la stabilità della propria area di interesse strategico. Per questo è molto probabile il rafforzamento dei suoi legami con gli Stati Uniti. Essi non rappresentano tanto una garanzia di sicurezza di ultimo ricorso, quanto una leva per realizzare la stabilità nell’intera Asia Meridionale e Orientale, la quale a sua volta assicura la crescita. L’India potrà così meglio proteggere i propri interessi e aumentare la sua influenza nel mondo, come la sua demografia e la sua crescente ricchezza - oltre che la sua cultura politica - domandano.

C’è da augurarsi che gli stati uniti non sciupino tale opportunità, che il presidente Bush e l’ambasciatore Blackwill hanno tanto efficacemente costruito. Anche l’Europa dovrebbe fare la sua parte, contribuendo ad una maggiore integrazione dell’India nell’economia globalizzata. L’aumento degli Ide, del transfer tecnologico e dei servizi off-shore e, soprattutto, la resistenza a tentazioni protezionistiche sono le vie da seguire.

È impraticabile per l’Europa una politica di intervento diretto in campo politico-strategico - eccetto per quanto riguarda l’industria degli armamenti - che possa contribuire alla stabilità nell’Asia meridionale e nell’Oceano Indiano. Comunque, un successo delle forze europee schierate in Afghanistan nel contesto Nato produrrebbe benefici effetti sulla stabilità dell’intera area geostrategica. Conseguenze negative sarebbero invece prodotte dall’abolizione dell’embargo sulle esportazioni di armi alla Cina, deciso dall’Ue nel 1989 dopo Tienanmen. Essa, quanto meno - pur essendo strategicamente irrilevante - invierebbe all’India un segnale sbagliato, confermando le sue percezioni circa le profonde divisioni dell’Occidente e il suo disinteresse per la sua sicurezza indiana.

Note
[1] Paolo Migliavacca, Le ambizioni geopolitiche dell’India, Affari Esteri, n°150, 2006, pp. 368- 388
[2] Nicole Gnesotto and Giovanni Grevi, The New Global Puzzle – What World for the EU in 2025?, European Union Institute for Security Studies, Paris, 2006, pp. 165-76.
[3] C. Raja Mohan, India and the Balance of Power, Foreign Affairs, 85, n. 4, July-August 2006.
[4] Gurcharan Das, The India Model, Foreign Affairs, 85, n. 4, July-August 2006.
[5] Institut Français des Relations Internationales «Ramses 2005», pp. 63-78.
[6] Nunziante Mastolia, The Asian Players: India and China, Quarterly, July 2006, pp. 31-36.
[7] STRATFOR, Geopolitical Diary, Musharraf’s Latest Offer on Kashmir, December 6, 2006.
[8] Harry Harding, The Evolution of the Strategic Triangle, in India-China Relationship, Woodrow Wilson Center Press, Washington DC, 2004.
[9] La SAARC comprende India, Pakistan, Sri Lanka, Bhutan, Nepal, Maldive e Bangladesh.
[10] Reuters, India Says Nuke Deal Will Not Bind Its Foreign Policy, December 8, 2006.
[11] Guy de Jonquières, Cindia? Una terra che non esiste, Il Sole 24 Ore, 3 dicembre 2006, p. 8; di opinione più sfumata Limes, Cindia, n. 4/2005.
[12] Zhang Guibong, The Rise of China, Sage, London, 2006, afferma che coesistono in India tre percezioni della crescita della potenza cinese e delle risposte che dovrebbe contrapporre l’India: i) la Cina come potenza pacifica, a cui dovrebbe corrispondere una politica di appeasement e cooperazione; la tesi è quella dominante nelle dichiarazioni politiche; ii) la Cina come minaccia, a cui dovrebbe corrispondere una politica di contenimento, costituendo un sistema di alleanze (dal Giappone a Singapore, agli USA), che ne consentono l’accerchiamento; è la tesi dei militari indiani (citato in Alain Lambelle, Offensives Chinoises en Asia du Sud, Futuribiles 3, Avril 2006); iii) la Cina come potenza non ostile, ma competitiva dell’India; a tale percezione dovrebbe corrispondere una politica molto prudente, che non escluda cooperazioni contingenti con Pechino, ma che ricerchi alleanze difensive e soprattutto mantenga l’equilibrio militare.
[13] Federico Rampini, Verso Cindia, in Limes, “Cindia la sfida del secolo”, n. 4/2005; vds., nello stesso numero di Limes, l’interessante ed equilibrata introduzione di Lucio Caracciolo.
[14] Cfr. “PEW Global Attitudes Poll”, 2005.
[15] International Institute for Strategic Studies, Strategic Survey 2006, pp. 306-19; C. Raja Mohan, India and the Balance of Power, op. cit.
[16] Ashton B. Carter, India. America’s New Strategic Partner?, in Foreign Affairs, 85, n. 4, July-August, 2006.
[17] Vds., in proposito, India and China Sign Military Agreement to Move Towards a NATO Style Asian Military Nato.
 

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