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Gli italiani hanno preso l’abitudine di abbandonare i loro governi, dopo che per ben due volte, in meno di dieci anni, i risultati elettorali hanno lasciato intravedere il possibile approdo della transizione italiana a un sistema politico bipolare capace non solo di assicurare l’alternanza, ma anche una “governabilità riformatrice”. È accaduto nel 1996, con la vittoria dell’Ulivo, che però si è consumata rapidamente nel conflitto tra sinistra antagonista e sinistra moderata. È accaduto nel 2001, con il successo della Casa delle libertà, che si è imbattuta in una analoga difficoltà, fra le sue componenti più liberali e quelle più tradizionaliste. Il bipolarismo italiano - formatosi attorno alla figura di Silvio Berlusconi, dal momento della sua “discesa in campo” nel ‘94 - ha incontrato ostacoli nella legge elettorale, nell’instabilità del sistema dei partiti, che non si è più ricomposto stabilmente dopo “Mani pulite”, nell’immobilismo della società italiana, in un conflitto frontale fondato sulla delegittimazione culturale del centro-destra, nella reazione preventiva a ogni forma di innovazione. Il tutto aggravato dalla “reazione pacifista” di fronte alla risposta data al terrorismo, che ha cambiato il mondo. Il 2005, dopo i risultati delle regionali, ha visto riaprirsi tutto il contenzioso dell’interminabile transizione: è in discussione il bipolarismo che abbiamo conosciuto in questi dieci anni, l’Italia è sempre più penalizzata da spinte politiche e sociali paralizzanti, in un contesto europeo di declino, mentre le due “grandi alleanze del decennio” sono parallelamente alle prese con il rebus del loro futuro.
Renzo Foa ha seguito il decennio del bipolarismo italiano con interventi giornalistici e saggi, attratto dal rapporto incompiuto tra la politica e la società. All’inizio di questa incerta stagione, nel ’95, ha pubblicato un dialogo con suo padre Vittorio (Del disordine e della libertà). E’ condirettore della rivista liberal e editorialista del Giornale. Da dieci anni è commentatore di Zapping.

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