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La sinistra italiana resta un rebus. Continua a cavalcare tutte le spinte “senza se e senza ma”, salvo a riconoscere a tempo scaduto che i resistenti sono gli iracheni che vanno a votare, che il “posto fisso” di lavoro per tutti è un’utopia, che le grandi riforme sono necessarie. E’ una sinistra che si ferma sempre nel momento delle decisioni politiche, con il risultato di restare chiusa nel castello delle difese corporative che immobilizzano la società italiana. Insomma è rimasta ancora in mezzo al guado del post-comunismo e non produce idee nuove. Degli edifici di un tempo, quelli a cui dette l’impronta Berlinguer e che sono stati abbandonati dopo il 1989, restano i residui di un sistema di certezze che tende a sopravvivere a se stesso come pregiudizio, come luogo comune, come nostalgia: è il “politicamente corretto”. Offre – secondo la definizione di Jean Baudrillard – l’immaginario del potere di sinistra con il risultato di difendere il conservatorismo della vecchia destra.
Arturo Gismondi giornalista, è editorialista del Giornale. Tra i suoi libri Intervista sul comunismo difficile con Umberto Terracini (1978), Alle soglie del potere (1986), La repubblica delle procure (1994), La lunga strada per Hammamet (2000) e L’inverno della giustizia (2002)

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