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Un giorno d’agosto del 1972 un tenente colonnello dell’esercito polacco, all’insaputa di tutti, persino dei suoi familiari, nel corso di una missione che stava compiendo in Europa occidentale a bordo di uno yacht dello Stato Maggiore Generale polacco si mette in contatto con l’Ambasciata degli Stati Uniti a Bonn, chiedendo di incontrare segretamente un ufficiale dell’esercito americano. Il tenente colonnello si chiamava Ryszard Kuklinski, 42 anni, sposato con due figli. L’incontro avvenne al Central Hotel dell’Aja. Inizia così una collaborazione con la Cia e il governo americano che durerà nove anni. Da adolescente Kuklinski era stato testimone diretto prima dell’invasione nazista e, alla fine della seconda guerra mondiale, del rigido dominio sovietico che aveva sottratto ogni forma di libertà al suo Paese. Da tempo il suo sguardo era rivolto con speranza al mondo libero. La sua carriera militare era stata brillante: lavorava allo Stato Maggiore Generale del ministero della Difesa polacco e aveva accesso a documenti estremamente delicati relativi alla «guerra calda» che l’Unione Sovietica voleva scatenare contro l’Ovest. Questa scelta, che mise in pericolo la sicurezza sua e della sua famiglia, lo portò a vivere una «vita segreta» e a diventare la fonte d’informazioni più preziosa per la Cia nel blocco dell’Est. I nove anni rischiosi termineranno con la consegna dei piani segreti per stroncare Solidarnosc. Poi, alla vigilia della dichiarazione della legge marziale da parte di Jaruzelski, sul punto di essere scoperto, riesce a fuggire in Occidente con la sua famiglia, per vivere, sotto pseudonimo, vicino a Washington. In questo libro il giornalista americano Benjamin Weiser ricostruisce la vicenda attraverso una lunga serie di interviste con il protagonista iniziata nel 1992 e un’accurata documentazione negli archivi della Cia svelando molti aspetti ancora ignoti della guerra fredda. Il racconto, una spy story tanto più appassionante perché reale, è un tributo a un eroe sconosciuto che non ha esitato a rischiare tutto per la riaffermazione dei valori dell’Occidente, tra cui, primo fra tutti, quello della libertà.
Benjamin Weiser. Corrispondente del Washington Post dal 1979 al 1997, lavora attualmente al New York Times. Per il suo giornalismo ha ricevuto i premi George Polk e Livingston.

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