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Il mondo è farcito di «maestri di morale», di persone sempre pronte a dirti quel che devi pensare e come devi comportarti. Cioè il conformismo. Meglio allora le cattive compagnie: rare, trascurate e spesso dimenticate figure che ti propongono pensieri scomodi e sollevano problemi quasi sempre irrisolvibili. E che non affidano all’usura del tempo i conti con la verità. Sono i ribelli a quella volgare formula che è il «senso comune». Come Joseph Roth che lanciò, inascoltato, l’allarme sul nazismo che stava divorando l’Europa. Come Arthur Koestler e tutti coloro che incontrò sulla sua strada, da Nina Berberova a Margarete Buber Neumann, la prigioniera nel Gulag e nei lager. Come Victor Kravchenko, il primo «grande rinnegato», che lasciò la Russia di Stalin per duellare a distanza con Joseph Davies, l’ambasciatore di Roosevelt a Mosca che credette alla colpevolezza di Bucharin. Come tanti altri personaggi del Novecento – Osip Pyatnizky, David Rousset, Jacques Rossi, fino a Imre Nagy e Aleksander Dubcek – che per convinzione o anche solo per caso ruppero con il comodo vizio del compromesso delle idee e dei comportamenti. Come Patrice Lumumba, travolto dalla fiducia che aveva nella parola «libertà». A tutte queste cattive compagnie e alle altre, come Reagan, de Gaulle e Oriana Fallaci, il passar del tempo ha dato ragione, nel loro eterno scontro con «i maestri di morale», con i «sacerdoti del conformismo», con chi ha paura di ogni cambiamento.
RENZO FOA ha pubblicato nel 1995 un dialogo con suo padre Vittorio (Del disordine e della libertà) e nel 2005 una riflessione critica sul bipolarismo italiano (Il decennio sprecato). È condirettore della rivista Liberal ed editorialista del Giornale. Da dodici anni è commentatore di Zapping.
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