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di Vittorio Strada
L'episodio è famoso ma va ricordato perché è simbolicamente al centro della vita letteraria russa dell'età staliniana: il fulmineo colloquio telefonico tra il dittatore del Cremlino e Boris Pasternak sulla sorte di Osip Mandel'&Mac255;stam. Due vertici di questo triangolo erano, e restano, così strettamente legati che un altro «grande» della poesia russa del Novecento, Anna Achmatova, amava porre una sorta di test ai suoi nuovi conoscenti: Tè o caffé? Cane o gatto? Pasternak o Mandel'&Mac255;stam? Modo lineare e franco di riconoscere una differenza tra chi preferiva «tè, cane, Pasternak» e chi invece «caffé, gatto, Mandel'&Mac255;stam» (o forse, violando le due triadi, altre associazioni tra le loro componenti). La stessa Nade&Mac255;zda Mandel'&Mac255;stam dedica un capitolo delle sue memorie a questi «antipodi», osservando che tali erano perché si ponevano come punti contrapposti di uno stesso spazio. Leggendo queste pagine del suo libro si apprezza la lucidità che contraddistingue gli interi suoi ricordi e non si può dubitare, naturalmente, quale fosse la sua scelta, dettata non soltanto dal suo essere vedova di uno degli «antipodi».
Quanto al terzo vertice, esso era di un'altra natura e si poneva in un altro spazio. Anche se in gioventù Stalin si era provato non diremo come poeta, ma come versificatore (e di non infimo livello), altre erano le sue virtù, squisitamente politiche, maestro di conquista ed esercizio di un potere totale esteso ben oltre il Paese di cui era il capo. Ma per genialità poteva stare al livello dei due poeti ora nominati, dei quali non era antipodo, bensì antitesi: a suo modo, tuttavia, un rivoluzionario poeta del male, senza limiti nell'esercizio di questa sua arte, per la quale milioni di vite umane erano semplice materia bruta, quella di un Mandel'&Mac255;stam compresa. L'interesse per la letteratura, l'arte, la cultura era capitale in Stalin, artefice inesorabile di un presunto mondo nuovo e uomo nuovo, secondo i dettami dei suoi maestri, i padri fondatori del marxismo-leninismo. La sua attenzione per questi aspetti della vita spirituale (verso la religione il suo atteggiamento era tutt'altro che benevolo, puramente strumentale, poiché egli stesso era il sommo pontefice di una nuova religione sui generis) era penetrante e capillare, anche con telefonate improvvise ed enigmatiche che segnavano la vita degli interlocutori da lui prescelti. Celebre è rimasta la sua telefonata (nel 1930) a Michail Bulgakov, l'autore del Maestro e Margherita, che grazie a quel colloquio (e a una clemenza del Sovrano che era dettata da complessi motivi di opportunità e da un privilegio concesso a un così evidente avversario, diverso dai cortigiani di regime sia servili per vocazione sia comunisti per convinzione) poté sopravvivere e lavorare, ossessionato sempre poi da quell'istantaneo contatto «mistico» con l'onnipotente dittatore. Nel giugno del 1934 l'azione magica delle telefonate si ripeté con Pasternak per Mandel'&Mac255;stam, ma con un effetto assai meno miracoloso, se si considera la morte di quest'ultimo nel gennaio 1938 in un lager. Dei colloqui tra Stalin e Pasternak circolano diverse versioni. La più accreditata è la seguente. Dapprima Pasternak, rispondendo alla chiamata e credendo si trattasse di uno scherzo, alla voce che gli annunciava Stalin rispose bruscamente e posò il ricevitore. Al secondo squillo la voce dettò il numero di un telefono, dicendo di richiamare, se non si credeva all'autenticità della telefonata. Pasternak compose quel numero, rispose la stessa voce e subito: «Parla Stalin». Al che Pasternak, come testimonia chi gli era accanto, rispose con un tranquillo «Buon giorno, Iosif Vissarionovi&Mac255;c». Quindi Stalin disse che il «caso Mandel'&Mac255;stam» (il poeta era stato condannato al confino per un'aspra poesia contro Stalin) era stato ripreso in esame e il risultato sarebbe stato favorevole. Poi passò alla parte sostanziale che più gli doveva interessare personalmente: «Dica, Mandel'&Mac255;stam è suo amico?». Domanda semplice e insidiosa: dire «sì» significava condannarsi, dire «no» significava tradire e, d'altra parte, i rapporti tra i due «antipodici» poeti erano assai complessi. La risposta fu abile e sincera: «I poeti raramente sono amici, sono gelosi l'uno dell'altro, come belle donne. Noi due ci muoviamo su cammini del tutto diversi...». La replica di Stalin fu un capolavoro di ipocrisia rivoluzionaria, se si pensa al suo comportamento: «Noi, bolscevichi, non rinneghiamo i nostri amici...». Ancora Pasternak: «Le cose sono molto più complesse. Noi siamo semplicemente diversi...». Poi Stalin, con rimprovero: «Perché non si è rivolto a me o alle organizzazioni letterarie? Se un mio amico fosse capitato in una disgrazia, io mi sarei fatto in quattro per aiutarlo». Al che Pasternak con prontezza rispose che quelle organizzazioni da anni non si occupavano di cose simili e che se lui, Pasternak, non se ne fosse interessato di persona, Stalin probabilmente non avrebbe saputo niente. Poi la domanda più pregnante di Stalin: «Ma lui è un maestro (master)? Un maestro?». Al che secondo una versione Pasternak avrebbe risposto che sì era un maestro, ma non era questo il punto e nessuno poteva essere arrestato per i suoi versi, belli o brutti che fossero. Secondo un'altra versione: «Ma che importanza ha questo? Perché parlare sempre di Mandel'&Mac255;stam? È da un pezzo che vorrei incontrarmi con lei e parlare...». Questo colloqui, come quello con Bulgakov e altre forme di rapporto personale che Stalin ebbe con scrittori e artisti (il mandarne a morte molti fu una di queste forme, ma non l'unica), dice quale fosse lo «stile» di comportamento di Stalin, la sua forza di suggestione (per molti di repulsione), come risulta perspicuamente dall'incisiva presenza che la figura di Stalin ebbe nell'opera dei grandi scrittori e poeti russi sopra ricordati: per Mandel'&Mac255;stam, che dopo i micidiali versi antistaliniani ne scrisse altri, con sofferta e complessa autenticità, di sua esaltazione; per Pasternak, il cui atteggiamento verso Stalin fu di straordinaria profondità, fatta di comprensione e rifiuto, fino all'«antirivoluzionario» Dottor &Mac255;Zivago, dove però per un personaggio, Evgraf &Mac255;Zivago, da un critico è stato indicato come prototipo Iosif Stalin; per Bulgakov, nel cui Maestro e Margherita nello Spirito del male sembra echeggiare l'enigmatica figura di Stalin. Questa era l'epoca che fu anche di Mandel'&Mac255;stam, come di altri poeti, da Esenin a Majakovskij, anch'essi «antipodi», uniti però dal suicidio, o come Blok, ucciso (metaforicamente) da quella rivoluzione che aveva presentito e accolto con tragico amor fati, o come Gumilëv, fucilato nei primissimi anni postrivoluzionari, o come la di lui vedova Anna Achmatova, arrivata miracolosamente alla fine naturale della sua lunga vita dopo decenni di emarginazione e persecuzione. Fu un'epoca che si svolse con ferrea logica storica a partire dal 1917, avendo i suoi prodromi negli anni precedenti. La Russia trasformata in Urss (nella sua parte quantitativamente preponderante) allora si spaccò in due: due milioni circa di suoi cittadini emigrarono di propria volontà di fronte alla violenza comunista o dal nuovo potere rivoluzionario furono espulsi (così avvenne per una parte rilevante di intellettuali inviati in perpetuo esilio in Europa occidentale). La parte restante, oltre alle decimazioni ininterrotte, subì un rivolgimento radicale, con la perdita di ogni libertà politica, religiosa, intellettuale, civile. L'entusiasmo rivoluzionario, d'altra parte, ebbe un nuovo temporaneo slancio nel primo decennio sovietico: i «favolosi» anni Venti, estrema prova di creatività, ormai controllata dal nuovo regime, della cultura russa dell'inizio del secolo. La leggenda di questo decennio si affermò ovunque e resiste tuttora come parte del mito della «rivoluzione d'ottobre», ed effettivamente i superstiti scrittori e artisti russi (e di altre nazionalità dell'Urss) diedero prova di una vitalità straordinaria, già segnata però dalla malattia mortale che ben presto avrebbe messo fine alla «festa». E non poteva essere altrimenti, dato il tipo di potere dispotico o, come si dirà poi, totalitario che nell'ottobre del 1917 si era instaurato sulle rovine dell'impero zarista dopo che uccisa dai rivoluzionari bolscevichi era stata la promettente ma debole repubblica democratica russa. Della malattia mortale che minò gli anni Venti e portò organicamente alla loro fine, aprendo una nuova fase in cui era possibile l'episodio «telefonico» sopra riportato (episodio ancora segno di un momento «liberale» del regime di Stalin, poi di ben altro tenore, come si sa, e come sperimentò, tra tanti, Osip Mandel'&Mac255;stam), di questa malattia era ben consapevole l'autrice delle Memorie (Vospominanija) qui pubblicate col titolo L'epoca e i lupi, Nade&Mac255;zda Mandel'&Mac255;stam, vedova dal 1938 di Osip, donna di grande intelligenza e di rara chiarità di visione e comprensione, che col marito aveva attraversato gli anni Venti e ne aveva visto la miseria più che la grandezza, preannuncio di quell'asservimento totale, spesso volontario, che presto avrebbe oppresso tutto e tutti, portando a orrori e stragi senza uguali. La ricchezza di riflessioni di questo libro, e del successivo suo seguito Secondo libro (Vtoraja kniga), è straordinaria e gli riserva un posto unico nella vasta memorialistica russa sul periodo sovietico che spesso mitizza il primo periodo postrivoluzionario e limita la sua critica al cosiddetto «stalinismo» che in realtà è la continuazione logica del comunismo leniniano. Nade&Mac255;zda Mandel'&Mac255;stam si rende conto del «fascino» esercitato su tanta parte degli intellettuali dalla rivoluzione e più tardi dallo stesso Stalin, come abbiamo detto, anche sullo stesso Mandel'&Mac255;stam, e traccia un quadro inesorabilmente lucido di un progressivo accecamento mentale e morale che, del resto, come sappiamo, colpì non solo la Russia, ma anche l'Occidente europeo, comunista e «simpatizzante»: una vera e propria notte calò sull'Europa, resa ancora più tenebrosa dall'altra pestilenza del secolo, quella nazionalsocialista. «In tutto il mondo europeo-cristiano i valori sono stati sconquassati nel corso di molti decenni, anzi di secoli, ma il grado di oltraggio cui sono stati sottoposti da noi è ignoto ovunque. Se si radunassero i nostri spettatori-sciacalli e si mostrasse loro la profanazione dei valori, essi saluterebbero la cosa con urli di gioia. Per interi decenni li hanno abituati proprio a questo tipo di reazione, quando osservavano come si profanavano gli altari, i focolari domestici e i sacri diritti del popolo. Alcuni appoggiavano i profanatori, altri, i migliori dei migliori, si giravano con indifferenza e se ne andavano a casa a tirare a campare. Noi abbiamo meritato un melodramma invece di una tragedia e l'abbiamo avuto con tutti gli ammennicoli espressionistici e pseudorealistici, ma soprattutto con un rovesciamento del tema e dell'eroe: il profanatore dei valori e l'ingiusto giudice che difende il suo diritto al potere e al governo delle masse umane. Nel teatro è arrivata una letteratura che "sempre e ovunque aiuta i capi a tenere sottomessi i soldati e aiuta i giudici a eliminare i condannati"». In questa situazione, delineata da Nade&Mac255;zda Mandel'&Mac255;stam nel Secondo libro, il poeta Osip Mandel'&Mac255;stam percorse il suo cammino verso l'olocausto, martire, ossia testimone di un disastro che mieteva vittime non solo tra le file dei poeti e artisti, ma tra le masse contadine e urbane. Mandel'&Mac255;stam, scrive Nade&Mac255;zda, non era né storico, né filosofo. Non cercava la fondazione dei valori perché in essi mai aveva dubitato. Probabilmente, era consapevole che i concetti di valore e le idee umanistiche sono soltanto «una risultanza del cristianesimo». E ancora: «Ciò che è più essenziale e tragico nella secolarizzazione non è la separazione della Chiesa dallo Stato o della teologia dalla scienza. La secolarizzazione ha toccato l'apogeo quando ha strappato l'umanesimo dal cristianesimo che lo aveva generato. Come risultato di questo atto o, meglio, di questo processo che ha trovato il suo compimento nella prima metà del Ventesimo secolo siamo stati testimoni di una inaudita deumanizzazione degli uomini: del singolo in sé e dei grandi gruppi: la società e lo Stato». Nade&Mac255;zda Mandel'&Mac255;stam continua poi la sua analisi che rende chiaro come per chi, come Osip, aveva sentito la forza universale della grande cultura cristiano-umanistica europea dovevano presto dissiparsi le illusioni che anch'egli, pur sentendosi in un mondo ormai estraneo dopo il rivolgimento d'ottobre, aveva conservato circa una resistenza dei valori umanistici. Iniziava il suo calvario che non era soltanto materiale, ma colpiva la stessa vena poetica e costringeva a un sublime mutismo, spezzato da prorompimenti di una nuova parola poetica, quasi un grido irrazionale e abissale, diverso dal rigore architettonico, misurato, severo, della sua prima poesia. Mandel'&Mac255;stam e Pasternak: due antipodi. Ma in uno stesso spazio, quello di una cultura ormai travolta. Due comportamenti diversi nella catastrofe: convulso e disperato, ascetico ed eroico; votato all'olocausto per Mandel'&Mac255;stam; dapprima sereno e armonioso, poi sempre più intenso e teso, e da ultimo ribelle e doloroso, anch'esso votato al sacrificio, per Pasternak. Due destini convergenti nella loro distanza e differenza iniziale entro la tragedia del loro popolo, il popolo russo della cui cultura entrambi, ebrei cristianizzati, erano e si sentivano figli. Del suo destino Osip Mandel'&Mac255;stam ha avuto una compagna che lo ha condiviso durante la sua vita e che lo ha testimoniato dopo la morte con un'intelligenza pari alla dedizione. Del suo destino Pasternak si è fatto lui stesso testimone nelle autobiografie e in un romanzo che concentra simbolicamente nel protagonista tutti i poeti russi di un'epoca grandiosa e disastrosa: nelle vene di Jurij &Mac255;Zivago scorre anche un po' del sangue di Osip Mandel'&Mac255;stam.

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