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di Stefano Piacciaredda
La figura di Leone XIII viene comunemente associata ad alcune grandi questioni affrontate durante il pontificato, in particolare quella sociale e operaia, quella romana, e quella del difficile reinserimento della Santa Sede nel gioco delle potenze, alle prese con governi anticlericali e non cattolici. Le scelte, le politiche e le strategie adottate da papa Pecci di fronte a tali scenari hanno costituito l'oggetto di questo libro, insieme al tentativo di indagare la recezione di tutto questo fuori dai confini italiani. Com'è ovvio, lungo il quarto di secolo in cui ha presieduto alla vita della Chiesa cattolica, Leone XIII ha affrontato numerosi altri temi rilevanti per la vita dei fedeli. Si è trovato al centro di un importante processo di centralizzazione del governo della Chiesa, avviato dal suo predecessore, e di ricollocazione del ministero petrino nell'ecclesiologia cattolica. Tale processo ha investito la riflessione teologica, ma ha anche modificato le forme di devozione verso il papa, dando vita a una vera e propria "pietà papale". Nel secolo in cui il mondo l'aveva resa straniera in patria, la Chiesa doveva apparire, ed essere, compatta e unita attorno alla sua guida.
Non certo per compilare una rassegna esaustiva delle realizzazioni del pontificato, in conclusione di queste pagine si vuole accennare ad alcuni temi, forse meno studiati, ma che più immediatamente sono stati recepiti dalla cattolicità e che hanno anch'essi rappresentato un lascito di lunga durata, di cui la Chiesa del Novecento avrebbe largamente fatto uso. Mi riferisco anzitutto al tomismo, recuperato e rilanciato in tutta la Chiesa come sistema filosofico e paradigma di conoscenza teologica e della realtà sociale, e in secondo luogo all'incanalamento della religiosità popolare e della spiritualità, intorno a pratiche e devozioni non del tutto nuove, ma che Leone XIII volle definire e precisare dal punto di vista teologico e della pratica liturgica, perché le espressioni della fede divenissero un potente fattore di unità e di coesione. La devozione al papa non costituisce un fenomeno inedito nella storia della Chiesa. Tuttavia, negli anni di Pio IX essa aveva assunto una fisionomia per molti versi nuova, destinata a trovare ulteriore compimento negli anni di papa Pecci. Si trattava di una tendenza importante e di lungo periodo, che il Concilio Vaticano II avrebbe riconsiderato e modificato, ma che fino a quell'appuntamento non avrebbe fatto che confermarsi. Sarebbe semplicistico stabilire un rapporto di causa - effetto tra la perdita del potere temporale e la promozione di forme di devozione verso la sede apostolica, quasi che queste potessero in qualche modo compensare lo spossessamento. Certo è che la conclusione del dominio territoriale, ma soprattutto la virulenza degli attacchi portati alla figura del romano pontefice dai nuovi poteri liberali, lo scontro con la massoneria e l'anticlericalismo, rafforzarono quel filone dell'ecclesiologia teso a ripensare il ruolo e il senso del servizio e della figura del pontefice, alle quali occorreva conferire una importanza e una sacralità maggiori che in passato. La proclamazione dell'infallibilità, contemporanea all'apertura della breccia di Porta Pia, aveva rappresentato l'espressione più eclatante di tale tendenza, e aveva portato un tema squisitamente ecclesiologico sulle prime pagine dei giornali di molti Paesi. Con papa Pecci, il processo continuò. La teologia insistette sulla "romanità della Chiesa". Sempre più i teologi, in particolare i docenti della Gregoriana, sostennero nei loro scritti e insegnarono ai propri allievi che il papato è il nucleo unificatore dell'intera Chiesa e il fondamento della sua unità. La Chiesa è una perché accetta tutta la fede insegnata dal vescovo di Roma; è cattolica perché tutto il mondo ascolta e si riconosce nella voce del suo pontefice; è e può essere apostolica nella misura in cui è unita al successore di Pietro. Del papato venne sottolineato il carattere mistico, così come la funzione di vicario di Cristo in terra esercitata dal papa. Questi costituiva, nell'espressione del teologo tedesco Scheeben (I misteri del cristianesimo, 1941), "la pietra angolare sulla quale la Chiesa si deve edificare, attraverso il legame soprannaturale del pontefice con Cristo e con il suo Spirito, il quale naturalmente deve esercitare la sua autorità per mezzo di un sol rappresentante, di un solo organo". Non si trattava delle speculazioni di taluni. I teologi esprimevano un sentire diffuso, condiviso. Alle loro espressioni corrispondevano l'affetto e la popolarità del papa, la cui figura più che in passato era venerata nel mondo cattolico, chiamato a rinserrarsi attorno al suo centro nel momento della difficoltà, dell'attacco, dello scontro. Tale compattamento si realizzava anche fisicamente attraverso i viaggi e i pellegrinaggi a Roma. Con sempre maggiore intensità i cattolici guardavano al Vaticano di Leone XIII e si recavano nella nuova capitale d'Italia per rendere visita a lui, che, sebbene "prigioniero" si mostrava disponibile a tutti. I pellegrinaggi provenivano da tutta Italia e dall'estero, come quello organizzato da Léon Harmel nel 1891, cui presero parte circa 20 mila operai francesi desiderosi di vedere di persona il "papa dei lavoratori". Grande affluenza Roma registrò in occasione dei giubilei, quello ordinario del 1900, e quelli straordinari, ben quattro, indetti da papa Pecci all'indomani della sua elezione, nel 1879, e in seguito per celebrare gli anniversari della sua ordinazione sacerdotale, nel 1888, episcopale, nel 1893, e infine dell'elezione a pontefice, nel 1902. I cinque giubilei videro una grande partecipazione, testimoniata dalle cronache non prive di stupore dei contemporanei. Un osservatore francese scrisse: «Le feste del giubileo sacerdotale [quello del 1888], si diceva, erano state tali che un simile spettacolo non si sarebbe più rivisto. Esso si ripeté invece in occasione del giubileo episcopale, che forse lo superò in magnificenza ed entusiasmo». Non soltanto i fedeli rendevano omaggio al pontefice a Roma. Durante gli ultimi anni di pontificato molti capi di governo furono ricevuti in udienza da Leone XIII, come il re d'Inghilterra Edoardo VII e l'imperatore tedesco Guglielmo II. Il cardinal Gibbons, arcivescovo di Baltimora, definì il papa "l'uomo più popolare d'Europa". La situazione di crisi permaneva, a causa della questione romana e dei tanti dissidi con la modernità. Ma il prestigio di cui il papa godeva presso l'opinione pubblica non cessava di aumentare. Louis Gilet avrebbe scritto, ricordando gli ultimi anni di pontificato di Leone XIII, che "per coloro che non hanno visto quei giorni, nulla può far immaginare la gloria di quei momenti supremi. Non è possibile immaginare il prestigio che circondava allora l'incomparabile pontefice. Fu quello il momento che non si era più rivisto dal tempo dei grandi papi del Rinascimento" (In Memoriam A.L., 1926). Silvio Tramontin ha notato come "il semplice fatto di trovarsi in molti suscitava grande entusiasmo, si constatava che i cristiani non erano isolati, ma costituivano una folla considerevole che pregava, pensava e agiva allo stesso modo, guidata non solo dai discorsi dei preti ma anche dei laici. I pellegrinaggi dovevano infatti servire a entusiasmare le masse, a mantenere vivi in esse gli ideali, a manifestarli di fronte agli altri". La strategia di promozione dell'immagine, della figura, della persona del papa pagò. In termini di popolarità, di affetto, di vera e propria devozione. Proprio Leone XIII, poi, fu il primo papa a essere fotografato e a vedere la propria immagine pubblicata sulle riviste più diffuse, nonché il primo a essere ripreso con rudimentali mezzi cinematografici: nel 1900 Lee Dougherty realizzò un filmato di successo, Leone XIII in Vaticano. I mezzi moderni cominciavano a garantire visibilità. Come il papa fosse divenuto il riferimento principale dei cattolici è stato ben mostrato da Annibale Zambarbieri, che ha vagliato, negli Archivi Vaticani, le migliaia di lettere, suppliche, messaggi rivolti a Leone XIII dagli interlocutori più diversi, associazioni, circoli, confraternite, fedeli. Il tono e la terminologia con i quali ci si rivolgeva al pontefice esprimono bene i sentimenti e i frutti di tale aumentata devozione, come si comprende dal seguente telegramma, inviato dai cooperatori salesiani riuniti a congresso nel 1895. Leone XIII era appellato "il più dolce dei padri, vicario di Gesù Cristo maestro infallibile della Chiesa pastore dei principi e dei popoli vera stella di Giacobbe in cui si confondono gli splendidi di una fede divina coi fulgori di una sapienza della civiltà le glorie dei secoli passati e i rosei albori di un pacifico avvenire benediteci di nuovo Padre Santo quelle benedizioni che Voi solo possedete imperocché Voi solo riceveste dal Cristo in Pietro la podestà di aprire e chiudere il cielo". Devozione e centralizzazione crescevano in parallelo. Papa Pecci aveva ormai accanto a sé i superiori e le superiore generali di tutte le congregazioni religiose, invitate a stabilire a Roma la propria casa generalizia. Sempre con Leone XIII invalse l'abitudine di inviare un legato pontificio ai grandi congressi e alle manifestazioni cattoliche nazionali e internazionali. Quando ciò avvenne per la prima volta, in occasione del congresso eucaristico di Gerusalemme del 1893, il Segretario di Stato card. Rampolla scrisse agli organizzatori di "circondare il delegato pontificio (card. Langenieux) di tutta la solennità e il prestigio possibili". Leone XIII intervenne poi per chiarire modi, forme e significato di molte devozioni popolari. L'esigenza era quella di "difendere la fede da pericoli e dileggi, e di rispondere al soggettivismo romantico, reazione all'illuminismo cattolico" (Tramontin). Leone XIII promosse infaticabilmente il culto mariano e la pratica del rosario, ai quali dedicò ben nove encicliche e sette lettere apostoliche. Nella Octobri mense, enciclica pubblicata il 22 settembre 1891, si afferma che, "come nessun uomo può andare al Padre se non per mezzo del Figlio, così nessun uomo può giungere a Cristo se non per mezzo della Sua Madre". Il culto mariano e la pratica del rosario conobbero una straordinaria diffusione, insieme a canti, preghiere, devozioni, "alimentati da un bisogno di protezione materna che condusse talvolta i fedeli in un mondo illusorio, lontano dalla realtà concreta" (Tramontin). L'Enciclica Annum sacrum, del 25 maggio 1899, fu invece la prima dedicata esclusivamente al Sacro Cuore di Gesù, al quale, sulle porte del giubileo e del passaggio di secolo, il successivo 31 dicembre, il papa affidò solennemente l'umanità intera. Anche questa devozione crebbe costantemente durante il pontificato. Al Sacro Cuore fu dedicata la Basilica di Montmartre a Parigi, completata nel 1875; sorsero nuove congregazioni religiose dedicate a esso, e un gran numero di individui, famiglie e diocesi vi si consacrarono, fatto che suscitò la moltiplicazione di canti, inni, preghiere e pratiche devozionali. Accanto al culto mariano e a quello del Sacro Cuore, Leone XIII promosse la spiritualità e la pratica eucaristica. Il senso della "visita al santissimo", dell'adorazione, raccomandate dal popolare Sant'Alfonso de' Liguori, rappresentò il tema dei congressi eucaristici. Il primo si tenne nel 1876 ad Avignone, e quelli successivi, internazionali, a Liegi e Friburgo. In Italia, il primo congresso eucaristico nazionale fu organizzato a Napoli nel 1891 e poi a Venezia 1897. Con l'enciclica Mirae caritatis, 28 maggio 1902, Leone XIII collegò il fatto che l'eucaristia fosse stata istituita dal Cristo prima della morte alla raccomandazione del papa, giunto agli ultimi giorni della sua vita terrena, perché i fedeli si accostassero con maggiore frequenza alla comunione, contrastando così un rigorismo di ispirazione giansenista che invece sconsigliava tale pratica. Le devozioni, il culto, la pratica religiosa, dovevano insomma essere popolari, "visibili", celebrati con manifestazioni anche esteriori, partecipati, espressivi e rispondenti al sentimento religioso del popolo. Per questo la pietà venne indirizzata verso un Cristo visibile, nelle due immagini del cuore sacro, misericordioso, che "tanto ha amato gli uomini", e dell'ostia, nella quale adorare Gesù "prigioniero d'amore nel tabernacolo", per citare le espressioni più diffuse; e vennero indirizzate verso Maria, alla quale era dedicato il nuovo santuario di Lourdes, divenuto immediatamente importante meta di pellegrinaggio. Tra i modelli di spiritualità proposti ai fedeli spiccò quello di una giovane francese, Teresa di Lisieux. La sua Storia di un'anima, apparsa nel 1898, a un anno dalla prematura scomparsa della ventiquattrenne carmelitana, conobbe uno straordinario successo e una diffusione capillare. La vicenda colpiva per la "straordinarietà" di un vissuto ordinario. "Non c'era differenza – ha scritto Silvio Tramontin – tra l'entusiasmo religioso di Teresa e quello dei cristiani di allora e dei decenni successivi: piccola via, semplificazione, se vogliamo, della vita religiosa, ma con molte delle devozioni tradizionali e con una buona dose di soggettivismo e sentimentalismo, vecchie eredità del romanticismo". Una lettura interessante di questi fenomeni è quella offerta da Roger Aubert, secondo il quale
il carattere popolare e a volte un po' puerile assunto dalla devozione cattolica contribuì ad allontanare dalla Chiesa un certo numero di intellettuali e di liberali. Tuttavia tale evoluzione fu positiva e benefica, giacché anche se in forme un po' maldestre essa esprimeva la sana reazione del sentimento cristiano contro un tipo di cristianesimo edulcorato, sconfinante quasi nel deismo, del secolo precedente. La pietà cattolica era ormai di nuovo incentrata sul presepe e sulla croce – ma ancora troppo poco, bisogna pur riconoscerlo, sul mistero della Pasqua – e si nutriva sempre più della frequenza ai sacramenti.
IIl pontificato leonino avviò un importante rinnovamento della cultura cattolica, reso possibile da un atteggiamento in parte nuovo nei confronti della ricerca e dei metodi scientifici, e dalla piccola "rivoluzione" degli studi e degli insegnamenti conseguente alla reintroduzione del sistema filosofico e teologico di Tommaso d'Aquino. Marrou ha parlato di "ritorno in forze dei cattolici in campo scientifico", che si sarebbe realizzato negli anni di papa Pecci. Aubert suggerisce di non esagerare la portata di tali affermazioni. Ma di certo, per Leone XIII, l'aggiornamento culturale, l'atteggiamento di ricerca e di avanzamento nella conoscenza, costituivano valori da promuovere. Nel suo primo concistoro egli creò cardinali quattro religiosi dediti esclusivamente agli studi, e precisamente lo storico Hergenröther, il domenicano Zigliara, J. H. Newman, e il fratello Giuseppe. Senza entrare nei particolari, vale a esprimere il senso di incoraggiamento alla ricerca che papa Pecci seppe trasmettere, il colloquio tra quest'ultimo e mons. d'Hulst, rettore dell'Institut catholique di Parigi, i cui metodi di indagine avevano suscitato scandalo e ferma opposizione tra molti ecclesiastici, specie tra i responsabili della Congregazione dell'Indice. Dopo essersi rifiutato di condannare le sue opere, Leone XIII dichiarò a mons. d'Hulst nel 1892 che "vi sono animi inquieti e pessimisti che insistono perché le congregazioni romane si pronuncino su questioni ancora dubbie. Io mi oppongo, li freno, perché non si può impedire agli studiosi di lavorare. Occorre lasciar loro il tempo del dubbio, e anche quello di sbagliare. La verità religiosa non avrà che da guadagnarci". Come è noto, Leone XIII volle, con la enciclica Aeterni Patris, reintrodurre e rilanciare a tutti i livelli della Chiesa cattolica l'opera di San Tommaso d'Aquino. L'enciclica, che data 4 agosto 1879, è la seconda del pontificato. La tempestività di questa scelta mostra come Gioacchino Pecci fosse convinto da tempo della necessità di riportare in auge il sistema filosofico e teologico dell'Aquinate. Già nella sua diocesi aveva incoraggiato gli studi tomistici, inserendosi in una corrente di recupero del grande fautore dell'aristotelismo cristiano che si era avviata in molti ambienti ecclesiali fin dalla prima metà dell'Ottocento. La Aeterni Patris tratta "del modo di condurre gli studi di filosofia" (ivi). La filosofia ha un ruolo importante nella vita di fede: a essa "compete difendere con ogni diligenza le divine verità rivelate, e opporsi a coloro che ardiscono contrastarle. Pertanto torna a gran vanto della filosofia essere considerata baluardo della fede e sicuro bastione della religione". Leone XIII intese sottolineare in tutti i modi come il cristianesimo non chieda alla ragione di abdicare alle proprie facoltà logiche e speculative, che costituiscono al contrario un dono divino all'uomo che deve essere valorizzato e impiegato per raggiungere una più piena conoscenza di Dio. Solo, "la ragione, conscia della propria debolezza, non ardisca aspirare a cose superiori a sé, né osi negare le stesse verità, né misurarle con la propria forza, né interpretarle a capriccio; ma piuttosto le accolga con umile e totale fede". L'intento del papa è evidente: dimostrare come fede e ragione, verità rivelata e conoscenza umana, dato religioso e dato esperienziale, non siano irriducibilmente in contrasto, destinati ad annullarsi i primi con i secondi, ma che anzi sia ben possibile una armoniosa collaborazione tra le due dimensioni, che tuttavia non si trovano sullo stesso piano gerarchico. Per questo risultava preziosa l'opera di colui che nel XIII secolo aveva iniziato a percorrere con risultati tanto soddisfacenti tale strada: «Per la verità, sopra tutti i Dottori Scolastici, emerge come duce e maestro San Tommaso d'Aquino (...). Egli distinse accuratamente, come si conviene, la ragione dalla fede; ma stringendo l'una e l'altra in amichevole consorzio, di ambedue conservò interi i diritti, e intatta la dignità, in modo che la ragione, portata al sommo della sua grandezza sulle ali di San Tommaso, quasi dispera di salire più alto; e la fede difficilmente può ripromettersi dalla ragione aiuti maggiori e più potenti di quelli che ormai ha ottenuto grazie a San Tommaso". Il fatto che, nei secoli, "non sempre né ovunque fosse al medesimo conservato l'onore dovuto", fu, secondo il papa, all'origine di un grave impoverimento della Chiesa. Era giunto il momento di "far penetrare negli animi dei discepoli la dottrina di San Tommaso d'Aquino, mettendo in luce lo spessore e l'eccellenza di essa a preferenza di tutte le altre. Le Accademie da Voi [vescovi] fondate o che si fonderanno la illustrino e la difendano, e se ne valgano per confutare gli errori correnti. Affinché poi non si abbia ad attingere la dottrina supposta invece della genuina, né la corrotta invece della pura, fate in modo che la sapienza di San Tommaso sia prelevata dalle sue proprie fonti". Quello che colpisce è l'insistenza e la tenacia con le quali Leone XIII, durante tutto il pontificato, operò perché queste parole divenissero vita della Chiesa. Nei mesi successivi all'enciclica emanò molti altri documenti "attuativi", e ogni anno non mancò di rivolgersi con lettere e messaggi autorevoli, all'episcopato di un Paese o a un ordine religioso, per promuovere la "conversione" al tomismo, specie laddove si erano registrati problemi o resistenze. Gli atenei pontifici furono riorganizzati, con l'inserimento di esperti del tomismo – molti dei quali di provenienza perugina, e personalità di fiducia del papa – sia nelle cattedre di teologia che in quelle di filosofia, perché fosse divulgato non solo il pensiero filosofico di Tommaso ma anche quello sociale. A tale scopo sorse a Roma l'Accademia di San Tommaso, che promosse lo studio della filosofia in seminario romano, in Lyceo gregoriano, in Urbaniano, aliisque Collegiis secundum mentem et principia Doctoris Angelici. Una commissione fu incaricata di procedere a una riedizione critica di tutte le opere di Tommaso per tornare ai testi originali. Il processo avviato da Gioacchino Pecci ebbe bisogno di tempi lunghi. Fu necessario del tempo perché gli insegnamenti si modificassero e i programmi si adeguassero. La dottrina e il sistema tomista, del resto, non sono semplici, specie se, come Leone XIII chiese di fare, si vuole attingere alle fonti e agli scritti originali, per scrostare dalle aggiunte, dai tagli, dalle semplificazioni, dalle interpretazioni apportate nei secoli, il pensiero di un filosofo duecentesco. In generale, comunque, la novità fu bene accolta. Tra le grandi università cattoliche, Lovanio si distinse per la qualità dei suoi corsi, e divenne il principale centro di irradiazione del neotomismo. Gli insegnamenti dell'ateneo belga catturarono l'interesse di molti laici anche non strettamente legati all'ambito di studi cattolico. Fu un fatto positivo, perché da tempo non si realizzava un confronto tra la filosofia cristiana e ambienti altri, e i cattolici soffrivano nel mondo scientifico di un isolamento, nel quale si trovavano a essere "circondati dal sospetto" e "trattati con indifferenza", come scrisse il protagonista dell'insegnamento neotomista a Lovanio mons. Mercier. Il rinnovamento doveva contribuire a trovare una soluzione al problema cruciale dell'Ottocento: il rapporto tra la Chiesa e la società moderna. L'operazione compiuta da san Tommaso sei secoli prima sembrava ben rispondere alle esigenze del tempo. L'Aquinate infatti aveva posto il sistema aristotelico a fondamento di una nuova base filosofica, nella quale non solo fede e ragione, ma anche scienza e filosofia trovavano armoniosa collocazione. Secondo Aubert "Leone XIII sperava di trovare nel tomismo un modo per reagire all'anarchia intellettuale del suo tempo e ai gravi danni prodotti dall'individualismo dell'animo umano abbandonato a se stesso. (...) Egli vedeva nella ripresa del tomismo un aspetto di "difesa sociale", un antidoto alle dottrine che sovvertivano i valori tradizionali della famiglia, della società e della politica". Inoltre, secondo il grande storico francese,
la filosofia tomistica forniva un contributo essenziale agli sforzi compiuti per dare alla Chiesa la forma di una società perfetta, dotata di strutture statali, e assicurava, grazie alla dottrina del potere indiretto, quel punto d'appoggio necessario alla Santa Sede per ristabilire l'influenza romana in un mondo in via di secolarizzazione. Comunque sia, è in ogni caso certo che il rinnovamento del tomismo si inseriva nel più generale sforzo, condotto dalla Santa Sede a partire dalla metà del XIX secolo, per giungere a un accentramento dottrinale, di cui il concilio Vaticano I era stato una delle tappe principali, ed è possibile concordare con Pietro Scoppola che "ultramontanesimo e restaurazione del tomismo rappresentano in fondo due aspetti di uno stesso indirizzo religioso e si condizionano a vicenda".
Leone XIII si spense il 20 luglio del 1903. Aveva introdotto la Chiesa nel XX secolo, iniziando un processo di rinnovamento e incontro con la modernità, del quale è impossibile tracciare un bilancio sintetico e che non si può rinchiudere in un aggettivo. Il suo pontificato fu lungo e complesso, fedele alla tradizione ma aperto alle istanze del progresso. Di certo, con lui, la condizione della Chiesa di Roma si consolidò. Presente ormai nei cinque continenti, aveva ritrovato vitalità e unità nel confronto con i poteri laici, con i vari Kulturkampf, con sovrani non cattolici, con l'anticlericalismo dei Paesi latini. Leone XIII aveva individuato la strada che conduceva fuori da una lunga stagione grigia. Così si esprimeva, nel 1983, Emile Poulat: «Il papa Leone XIII ha lasciato di sé reputazione di fine diplomatico, ma si è troppo dimenticato ciò che era in lui proprio del "visionario". Qualità, quella del diplomatico e della proiezione visionaria, che raramente vanno insieme, che sono raramente compatibili tra loro. Senza dubbio fu, per altro, la loro riunione che fece del suo pontificato il punto di svolta della lunga storia della Chiesa romana. Termina infatti con lui quella "traversata del deserto" da molti identificata con la "valle della morte" in cui la Chiesa si era sprofondata dopo la rivoluzione francese».

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