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L'errore capitale

Prefazione di Renzo Foa

 

Questo libro di Valentina Meliadò è un'indagine su un episodio importante nella storia della sinistra italiana: il Manifesto dei 101, cioè il pronunciamento di intellettuali militanti del Pci, che contestarono l'appoggio incondizionato dato dal loro partito all'intervento sovietico in Ungheria. I tormenti e le certezze dell'«indimenticabile 1956» sono un argomento già ampiamente esplorato. Da tempo sono noti i verbali delle discussioni avvenute ai vertici del Partito comunista, così come sono conosciuti i carteggi dell'epoca tra Botteghe Oscure e il Cremlino. C'è poi un'abbondante memorialistica, con la spiegazione e il riconoscimento dell'errore compiuto nel non aver capito la natura della rivolta di Budapest. Nel complesso, il giudizio storico è ormai consolidato: Palmiro Togliatti - già dubbioso, anzi ostile per il modo in cui Chruscev aveva impostato la destalinizzazione - restò dalla parte sbagliata della barricata, non compì una scelta analoga a quella di Pietro Nenni, che affrancò il Psi dal filo-sovietismo e contribuì in modo determinante a conservare l'«anomalia italiana» di una sinistra incapace, nella sua componente più importante, di assumere i valori delle socialdemocrazie occidentali.
In questo lavoro ci sono però due novità. La prima è il metodo con cui viene ricostruito il dissenso esploso con il Manifesto dei 101: raccogliendo, anche se a quasi mezzo secolo di distanza dai fatti, le testimonianze dirette dei protagonisti, si propone uno straordinario spaccato su ciò che fu il dibattito politico e culturale in Italia, cioè la battaglia delle idee, anche nell'era definita «delle ideologie», che oggi viene troppo facilmente ridotta a un conflitto militarizzato e senza sfumature. Mentre fu il contrario. La seconda novità è più sostanziosa perché propone un giudizio molto impegnativo: la crisi che il Pci attraversò nel 1956 (e che superò abbastanza rapidamente) non ebbe un epilogo socialdemocratico perché tranne poche eccezioni - penso ad Antonio Giolitti, Eugenio Reale, Luciano Cafagna, Piero Melograni, Carlo Ripa di Meana, Sergio Bertelli e pochi altri - la critica antiburocratica, il rifiuto dello stalinismo e le spinte libertarie espresse in quel momento contribuirono in realtà a formare i presupposti di quell'area culturale da cui, nel decennio successivo, soprattutto grazie alla rottura del 1968, prese forma ciò che è stato a sinistra del Pci. Lo sbocco non fu alla destra del togliattismo.
Valentina Meliadò, una giovane storica, indaga proprio su questo fenomeno, lo spiega e lo fa raccontare a tanti firmatari del Manifesto dei 101. Ci fa anche leggere una straordinaria e iconoclastica testimonianza inedita di Lucio Colletti. Queste pagine ci dicono che non fu solo il legame di ferro con Mosca, ma furono soprattutto l'anticapitalismo e l'utopia, la teoria del socialismo, sia pur tradotte nella chiave della «via italiana», a condizionare l'evoluzione del più forte Pc occidentale e a preservare quell'«anomalia», di cui si continua ancora a pagare il prezzo.

Ci si è chiesti tante volte cosa sarebbe accaduto se, nell'autunno del '56, Togliatti avesse condiviso il rifiuto di Giuseppe Di Vittorio, se avesse criticato la scelta di Chruscev e se il Manifesto dei 101 si fosse tradotto in uno strappo dell'intero Pci. Molto spesso si è giunti alla conclusione che sarebbe cambiata la storia italiana e che quella fu la grande occasione persa. Più convincenti sono invece i dubbi, anche alla luce della storia successiva. Dodici anni dopo, nell'agosto del 1968, Botteghe Oscure, con Luigi Longo segretario, formulò di fronte all'intervento militare sovietico a Praga quelle critiche che erano mancate nel 1956. Difese il «comunismo riformatore» di Dubcek, capì i pericoli della restaurazione brezneviana. Passarono altri undici anni e il Pci, con Enrico Berlinguer segretario, contestò con giudizi ancora più duri l'invasione dell'Afghanistan, avvertì la deriva imperiale e la sostanziale divaricazione fra gli orizzonti del comunismo italiano e le visioni del Pcus. Per non parlare poi della lunga crisi polacca, l'inizio della fine del blocco dell'Est, quando proprio Berlinguer, dopo la prova di forza contro Solidarnosc, giudicò esaurita «la spinta propulsiva» iniziata con la rivoluzione di Lenin. Ebbene, non cambiò nulla. In nessuno di questi passaggi si pensò davvero, all'interno del più forte partito comunista dell'Occidente, che fosse giunta l'ora di una svolta profonda, destinata a rimettere in discussione il proprio dna. Non si verificò neppure un avvicinamento strategico tra il Pci e il Psi. Ci si può dunque chiedere se «l'anomalia» e la sua indistruttibilità dipendano davvero solo dal «mito sovietico» e dall'incompiutezza – dopo quello mancato nel 1956 – degli strappi successivamente attuati con Mosca o, invece, se non derivino sostanzialmente da fattori non riducibili al «rapporto di ferro con l'Urss». In primo luogo dalla fisionomia del partito rifondato da Togliatti nel 1945, dal suo insediamento sociale, dalla sua cultura e da un tratto identitario costituito dall'anticapitalismo nel nome dell'egualitarismo sociale e dall'antioccidentalismo. L'indagine contenuta in queste pagine, per quanto concentrata sul 1956, induce proprio a pensare che il problema fosse aperto in Italia piuttosto che in Unione Sovietica. Il Pci, pur occupando anche lo spazio elettorale che altrove sarebbe andato a una forza socialista o socialdemocratica, non fu mai un partito assimilabile alla socialdemocrazia e non si pose il problema di esserlo.

Gli storici del comunismo italiano hanno concentrato la loro attenzione prevalentemente sulla «dipendenza da Mosca». Dopo il crollo dell'Urss, l'apertura degli archivi sovietici (poi richiusi) ha consentito un'opera di revisione di alcuni miti, costruiti nel dopoguerra. Le ricerche di Victor Zaslavsky hanno confermato, ad esempio, che «la svolta di Salerno» non fu affatto un atto di autonomia, ma una scelta strategica definita fra Stalin, Dimitrov e Togliatti. Per non parlare delle altre voci, a cominciare dai finanziamenti che provenivano dall'Est. In modo speculare gli archivi del Pci hanno mostrato – lo testimoniano i lavori di Silvio Pons – che la consultazione politica e diplomatica fra la leadership di Botteghe Oscure e il Pcus fu sempre intensa, anche nelle fasi di tensione o nel periodo del «lavorio» per mettere in difficoltà le scelte di Berlinguer. In altre parole – questo è un giudizio incontestabile – il cordone ombelicale non venne mai tagliato. E quando lo fu, penso alla crisi polacca del 1981, si manifestò quasi subito l'irresistibile tentazione a ricucirlo. Basti pensare all'idillio con Gorbaciov. Ma è sufficiente questa chiave per spiegare l'«anomalia italiana»? Oppure l'italo-comunismo è stato un fenomeno assai più complesso, sul quale hanno pesato diversi fattori? L'impedimento all'affermazione di una forte socialdemocrazia, come in Germania, o alla nascita di un movimento neo-socialista, come quello mitterrandiano in Francia, va forse cercato soprattutto altrove. Ad esempio, nella tradizione prevalentemente massimalista, quando non rivoluzionaria, che ha segnato fin dall'inizio del Novecento una sinistra in cui il riformismo è stato debole e minoritario. Poi nell'egemonia – se ne è discusso molto – acquisita durante la Resistenza. E ancora nel forte insediamento sociale e culturale che il Pci riuscì a costruire fin dal '45 e poi a sviluppare in continuazione, sia nel lavoro salariato sia in ceti borghesi. Infine non si può ignorare il realismo politico togliattiano, cioè la famosa «doppiezza». L'impedimento all'affermazione di una forte socialdemocrazia nasce più dal «carattere italiano» del Pci e dalla traduzione del «mito sovietico» nell'ideologia temperata e corretta dagli scritti di Gramsci. Il partito di Togliatti e Berlinguer ha saputo resistere a grandi traumi strutturali, come la rivoluzione ungherese o come l'intervento in Cecoslovacchia, così come ha potuto sopravvivere al crollo del Muro di Berlino e all'implosione dell'Urss, trasformandosi in post-comunismo, proprio in virtù di questa sua particolare conformazione. È riuscito perfino a evitare che l'anticomunismo diventasse maggioritario. In nessun altro Paese dell'Europa occidentale è rintracciabile una simile impresa.

Del resto, superata la prima fase della guerra fredda, a partire dalla stagione cruscheviana e via via anche lungo il periodo della restaurazione brezneviana, fu complicato e contraddittorio perfino il rapporto delle socialdemocrazie e delle forze di orientamento cattolico o conservatore con l'Urss e con gli altri Paesi comunisti. Né l'Ostpolitik di Brandt né il neutralismo di Olof Palme furono solo scelte diplomatiche. Il Pci, soprattutto nella stagione di Berlinguer, si trovò in buona compagnia.

Il 1956 ungherese non fu dunque un'«occasione persa» né da Togliatti né dalla classe dirigente che egli allevava e che poi avrebbe governato a lungo il Pci. Forse la storia dell'Europa - e in questo contesto quella della sinistra italiana - sarebbe cambiata se Chruscev avesse deciso di non soffocare la rivoluzione ungherese come invece fece, con il consenso delle leadership comuniste del mondo. Cioè se la destalinizzazione fosse stata condotta fino in fondo, sul piano ideologico e su quello geo-politico. Per il Pci fu semplicemente un errore, consonante con la sua natura e la sua storia, per di più un errore rapidamente e a lungo rimosso.
Alle Botteghe Oscure, solo nel 1986, cioè ben trent'anni dopo, venne affrontato il problema, nel clima creato dall'irruzione di Gorbaciov e dalla rinascita dell'illusione della riformabilità del comunismo. Venne affrontato quasi per caso e, direi, per merito dell'ostinazione di Federigo Argentieri, allora giovane studioso, che della riabilitazione della rivoluzione ungherese aveva fatto una ragione di vita. Si presentò all'Unità con un progetto molto impegnativo che capovolgeva completamente il vecchio e schematico giudizio: sul piano dell'interpretazione storica proponeva di leggere la rivolta non come una contro-rivoluzione restauratrice, ma come un sommovimento popolare, ne individuava realisticamente l'origine nell'intellettualità di sinistra e gli sviluppi nel rifiuto operaio dello stalinismo e giudicava il comportamento di Imre Nagy coerente con quello di un leader politico impegnato a difendere il suo Paese e la sua gente. Argentieri non incontrò dapprima una grande disponibilità, ma non si diede per vinto e insistette. Il risultato fu importante: per la prima volta all'interno del Pci, per quanto in modo tardivo, si riconosceva apertamente l'errore compiuto nel 1956. A farlo, in un'impegnativa e tormentata intervista, fu Alessandro Natta, successore di Berlinguer alla segreteria. Natta era un uomo della vecchia guardia, un intellettuale ligure la cui carriera era iniziata proprio con Togliatti; incontrò una grande difficoltà ad affrontare un passaggio del passato che suonava come una dura critica non solo a se stesso, ma anche ad altri; capì certamente l'utilità politica immediata del gesto che gli venne chiesto di compiere; probabilmente pesò su di lui, che era un galantuomo, soprattutto la necessità di concedere, per quanto valeva dopo tanto tempo, un risarcimento alle vittime dell'errore; e parlò di Nagy con parole dal significato opposto a quelle usate nel '56 e nel '58, quando venne giustiziato. E contribuì in prima persona a sciogliere un grumo storico. Credo che, in quel 1986, il Pci avrebbe potuto tranquillamente evitare di fare quei conti. Nessuno li chiedeva e gli strappi berlingueriani avevano avuto il valore di un'amnistia. Oltretutto, Janos Kadar era ancora un interlocutore privilegiato dei leader occidentali, il suo mite regime non rappresentava certo un problema politico, se non altro rispetto all'acutezza della crisi polacca, che si trascinava, e alla durezza con cui era governata la Cecoslovacchia. Solo più tardi, tra il 1988 e il 1989, ci furono a Parigi e a Budapest le cerimonie pubbliche per ricordare il primo ministro del '56. Quello di Natta non fu quindi uno strappo politico, ma una sofferta riflessione anche autobiografica, un gesto isolato rispetto al comportamento abituale dei leader politici, per i quali di norma gli errori sono sempre commessi da altri.
Con quell'iniziativa, Argentieri dette anche voce a un uomo straordinario, a Miklos Vasarhelyi, che di Nagy era stato il più stretto collaboratore e che aveva per questo patito a lungo il carcere e l'«esilio interno». Per personaggi come lui, costretti al silenzio in patria, penso ai cecoslovacchi e ai polacchi, parlare attraverso l'Unità aveva il sapore della rivincita e suonava come un risarcimento morale. Il suo racconto fu la testimonianza più significativa su una rivoluzione incompresa proprio da chi avrebbe dovuto comprenderla. Oltretutto, Vasarhelyi era rimasto un uomo di sinistra, dopo il '56, dopo il processo, dopo la sua lunga esclusione, dopo l'essere stato trattato da «nemico». Anch'egli rientrava in quella scuola che per semplicità possiamo definire del «comunismo riformatore» e a cui apparteneva anche il Pci. Nella storia, i «comunisti riformatori» hanno incontrato il destino di una doppia sconfitta, in quanto comunisti e in quanto riformatori.

Ecco, la ricerca di Valentina Meliadò, la sua indagine sul Manifesto dei 101 pone proprio questi problemi ormai lontani: il 1956 ungherese fu una tragedia che si consumò in gran parte all'interno dei recinti della sinistra e del comunismo nelle sue diverse varianti. Lo fu a Budapest, dove venne pagato il prezzo più alto. Lo fu a Mosca dove si avvertì il primo contraccolpo al 20° congresso del Pcus. Lo fu in Italia dove lo sbocco del dissenso rispetto alla posizione ufficiale del Pci avvenne essenzialmente a sinistra del togliattismo e dove il revisionismo di Nenni non portò alla nascita di una sinistra socialdemocratica egemone. Fu comunque una tragedia rapidamente metabolizzata nello status quo mondiale. E fu uno dei simboli della debolezza del Novecento europeo.

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