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La tecnologia amica
di Stefano Parisi

Le imprese e la "globalizzazione ecologica"

L'ambiente è una delle grandi priorità del nuovo Millennio. Per l'interesse, le preoccupazioni, le ansie che suscita nell'opinione pubblica. Per i riflessi che ha sulla qualità della vita. Ma anche e soprattutto per le sfide che la globalizzazione impone a tutti i Paesi. A quelli industrializzati dell'Occidente, a quelli emergenti delle aree in via di sviluppo e a quelli - purtroppo numerosi, specie in Africa - che versano ancora in condizioni di grave arretratezza e povertà. Nella società contemporanea, ogni azione - sia compiuta da un Paese, da un'impresa o da un singolo individuo - deve confrontarsi con lo scenario delineato dalla globalizzazione che rappresenta il denominatore comune, il filo che unisce i popoli, gli Stati, le grandi aree economiche del mondo. Oggi non si tratta più di essere favorevoli o contrari alla globalizzazione. Siamo di fronte a un processo storico irreversibile che - come è stato in passato per la rivoluzione industriale - solo utopie regressive possono credere di fermare. La diffusione delle tecnologie e delle conoscenze, la liberalizzazione degli scambi, l'apertura dei mercati, l'abbattimento delle barriere commerciali e amministrative, sono stati il volano dello sviluppo economico e sociale che - sia pure in maniera imperfetta e diseguale - ha investito il mondo.
Questa realtà è stata fotografata anche di recente in uno studio dell'Ocse The world economy. A millennial perspective. Dal 1950 al 1995 - anni che hanno registrato una forte accelerazione del processo di globalizzazione - nei Paesi sviluppati il Pil procapite è aumentato del 210%, la speranza di vita è passata da 66,6 a 74,1 anni e il tasso di alfabetizzazione è salito dal 93% al 98%. Nello stesso periodo, nei Paesi in via di sviluppo la crescita del Pil procapite è stata del 190%, la speranza di vita è arrivata a 61,9 anni (prima era di 40,9) e il tasso di alfabetizzazione ha raggiunto il 70% rispetto all'iniziale 40%. E anche le aree più povere del continente africano hanno segnato progressi: +20% il Pil procapite, da 35,3 a 47,1 anni la speranza di vita, dal 17% al 56% il tasso di alfabetizzazione.
Certamente non sono sufficienti i parametri economici per delineare il livello di civiltà raggiunto da un Paese. Le società poggiano anche su altri valori, altrettanto significativi: la cultura, l'etica, le libertà civili. Ma è un fatto che questi valori si diffondono maggiormente dove maggiore è la crescita economica. E lo sviluppo avvicina i popoli alla democrazia politica. Che la globalizzazione sia un fenomeno di segno positivo, che essa comporti vantaggi e opportunità per tutti, non può quindi essere messo in dubbio. Se una critica può esserle mossa è quella di non essere di per sé in grado di colmare le diseguaglianze tra Paesi ricchi e Paesi poveri, né di riuscire a distribuire le risorse e la ricchezza in maniera omogenea all'interno di uno stesso Paese. La globalizzazione assegna perciò ai Paesi industrializzati una duplice, grande responsabilità. Da un lato essi devono esportare lo sviluppo economico e civile nelle nazioni meno fortunate del mondo. Dall'altro devono rispondere alle esigenze di una società sempre più complessa e in rapido cambiamento che - nonostante la crescita - fa emergere al suo interno diseguaglianze, aree di sofferenza e sacche di disoccupazione. Ciò vuol dire che occorre estendere i vantaggi della globalizzazione a tutti e nel modo più equo possibile. E limitare al massimo le distorsioni che essa può provocare nelle relazioni tra un Paese e l'altro e all'interno dei singoli Paesi. Se il contesto nel quale ci muoviamo è questo, ne deriva che le grandi questioni dell'umanità - povertà, fame, salute, sicurezza alimentare, ambiente - che sono tutte riconducibili all'esigenza di diffondere il benessere e di migliorare la qualità della vita, vanno affrontate e risolte nello scenario della globalizzazione.
Non c'è bisogno di particolari spiegazioni per comprendere che se c'è un tema globale per definizione è proprio quello della politica ambientale. È del tutto evidente che comportamenti ecologicamente dannosi che si verificano in una determinata zona del pianeta hanno riflessi anche sulla restante parte del globo. Per questo oggi l'ambiente è divenuto argomento centrale nel dibattito sulla globalizzazione, un vero e proprio terreno di mobilitazione ideologica. Si discute delle implicazioni che le scelte di politica ambientale hanno - oltre che sulla qualità della vita dei popoli - anche sulla competitività delle imprese e quindi di ogni sistema Paese.
Negli ultimi anni quella cultura che considerava l'ambiente un vincolo e un freno, è andata progressivamente cedendo il passo a una cultura più positiva che vede nell'ambiente un'opportunità di sviluppo. Da una posizione tradizionalmente difensiva, in qualche caso addirittura passiva, si è passati a una visione più propositiva e proattiva. Si è capito che l'ambiente è un valore da difendere e sostenere e che la tutela ambientale, se affrontata correttamente, non solo è compatibile con la crescita delle imprese e con lo sviluppo economico del Paese, ma può costituire un potente fattore di benessere per l'intera società. La strada dello sviluppo sostenibile - che pure raccoglie crescenti consensi - trova però ancora forti condizionamenti sia a livello teorico sia nella sua attuazione pratica. Specialmente nel nostro Paese.
In Italia, l'idea che l'impresa è nemica dell'ambiente, minaccia la sicurezza alimentare, mira a eludere vincoli e normative, non si preoccupa delle conseguenze delle proprie attività, sopravvive ancora. Ciò è favorito anche da informazioni che, prive di controlli sulla loro validità scientifica, creano effetti di disorientamento e innescano accesi dibattiti all'insegna dell'improvvisazione. In questo modo un rischio eventuale diventa un pericolo certo. E si adotta esageratamente il principio di precauzione che, pur in se stesso ragionevole, non può essere però applicato a sproposito.
Se da un lato occorre superare atteggiamenti mentali oscurantisti, dall'altro ciò che deve essere ripensato, in termini di cultura e convincimento dei singoli individui, è lo stesso concetto di sviluppo economico. Non è più possibile teorizzare un qualunque tipo di sviluppo, anche incontrollato, quale unico riferimento per la garanzia del benessere. Occorre ridefinire i criteri di valutazione degli standard della qualità della vita. Solo facendo decollare questo nuovo modo di pensare il benessere, potrà continuare a essere garantita la crescita dell'economia mondiale. Con la conseguente sconfitta di tutti gli atteggiamenti che fondano la propria strategia sulla paura generalizzata e presentano lo sviluppo come un fattore demoniaco. Per la verità, sono ormai anni che si parla di sviluppo sostenibile, inteso come lo sviluppo che risponde alle necessità della generazione presente senza compromettere quelle delle generazioni future. Tuttavia è altrettanto vero che sono mancate e mancano ancora le azioni in grado di tradurre in concreto queste assunzioni teoriche, pienamente condivisibili e di assoluto valore.
In questa situazione di stallo, si assiste spesso alla criminalizzazione dell'attività industriale, indicata come una delle maggiori cause del degrado ambientale globale. A tale proposito - anche se il dibattito ambientale sulle responsabilità dell'industria è stato in gran parte caratterizzato da una retorica di maniera, invece che da una reale ricerca di possibili soluzioni - è importante evidenziare alcuni aspetti fondamentali con cui tutti dobbiamo confrontarci:
o di fronte ai risultati prodotti negli ultimi venti anni da una cultura di governo, comune a molti Paesi, volta, in materia ambientale, a imporre piuttosto che a coinvolgere, è ormai acquisito che è il mercato a dover esercitare il ruolo di spinta propulsiva al cambiamento;
o di fronte alle sollecitazioni sempre più consapevoli dei consumatori e della società non sono più consentiti atteggiamenti elusivi da parte del mondo imprenditoriale. Né è più possibile minimizzare acriticamente i problemi dell'inquinamento dell'ambiente;
o di fronte alla complessità dei problemi ambientali non si può più demandare la ricerca delle soluzioni alle sole istituzioni. Ma occorre che tutte le innovazioni tecnico-scientifiche e gestionali che il settore industriale può mettere in atto siano adeguatamente supportate per consentirne una diffusione che sia la più vasta possibile.
Solo partendo da questi presupposti si potrà concretizzare una strategia di successo. Potranno essere risolti i principali problemi dell'inquinamento senza impedire politiche di sviluppo che coinvolgano Paesi industrializzati e Paesi emergenti, nel pieno rispetto del desiderio di tutti di migliorare i propri standard di qualità della vita. È in questo modo che il fattore ambiente può diventare un prezioso patrimonio di risorse da valorizzare e una fonte di opportunità per lo sviluppo economico e la crescita sociale. In caso contrario, continuerà a prevalere quell'aspetto vincolistico che in Italia, per esempio, ha generato una giungla legislativa e burocratica che soffoca le potenzialità di crescita di chi vorrebbe percorrere la strada di uno sviluppo sano e rispettoso dell'ambiente e della qualità della vita. Questo stesso aspetto vincolistico non riesce peraltro a esercitare alcun controllo sulle azioni criminose nei confronti dell'ambiente.
Impostazioni vincolistiche, come del resto quelle antiglobalizzazione, hanno ricadute negative sia sui Paesi industrializzati, che vedranno sempre più depotenziate le proprie capacità di costruire un concreto percorso di sviluppo sostenibile, sia sui Paesi in via di sviluppo, che vedranno crescere accanto alla povertà anche il proprio livello di degrado ambientale.
Il modello di sviluppo che accomuna i Paesi più poveri è generalmente caratterizzato - in assenza di tecnologie efficienti - da un elevato uso di energia per unità di prodotto. Si registra quindi un ingente utilizzo di materie prime e una grande quantità di emissioni inquinanti nell'atmosfera, nell'acqua, nel suolo. L'elevato impiego di risorse naturali non rinnovabili e il forte impatto ambientale dei processi di industrializzazione comportano il ricorso a tecnologie "non pulite" e "non efficienti". Nei Paesi industrializzati, invece, negli ultimi vent'anni c'è stato uno sviluppo di tecnologie di processo e di prodotto che ha ridotto significativamente l'impatto ambientale. È però ancora scarso il trasferimento di queste tecnologie "più pulite" ai Paesi in via di sviluppo. È su questo versante che è necessario elaborare una strategia a livello internazionale che sia in grado di attivare azioni concrete di sviluppo sostenibile globale.
Occorre superare la logica che si limita esclusivamente a imporre obiettivi quantitativi a specifiche aree geografiche (realizzabilità e costi andrebbero tra l'altro sottoposti a ulteriori analisi tecnico-scientifiche) e che penalizza le potenzialità di trasferimento di innovazioni tecnologiche dai Paesi industrializzati a quelli in via di sviluppo. Per quanto riguarda il protocollo di Kyoto, ad esempio, rimane aperto il problema dell'evidenza scientifica delle cause dell'aumento dell'effetto serra. Nonostante ciò, sembra comunque giusto in questi casi applicare il principio di precauzione.
Oggi è necessario ripensare le politiche ambientali. Se da una parte esse devono mirare a ridurre gli effetti delle attività umane sull'ambiente, dall'altra debbono produrre anche altri vantaggi che ne valorizzino la portata. Per esempio, se si affiancano a politiche restrittive anche strumenti di incentivazione all'innovazione tecnologica e di prodotto, si potrà avere il duplice effetto di migliorare l'ambiente e di promuovere lo sviluppo industriale. A tal fine occorre orientare verso le tecnologie ecocompatibili sia l'offerta delle imprese americane ed europee nei mercati emergenti, sia i flussi dei finanziamenti a favore dei Paesi in via di sviluppo e di quelli dell'Europa centro orientale. Le imprese private devono essere sostenute per sviluppare e diffondere le migliori tecnologie, in tutti i mercati, ai costi minori. L'approccio necessariamente globale ai problemi ambientali determina un complesso lavoro di integrazione tra più interessi e più culture economiche: tra la cultura ancora regolatoria del comando e del controllo dell'Unione europea e la fiducia nel mercato degli Stati Uniti; tra la dimensione nazionale degli obblighi di riduzione e il ruolo globale delle imprese chiamate a rispettare tali obblighi; tra la sovranità nazionale ed europea e la necessità di un'autorità di controllo internazionale "superiore".

Stefano Parisi è direttore generale di Confindustria


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