Non siamo uguali
di Renzo Foa

Da Durban alle dichiarazioni di Prodi: le radici dell'ipocrisia europea
Cosa voleva dire Romano Prodi quando, nel corso della sua visita alla moschea di Bruxelles, ha dichiarato che "siamo uguali, abbiamo gli stessi diritti, la stessa storia e abbiamo dato lo stesso contributo all'umanità. Soprattutto nel Mediterraneo dove il dialogo è fondato sulla pace e la cooperazione"? Forse voleva solo rispondere alle frasi che Silvio Berlusconi aveva appena pronunciato a Berlino e sollevare quel caso politico di cui si discuterà ancora a lungo. Forse intendeva rilanciare, davanti a esponenti del clero e a rappresentanti di Paesi islamici, un segnale diplomatico di disponibilità e di apertura. Guardando però alla sostanza delle parole pronunciate dal presidente della Commissione europea, è stato fin da subito molto difficile sfuggire a una duplice impressione, che il tempo non ha ancora modificato. Di ovvietà, se si trattava dell'enunciazione di un auspicio ma di ipocrisia se, invece, si trattava di un riferimento al mondo come è oggi o, meglio, come si è configurato nell'ultimo mezzo secolo. Restando solo al Mediterraneo e senza scomodare l'unicità della storia, basterebbe chiedersi dove sia l'uguaglianza dei diritti per scoprire che con il politically correct si costruiscono solo grandi castelli di carte, per di più false. Già, perché per rispondere si potrebbero girare a Prodi alcune delle domande pubblicate da uno dei quotidiani europei che pure si sono distinti nella campagna contro il presidente del Consiglio italiano: "Perché il governo egiziano mette in carcere gli omosessuali? Perché si traducono in arabo solo opere revisioniste sull'Olocausto? Perché è divenuto impossibile capire l'Algeria? Perché la libertà di parola nel mondo arabo è la strada più breve per finire in prigione?" (scritto solo tra parentesi, se non fossero uscite su Le Monde sarebbero state considerate domande razziste). O gli si potrebbe consigliare, se non altro come promemoria, la lettura del rapporto annuale di Amnesty International. Ma il vero problema, in questo caso, non è costituito dalla differenza sostanziale tra il reale e la sua rappresentazione. L'uso del falso o, se non si vuole giungere a questo estremo, la fuga nella virtualità, è da sempre uno degli strumenti della politica, soprattutto nei momenti cruciali. Il vero problema sta altrove. Sta nel fatto che queste parole di Romano Prodi sono un esempio della crisi forse più importante di cui è afflitta in questa stagione l'Europa, cioè la crisi della capacità critica di una gran parte delle sue élites. Crisi carica di pericolose conseguenze sul piano culturale e, di riflesso, sul piano politico.
Non distinguere, anche solo nel Mediterraneo, tra il grado del rispetto dei diritti in Paesi - cito a caso - come la Francia, la Libia, Israele, la Siria, Cipro e l'Italia, significa infatti compiere un'operazione rischiosa. Tutto corre il rischio di apparire simile, indifferenti o marginali diventano le diversità e, soprattutto, finisce con il venir relativizzato quel sistema di valori che è allo stesso tempo la forza, il fascino e il merito dell'Occidente - dell'Occidente che conosciamo oggi, quello che si è configurato negli ultimi trent'anni. I trent'anni, ricordiamolo, in cui dopo lo shock petrolifero del 1973 si è corretta la linea dello sviluppo economico. In cui, dopo la sconfitta subita in Vietnam, l'America ha completato il suo processo di democratizzazione anche in rapporto con il resto del mondo. In cui il globo è stato progressivamente rimpicciolito dalla comunicazione, in primis quella elettronica. In cui l'Europa ha compiuto la sua liberazione dagli autoritarismi fascisti superstiti e dal totalitarismo comunista. In cui intere zone del pianeta hanno cominciato a entrare nell'area del benessere. I trent'anni in cui, dopo due guerre mondiali devastatrici, si è consolidato un sistema di valori compiuto, valido per tutti, basato sulla combinazione democrazia politica-tutele sociali-rispetto dei diritti individuali. Un sistema oltretutto in continua trasformazione, capace di cambiare e di autocorreggersi, un sistema - come sappiamo tutti - aperto e non chiuso. Per quale ragione c'è nelle élites europee la tendenza a sottovalutarne le peculiarità, a nasconderne le differenze e a cercare di rendere tutto uniforme? Anche se quelle parole di Romano Prodi venissero spiegate con ragioni di cortesia (o ipocrisia?) diplomatica, il problema comunque non sarebbe risolto. Si tratta infatti di una tendenza molto diffusa, dai molti sintomi. Ad esempio, questa crisi di capacità critica ha delle conseguenze sul piano dell'uso e dell'interpretazione delle parole. In certi casi se ne è perfino smarrito il senso unitario. Certamente non si tratta di un fatto nuovo. Anzi. Basti pensare a come l'idea di Europa sia cambiata in continuazione, assumendo spesso significati non solo diversi ma anche contrapposti. Arthur Koestler giunse a temerne, nel 1942, un rigetto di fronte all'abuso che ne faceva il linguaggio del nazismo… Per citare un caso opposto, basti pensare a come fino al 1989 parole come democrazia e libertà siano state esibite con la stessa intensità, la stessa passione, spesso con la stessa carica fideistica dai due blocchi ideologici in conflitto. Ma, oggi, rispetto al passato, questo fenomeno - la fine di un senso comune del linguaggio - appare molto profondo. Un esempio? La parola terrorista, usata a proposito degli autori dell'attacco dell'11 settembre alle Twin Towers, non solo è negata da quel pezzo di mondo dove si preferisce parlare di "martiri", ma perfino in una zona della cultura occidentale, non necessariamente di sinistra e non solo in frange di estremismo militante cattolico, viene utilizzata in un modo molto diverso dal significato che ha in ogni dizionario occidentale. Non è un caso che l'embargo dell'Onu nei confronti dell'Iraq venga spesso pubblicamente considerato come un atto di terrorismo, di terrorismo di Stato. Un altro esempio? L'Organizzazione delle nazioni unite, l'Onu, la cui sigla è invocata nel momento in cui sono altre istituzioni, ad esempio la Nato, ad affrontare e risolvere un problema internazionale, come è successo prima in Bosnia e poi in Kosovo, ed è misconosciuta quando le sue decisioni vanno nella direzione dell'uso della forza. Ma è sulle parole pace e guerra che, fra le élites europee, è sempre più difficile trovare un linguaggio comune. Esemplare, da questo punto di vista, è la differenza tra la parola guerra e la formula "operazione di polizia internazionale". Proprio grazie a questa formula, l'Italia - presidente del Consiglio era allora Giulio Andreotti - partecipò alla guerra nel Golfo, come tutti la chiamavano e come la si chiama ancora adesso. È un caso che questa differenza si stia riproponendo di nuovo? Non lo è, perché il riproporsi di questo problema, non solo nel linguaggio politico e diplomatico, ma nelle percezioni che finisce con l'avere l'opinione pubblica, mette in luce due fenomeni, collegati fra loro. Il primo fenomeno è costituito dalla fine dell'unicità dell'Occidente. Il secondo è quello dell'Europa che non riesce a ritrovare una propria identità.

L'identità antiamericana dell'Europa
L'11 settembre - questa, a ragione, è una percezione generale - ha cambiato tutto. La scoperta della vulnerabilità americana, un po' come lo scoppio della prima guerra mondiale, ha chiuso una sorta di belle époque e ha posto un problema generale di assunzione di responsabilità. Al momento, solo in Europa si fatica a rompere gli schemi mentali e a immaginare nuovi codici di comportamento. Per citare un esempio, è in Europa che la parola guerra continua a far paura e continua a essere vissuta come una sorta di complesso di colpa. Perché, ad esempio, se ci chiediamo quando sia cominciata la guerra in Kosovo, scatta con grande frequenza un automatismo in virtù del quale emerge una risposta che fa coincidere l'idea del conflitto con l'immagine dell'intervento della Nato? E perché poi, sempre grazie a questo automatismo, all'intervento della Nato è stata ascritta la pace successiva, quella della separazione etnica, così come perfino l'ultima crisi in Macedonia? Perché - un altro caso - questo lungo e spaventoso anno di intifada è stato vissuto soprattutto come l'estrema proiezione di una colpa storica dell'Europa, l'ultimo rimbalzo del problema geopolitico rappresentato da Israele? L'Europa politica - per essere più precisi l'Europa continentale, l'Europa franco-tedesca e l'Europa mediterranea - in queste settimane torna a presentarsi come il lobo paralizzato dell'Occidente. Anche in questo caso, non si tratta di una novità. Mezzo secolo di storia segnalano una ridefinizione sostanzialmente passiva del proprio ruolo. Forse, non poteva che essere così, dopo le devastazioni di due conflitti totali e dopo l'incapacità di liberarsi, con la propria forza, dei totalitarismi. Se pensiamo che il passato sia capace di condizionare il presente, è difficile non ricordare che fra le élites dell'Europa continentale del 1940 il solo De Gaulle ebbe la capacità di reagire all'occupazione nazista e che l'altra grande protagonista della vittoria alleata fu una forza rivelatasi totalmente in contraddizione con il futuro del continente, cioè il comunismo sovietico. E se pensiamo anche al periodo 1945-1989 vediamo che non solo le sinistre - e per sinistre penso ai Pc e alla socialdemocrazia - ma anche i partiti democristiani e conservatori vissero una lunga stagione di attiva coesistenza con il sistema dell'Est, garantiti dal bipolarismo e dal deterrente americano, accettando con realismo la divisione di Yalta come chiave della stabilità planetaria. Al punto che senza il guizzo finale di Helmut Kohl - cioè la riunificazione tedesca in tempi brevi - probabilmente lo stesso processo di Unione politica sarebbe molto più indietro di quanto non lo sia ora. Se questo è il passato, prima della caduta del Muro, non c'è da stupirsi del vuoto di identità di cui si soffre oggi, dopo un decennio di trinceramento nel conservatorismo sociale e di incapacità di reagire, secondo tradizione, ai grandi mali esplosi come bubboni infettivi lungo i suoi confini. L'incapacità di fronteggiare dal punto di vista politico, culturale e militare l'assedio di Sarajevo è stato un momento decisivo della stagione, ormai chiusa, iniziata con la caduta del Muro e conclusasi con l'11 settembre del 2001. Ma non è stato il solo. Perché la difficoltà di reagire ai nazionalismi e ai fondamentalismi, nelle loro forme più aggressive, si è vista ovunque. Ovunque si è vista l'incapacità di distinguere il giusto dall'ingiusto - se non si vogliono usare le categorie del bene e del male - e di assumersi delle responsabilità in prima persona. Viene da chiedersi quanto, in questi anni, abbiano contribuito a determinare l'identità europea una serie di atti come il coinvolgimento della Francia e del Belgio nel genocidio rwandese, come il far finta di niente o, peggio ancora, il mettere sullo stesso piano le vittime e gli assassini della tragedia algerina, come le mani libere lasciate prima a Eltsin e poi a Putin in Cecenia, come il considerare lo scontro israelo-palestinese più in chiave di interesse geopolitico che nella prospettiva di un muro da costruire contro i fondamentalismi. Quanto la presunzione di una supremazia della politica e quindi della mediazione, anche al di là di ogni principio, hanno costituito un alibi per sfuggire alle proprie responsabilità? Non c'è stata una stagione di isolazionismo morale, dietro al quale le sinistre, ma non solo loro, hanno difeso l'idea di un modello superiore, cioè "lo spazio sociale europeo" e i suoi privilegi? Sono domande che sorgono pensando, dopo l'attacco alle Twin Towers, al decennio passato e temendo che chi ha governato in questo periodo l'Europa abbia finito per creare un impianto culturale e politico in cui il tratto identitario è in primo luogo un'idea di Occidente diversa, se non contrapposta a quella del modello americano. Fino a un sostanziale antiamericanismo.

Cosa sarà l'antiamericanismo del futuro?
Nella sindrome del dopo 11 settembre una delle parole-chiave è la rapidità. La rapidità con cui si sono spostate molte frontiere politiche e culturali e con cui è cambiata la percezione del mondo, dei suoi problemi e del suo futuro. La vulnerabilità americana, nei meccanismi del mondo globalizzato, è stata avvertita come un pericolo collettivo, almeno nei Paesi dove l'opinione pubblica conta. Sin qui la risposta è sembrata all'altezza della novità. La costruzione della "grande alleanza" - per quanto carica di incognite e di problemi - ha sostituito la vecchia architettura, che aveva nell'Europa il partner privilegiato. Sta assumendo una forma politica quella visione globale della diplomazia e della cultura politica americana che, del resto, già da tempo non vedeva più nei rapporti inter-atlantici il baricentro di uno schieramento. Se l'America prefigura un nuovo sistema di rapporti con il mondo, cosa sarà l'antiamericanismo del futuro? Parlo dell'antiamericanismo militante, l'antiamericanismo politico, che si esprime nella fascia democratizzata del pianeta e che si contrappone alla globalizzazione. Quello che ha raggiunto il culmine della sua iniziativa a Genova, durante le giornate del G8, e che è riuscito ad aprire un vulnus, a trovare un'ambigua cittadinanza in una parte delle élites della sinistra europea. Si è verificata, dopo Genova, una situazione che ricorda molto il rapporto tra le masse e le loro leadership nei Paesi arabi, con le leadership che mandano nelle piazze le masse radicalizzate e poi le inseguono sul piano politico. La conferenza di Durban sul razzismo è stata, sotto questo punto di vista, una vicenda esemplare, con la diplomazia europea che inseguiva le maggioranze assembleari delle organizzazioni non-governative, con l'immagine di una crisi verticale della credibilità delle Nazioni unite. È stato quello il momento in cui è apparso, in tutta la sua ampiezza, il distacco tra il possibile ruolo di mediazione e di stabilizzazione dell'Onu e l'uso che di quell'assemblea riusciva a fare uno schieramento non rappresentativo della realtà del mondo. Il tutto con il grimaldello dell'antiamericanismo e con una sconfitta della velleità europea di presentarsi come forza di interposizione - si può definire così - tra l'amministrazione Bush e una santa alleanza dei suoi avversari, sinistre occidentali incluse. Poco importa che il disastro di Durban sia stato provocato anche dalla strana delega che, con il passar degli anni, è stata concessa alle organizzazioni non governative, che ha avuto tra i suoi effetti una destatalizzazione della rappresentanza, con la perdita di peso della voce dei governi e con la crescita del ruolo di tanti micro-organismi. Così come, sull'altro versante, quello del no-global, poco importa vedere nell'esplosione del movimento anche un effetto della crisi dell'egemonia di alcune forze della sinistra storica, in particolare quella italiana. Il problema vero riguarda il peso e gli effetti di questi fenomeni. Sarà una coincidenza che un antiamericanismo sotterraneo sia l'unico tratto identitario dell'Europa politica, quella che per anni ha avuto una maggioranza di governi segnata dalle sinistre, e che l'antiamericanismo sia anche il collante delle maggiori mobilitazioni di piazza avvenute in Occidente nell'ultimo decennio? È l'esistenza di questo contesto ad aver ulteriormente appesantito l'impatto politico dell'attacco alle Twin Towers. Cioè ad aver inserito un atto di guerra in un'escalation politica che aveva come bersaglio il sistema di valori che hanno reso, nell'ultima fase della storia, le società occidentali le più ricche, le più libere, le più socialmente tutelate, le più cariche di potenzialità. Con questo sarebbe ingiusto dire perfino che è emersa una contiguità politica oggettiva fra l'antiamericanismo di Durban, l'antiamericanismo di Genova e l'antiamericanismo di Bin Laden. Però sarebbe anche sbagliato non vedere quanti siano stati i soggetti che negli ultimi dieci anni hanno progressivamente costruito un confine politico e culturale che ha isolato l'America, confine che è diventato visibile soprattutto con l'elezione di Bush alla presidenza e con la fine della stagione clintoniana della "terza via".

Una risposta troppo a lungo rinviata.
È stato solo negli ultimi mesi, davanti al dilagare del movimento no-global, che è stato sottolineato un grande paradosso: la crescita sconfinata del potere d'attrazione di una parte del modello americano, cioè la forza della società dei consumi, e il rifiuto dell'altra parte del modello, quella politica. Un paradosso crescente, poiché tanto più la rapidità della globalizzazione ha trasformato l'America in quel bazar dove, dal resto del mondo, è possibile scegliere ciò che attrae di più, quanto più è mancato lo sforzo per rimotivare le ragioni di un'egemonia che la fine del comunismo aveva fatto apparire inarrestabile. Il vero difetto dell'amministrazione Clinton probabilmente è consistito proprio nel non aver visto questa strettoia e nel non aver saputo affrontare questa difficoltà. Vista ora, la stagione dell'"interventismo umanitario" - con la quale si è motivata per quasi un decennio l'assunzione di responsabilità davanti ai singoli punti di crisi - sembra molto monca. Non si è trattato infatti di una strategia unitaria, ma troppo casuale. Ma, soprattutto, è particolarmente visibile il vuoto costituito dalla mancata reazione ai fondamentalismi islamici, sia quelli più strettamente politici sia quelli pienamente approdati al terrorismo. Un vuoto tanto più visibile se è vero che in alcune élites musulmane, esaurite le stagioni del "socialismo arabo" e del nazionalismo, ci si comincia a porre il problema della democrazia e dell'habeas corpus. Se è vero cioè che il conflitto culturale e politico non è solo all'interno dell'Occidente, ma anche all'interno dell'Oriente. Oggi si paga il prezzo della rinuncia a uno sforzo non di colonizzazione politica ma di "contaminazione democratica".
La "grande alleanza" sorta contro il terrorismo, da questo punto di vista, pone molti problemi. Saranno ulteriormente annacquate le differenze nel nome della lotta al nemico comune? Si riprodurrà l'equivoco della seconda guerra mondiale, cioè l'alleanza tra democrazie occidentali e comunismo sovietico? Nel nome di cosa e per cosa si combatte, anzi combattono gli anglo-americani? Sono domande di scenario che non nascondono però che, tra gli effetti dell'attacco alle Twin Towers, c'è un grande appannamento del ruolo europeo.



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