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Islamically correct
di Fiamma Nirenstein

I pregiudizi e le bugie di cui è vittima l'opinione pubblica occidentale

Secondo un ben ponderato calcolo, circa l'ottanta per cento delle moschee in America diffondono o comunque ospitano gruppi in cui il messaggio religioso è un tutt'uno con quello antioccidentale e antisemita; si calcola che su un miliardo e duecento milioni di musulmani quelli direttamente impegnati in organizzazioni fondamentaliste siano più di cento milioni, quasi due volte la popolazione italiana. Si vede, per chi ci vive nel mezzo, come anche chi non sia direttamente mosso da una spinta politica, da un capo a cui ubbidisce, da un'organizzazione, pure può diventarne facilmente preda. Molto vicino alla mia casa di Gerusalemme c'è un grande negozio di frutta e latticini, i cui proprietari sono alcuni fratelli del villaggio di Sharafat, giusto sotto la mia finestra. Oltre a non vendere alcolici, non danno nessun segno al mondo di essere tanto religiosi: non portano neppure la barba, anche se due di loro hanno i baffi. I loro affari, persino in tempi di Intifada, vanno benissimo: il fatto che la loro bottega sia sulla strada che porta al quartiere di Gilo, fa sì che possano fregiarsi di un'ottima clientela ebraica, che mette le mani nelle casse di peperoni, uva, fichi. Questo accade specie nella festa di shabbat, quando gli altri negozi sono chiusi. Uno di loro, chiamiamolo Nadem, mi ha annunciato gloriosamente (siamo amici) che Hamas ha aperto una scuola nel villaggio molto migliore di quella pubblica, che tutti ci mandano i loro bambini, perché è pulita, il cibo è buono, vi si impara bene il Corano. Così sono le infrastrutture del terrorismo: affettuose, nutrienti in un mondo bisognoso di consolazione, di guida e anche di sussidi. Hamas è soprattutto un'organizzazione (nel suo significato intrinseco, al di là di quante infrastrutture caritative possa creare) terrorista. Ma questo è altamente contestabile dal punto di vista di Nadem: Hamas è un gruppo di assistenza fisica e morale e anche una guida politica. Lo è perché questo è nell'aria e nella weltanshaung del mondo musulmano, così come è nell'aria che gli Hezbollah, anche dopo il ritiro di Israele dal Libano continuino nei loro attentati e rapimenti, così come è nell'aria che Arafat, per quanti cessate il fuoco possa dichiarare, non arresti i terroristi dell'integralismo islamico e anzi rinnovi con loro tacite alleanze. Ed è putroppo nell'aria anche che il mondo faccia finta di nulla, che si preoccupi in maniera talora ridicola molto di più dei nostri eventuali sentimenti di discriminazione o di vendetta che di una corretta individuazione del nemico e del modo in cui batterlo.
C'è stata una corsa formidabile a salvare le ragioni dell'Islam, la sua sofferenza sociale, a esaltare in modo stupefacente quelle che un tempo chiamavamo oppressione, dittatura, discriminazione sessista e che adesso improvvisamente travestiamo da "differenze". È una "differenza" terrorizzare gli omosessuali fino al punto che debbano venire dall'Autonomia palestinese a rifugiarsi in Israele? È una "differenza" che i processi durino un'ora e che si concludano con una condanna a morte eseguita davanti a una folla soddisfatta? È una "differenza" che la gente in piazza gioisca (non una minoranza, ma tutti quelli con cui si scambiano due parole, anche i bambini vestiti Nike, anche le ragazze in blue jeans e chador, anche il lavoratore di sessant'anni da sempre nel fatah) per il gigantesco impensabile attentato terrorista negli Usa? Gioisca per l'eccidio di giovani alla discoteca di Tel Aviv? È una "differenza" che gli studenti dell'Università di Bir Zeit, Ramallah, facciano una mostra in cui si ricostruisce l'attentato della Pizzeria Sbarro, quindici morti, per esaltare lo smembramento, il sangue, la rovina? È una "differenza" che quella che dovrebbe essere una delle maggiori autorità religiose del momento, il Mufti della Moschea di Gerusalemme, esalti continuamente il terrorismo suicida contro gli americani e gli ebrei (non gli israeliani, gli ebrei "figli di scimmie e maiali"), che inviti a "ucciderli dovunque si trovino", che indichi alla folla dei credenti la strada del "martirio", ovvero del terrorismo suicida come la strada da indicare ai fanciulli?
Nadem, poiché questa è l'aria che si respira nell'Islam odierno, che come la cristianità ai tempi delle Crociate o della Controriforma attraversa un periodo terribilis, sa molto bene che ai bambini di Sharafat, dentro Gerusalemme, insegneranno la strada dello shahid. Anche ai suoi forse, così allegri e ben collegati alla vita moderna, sempre con la bocca piena di leccornie, destinati a buone scuole. E la scuola di Hamas a Sharafat magari potrà avere conseguenze disastrose sulla sua famiglia, sui suoi cari. Ma accetta di buon grado: perché questo è il politically correct nel mondo islamico di oggi.
Ne possiamo avere un sentore ben più blando e meno di massa pensando ai tempi in cui tirava vento di rivoluzioni in Europa. Ciò che la televisione trasmette continuamente. Ciò che i giornali continuamente commentano, raccontando senza vergogna che l'Occidente avvelena, impoverisce, ruba, incatena, è l'origine di ogni male. Un giornale palestinese scriveva che quando si vedono a mal partito i soldati israliani mandano fuori una soldatessa nuda per confondere gli eroici combattenti palestinesi. Non dimentichiamo che Mohammed Atta, il dirottatore di uno dei Boeing di New York ha lasciato scritto di non fare avvicinare femmine alla sua tomba. Sono leit motiv. Così come i giornali egiziani presentano gli ebrei col naso ricurvo, il missile americano vicino e il sacco di dollari in mano, o quando il Mufti racconta che un fanciullo di quattordici anni è andato da lui a dirgli che fra quattro anni avrebbe compiuto il suo martirio uccidendo tanti ebrei e lui si è tanto commosso dell'eroismo di questo fanciullo. E lo ha incitato sulla via del martirio. Tutto questo in pubblico, in grande, non nel chiuso di una setta islamica particolare, non in un cantina dove si tengono riunioni clandestine.
Oggi l'Islam è aggredito da una tabe dall'integralismo: c'è in tutti i Paesi musulmani, anche moderati e i suoi rapporti con il potere costituto sono una danza di cautele e di reciproche promesse e nascondimenti, fino ai giorni dell'omicidio e dell'eccidio, che spesso arriva, per poi ricominciare come prima. Iraq, Siria e Libano, Libia, che non sono affatto Stati integralisti, sono finanziatori, organizzatori, sostenitori. È l'aria, è il tempo: la convenienza odierna passa per l'Islam estremo, esso garantisce la presa sulle masse, esso fornisce passaggi, alibi, milizie di controllo (come gli Hezbollah, che sono un autentico trait d'union del terrore fra Iran, Siria e Libano, che alla fine ne risulta controllato).
Anche Arafat che si rifiuta di arrestare i terroristi suicidi fa parte di questo nesso in cui l'egemonia è un misto di cultura popolare dell'antioccidentalismo, controllo delle masse tramite una stampa molto estrema, milizie armate e poi, apparentemente liberi, i terroristi stessi, che a loro volta curano i loro interessi e segnalano la loro integrazione con la società civile tramite la loro rete di infrastrutture. Per loro funziona anche il filo diretto con gli Stati confessionali come l'Iran e il Sudan, l'uno il motore ideologico oltre che organizzativo, l'altro il campo d'allenamento; e poi l'Afghanistan in cui il rapporto religione, terrorismo, finanziamenti col traffico di papavero è specializzato al massimo. Basta pensare alla suprema indifferenza con cui i Talebani ascoltarono gli alti lai occidentali per la distruzione dei Budda. Qui di nuovo compimmo l'errore che stiamo compiendo oggi. Per l'Islam estremo, che come dicevamo ha molti nessi col mare in cui nuota, è perfettamente naturale andare fino in fondo a un principio fondamentale, come quello della perfetta coincidenza del potere religioso con quello temporale. Il luogo della religione coincide con quello in cui si giudica, si comanda, si dà la linea politica. Ora, su questa convinzione dottrinale si è depositata una rabbia che rende tritolo la fede.
È l'aria del tempo, come da noi le idee politically correct sono state malattie gravi ed esagerazioni dannose, così oggi l'islamismo ha molta forza sull'Islam. Crea al suo interno la doppia sensazione di vittimismo (dopo 1400 anni di vittoria ci hanno battuto con l'inganno, per sbaglio hanno sgominato l'assedio di Vienna e da allora non hanno pensato che a sfruttarci, colonizzarci, corromperci), e la loro determinazione trionfalista (ma adesso è finita, lo strapotere occidentale è sinonimo di violenza antiaraba, il colonialismo, l'imperialismo sono il loro volto effettivo, e noi li batteremo e torneremo a essere l'Islam trionfante). Così Nadem mi dice quasi affettuosamente, senza ombra di dubbio, come se chiunque dovesse per forza condividere il suo punto di vista, proprio come noi alle volte ripetiamo delle litanie conformiste, che la Palestina ha visto tanti dominatori, sono passati i turchi, sono passati gli inglesi, passeranno anche gli ebrei. Dimenticandosi, oltre al fatto che gli ebrei sono nati qui, anche che i palestinesi non vi hanno mai avuto un focolare istituzionale.
Gli ebrei comunque, il corrente luogo comune per cui gli Usa hanno avuto la colpa di essere troppo filoisraeliani (cosa che proprio alla luce degli eventi attuali dovrebbe essere comunque interamente rimeditata, nel senso dell'importanza della lotta contro il terrorismo per tutti noi) c'entrano poco con l'attuale ondata terroristica se non come parafulmine dell'odio antioccidentale. Persino l'America, comunque, divenne molto tardi l'epitome del male occidentale. L'Islam estremo si è occupato molto più dell'Europa: siamo noi l'origine della corruzione del mondo, dei loro guai. È l'Europa che l'ha sconfitto nel 1683, che lo ha talora soggiogato dopo esserne stata soggiogata, l'Europa che inaugura i costumi perversi che l'Islam ritiene debbano sparire, che colonizza e occupa. La sintetizzazione del pensiero che l'Occidente è nemico dell'Islam e che la jihad è dovere indispensabile nasce due secoli fa circa col wahaabismo, ideologia assai dura, sostenuta fin dall'inizio dai sauditi. E il terrorismo è un'arma dell'Islam estremo dal tempo degli "Assassini", termine che nasce appunto da una setta che, armata di pugnale, senza temere la morte cui andavano incontro nella loro professione di sicario ideologico agli ordini di un "Vecchio della Montagna", operò dall'Undicesimo al Tredicesimo secolo dalla Siria all'Iran. Ma il disprezzo, forma molto specifica di odio, che molto più avanti l'Islam ha dedicato all'Occidente insieme a un feroce, storico antagonismo, deriva dall'innesto con le ideologie che, partorite dall'Europa stessa, ne criticavano con odio la storia e la cultura: è nota la lunga amicizia fra parte del mondo arabo e nazismo; lo è altrettanto, nel corso della guerra fredda, il rapporto di schieramento, di supporto con l'Urss. Da qui, semmai, e certo non dal sostegno americano a Israele, nasce l'antiamericanismo arabo. A Durban, pochi giorni prima della tragedia americana, si poteva vedere senza tema di errore come la criminalizzazione dell'America spaziasse dai costumi, allo schiavismo (di cui gli arabi sono stati maestri), alla globalizzazione: la jihad, forse inconsapevolmente sostenuta da tutte le forze antiglobal era là, un dato di fatto.
Il primo grande colossale atto di jihad, questo è stato l'attacco alle Towers e al Pentagono: e di nuovo torniamo a quella che abbiamo chiamato "l'aria del tempo". Il senso letterale del termine è quello di "sforzarsi, impegnarsi" dalla frase del Corano che parla di "impegnarsi sulla strada di Dio", e può essere interpretato - e lo è certamente da una parte del mondo islamico - come un dovere morale, riferito alla coscienza di sé, al perfezionamento dell'anima. Ma, in generale, leggendo i giornali, sentendo la radio, guardando la tv dei Paesi musulmani, si può affermare con certezza che il senso comune legge la jihad secondo il modo in cui viene descritta, ovvero come una guerra contro gli infedeli e gli apostati. Questa interpretazione è per altro sostenuta dal fatto che poiché la jihad è un obbligo religioso i suoi dettagli sono trattati nella sharia, la legge, che discute dettagliatamente particolari guerreschi, prigionieri, trattative, apertura e conclusione delle ostilità. L'aria del tempo suggerisce che oggi si intende per jihad, anche se i teologi hanno tutto il diritto di obiettare, una ben concreta jihad aperta, come dice Bin Laden fatta per "uccidere gli americani e i loro alleati, civili e militari, come dovere individuale di ciascun musulmano". E mentre comunque la jihad è nel Corano, e quindi il politically correct attuale nel mondo islamico si limita a esaltarla, non altrettanto si può dire per il suicidio, che invece è proibito, mentre il martirio è esaltato. Ovvero: l'attuale offensiva ha portato con sé una invenzione teologica, quella della santità del martire suicida, che può essere, se qualcuno lo vuole usare all'interno del mondo musulmano, come un grimaldello nel senso comune.
Perché la domanda è: può questa spirale ideologica-terrorista interrompersi senza l'uso della forza? Potrebbe, se la tv, i giornali, i messaggi delle moschee, i discorsi dei leader, i libri di scuola non convogliassero l'irrinunciabile messaggio che ogni Paese autoritario, e nell'Islam non ve ne sono di altro tipo, è costretto a mandare per salvaguardare il proprio potere. Questo messaggio, compendio delle lotte di religione, Bernard Lewis lo riassume brillantemente così: "Io ho ragione tu hai torto, vai all'Inferno".

Fiamma Nirenstein è giornalista e saggista







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