![]() | Il Grande Tribunale Impossibile di Vincenzo Caianiello Nonostante il processo a Milosevic, resta difficile perseguire i crimini contro l'umanità Molti di coloro che hanno assistito con attenzione alle generose manifestazioni che si sono svolte due anni fa in Italia, prima (soprattutto a iniziativa del Movimento "non c'è pace senza giustizia"), durante e dopo la conferenza di Roma del 1999 in cui è stato siglato il Trattato per la istituzione di un Tribunale internazionale per la punizione dei crimini contro l'umanità, pur condividendo la nobiltà dell'iniziativa, si sono posti lo stesso interrogativo che si posero anche persone non sospettabili di simpatia per il nazismo in occasione del processo di Norimberga: un Tribunale che giudichi in nome di chi? Un interrogativo che ne fa scaturire altri, come: a) quello sulla possibilità che l'istituendo Tribunale possa assicurare davvero ai popoli una "giustizia uguale per tutti", almeno tendenzialmente come è per gli ordinamenti giudiziari degli Stati nazionali; b) se le pene da irrogarsi possano avere il carattere della effettività o assolvere a un ruolo meramente esemplare; c) se sia chiara la funzione delle pene così irrogate, perché sarebbe stato ridicolo pensare che quella funzione (come alcuni ancora ritengono in Italia distorcendo il vero significato dell'art. 27 della Costituzione chiarito anche dalla Corte costituzionale) possa restringersi alla sola emenda e non essere considerata congiuntamente come retribuzione, riparazione, prevenzione generale e speciale; d) sui contraccolpi che verrebbero a crearsi all'interno degli Stati di appartenenza dei soggetti imputati e condannati dal Tribunale internazionale, soprattutto sul piano della pacificazione interna. In nome di chi, è dunque il primo interrogativo, cui, come per Norimberga, i fautori di questi Tribunali rispondono: "dell'Umanità". Un concetto, questo, che certamente le Società moderne hanno ereditato dagli influssi giusnaturalistici che nel Settecento permearono le Dichiarazioni dei diritti nelle Rivoluzioni americana e francese che, facendo un passo ulteriore rispetto al Bill of rights inglese del 1689, vollero assumere il carattere della universalità specie nell'Assemblea francese, nella quale più fortemente sembrò aleggiare quello spirito. Ma è proprio il carattere universale dell'idea di Umanità e le tuttora non ingiustificate resistenze degli ordinamenti statuali a recepire concezioni giusnaturalistiche che affondino le proprie radici in fonti diverse da quelle del loro diritto, a rendere difficile l'ancoraggio di una giustizia diversa da quella statuale a un'entità giuridicamente costituita altrove. Se è vero che non vi è "pace senza giustizia", è pur vero che il diritto non è solo "giustizia", intesa non nel senso astratto di bonum et aequum, bensì nel senso di istituzione giudiziaria composta di organi destinati ad applicare il diritto al caso concreto. In altri termini, quel che ci si chiede è se nel mondo attuale, che con tutta la buona volontà ha scarsissime possibilità di vedere un diritto disancorato da una sovranità che ne assicuri l'effettività, è possibile immaginare una istituzione giudiziaria "autoreferente" - priva alle spalle di una stabile organizzazione politica istituzionalizzata, (e tale certo non può considerarsi "l'Umanità" nel suo insieme) sede e fonte del diritto che essa dovrebbe applicare - che giudichi in nome di un diritto universale di cui essa sia unica depositaria? Né per rispondere positivamente a questo interrogativo sarebbe possibile fare riferimento ai giudici di common law perché anch'essi, alla pari di quelli degli ordinamenti di civil law, non si reputano autoreferenti, in quanto concettualmente quello che applicano non è un diritto "originario", da essi stessi creato, ma è pur sempre il diritto dell'ordinamento statuale sovrano cui appartengono e che essi traggono dalle consuetudini esistenti nel corpo sociale il cui comune sentire essi ritengono di interpretare. È difficile perciò immaginare "l'umanità" come un ordinamento giuridico originario, nel senso comunemente inteso, dal quale una Corte di giustizia tragga la propria legittimazione in modo da emanare condanne dotate di quella "effettività", che è presupposto indefettibile perché si abbia una "giustizia uguale per tutti". Come è noto a tutti, dal punto di vista giuridico l'ordinamento internazionale è un ordinamento paritario e per questa sua caratteristica esso non possiede istituzioni sovrane che possano autoritativamente, come è negli ordinamenti statuali, assicurare l'effettività del diritto internazionale. Sul piano strettamente giuridico, perciò, la risposta possibile è che i Tribunali così costituiti giudichino in nome degli Stati che, sottoscrivendo i Trattati, hanno dato loro vita. Orbene, al di là delle norme consuetudinarie che non vengono in evidenza nel caso delle Corti di giustizia, l'unico diritto che le Corti internazionali appositamente costituite possono applicare e che può fornire loro la legittimazione a emettere condanne che riguardino direttamente i cittadini degli Stati sovrani, è dunque quello di fonte pattizia, un diritto che però per la sua attuazione richiede pur sempre la collaborazione degli Stati che abbiano dato vita all'accordo. Ogni altro tentativo anche nobile, per forzare nel mondo contemporaneo questa realtà, è destinato al naufragio. Tutto questo fa dunque apparire velleitaria l'idea di una giustizia internazionale destinata a punire i crimini contro l'umanità, "uguale per tutti" di fronte all'Umanità intera perché, alla stregua del diritto internazionale, essa non potrebbe mai riguardare gli Stati che non abbiano aderito all'accordo istitutivo del Tribunale penale internazionale. Inoltre, senza la collaborazione dello Stato di cui sia cittadino il soggetto imputato o condannato dal Tribunale internazionale, il rischio è che la condanna rimanga un mero flatus vocis. Mancano difatti, nell'ordinamento internazionale, istituzioni autoritative che possano coattivamente attuare le condanne o comunque gli ordini di quei Tribunali, potendo ricorrere agli strumenti sanzionatori offerti agli Stati sovrani per far rispettare dagli altri Stati, loro pariordinati, le norme pattizie comunemente sottoscritte. È dunque poco quello che, sul piano della effettività, ci si può attendere da una giustizia internazionale così concepita, anche se è indubbio il ruolo "ideale" e simbolico che comunque le sue sentenze possono assolvere in un mondo dilaniato da crimini feroci di genocidio, di razzismo, di terrorismo. Non possiamo perciò rinunziare al ruolo, pur così ridotto, che ci si può attendere da questo tipo di giustizia, anche se sappiamo che essa neppure tendenzialmente può considerarsi "uguale per tutti". L'esempio dei Tribunali ad hoc dell'Onu per i genocidi commessi in Ruanda e nella ex Jugoslavia, ci sembrano illuminanti al riguardo. Dispiace che il Tribunale per il Ruanda abbia difficoltà a funzionare e che quindi feroci criminali africani non vengano condannati; possiamo compiacerci che sia stato condannato a una dura pena detentiva il generale Krstic; che siano stati incriminati, nonostante le loro difese "negazioniste", Mladic e Milosevic. Ma questo non sarebbe stato possibile se non vi fossero state le forti pressioni (sembra principalmente economiche) del mondo occidentale, e specie degli Usa, che, per fortuna di tutti, dopo la sconfitta militare, hanno condotto il regime di Milosevic alla sconfitta politica. Tanti altri crimini si commettono oggi nel mondo, contro l'umanità, nel cui nome si dice che le Corti penali internazionali agirebbero. Ma questi crimini sono sotto gli occhi di tutti e costituiscono esempio duraturo che cose del genere sono destinate a rimanere impunite di fronte all'esigenza di mantenimento degli equilibri fra gli Stati. E così dovremo contentarci di continuare soltanto a chiederci se le repressioni di Putin in Cecenia siano giustificate dall'esigenza di mantenimento dell'integrità della Repubblica russa o siano disumani genocidi per reprimere il diritto alla autodeterminazione di un popolo oppresso. Se già esistesse il Tribunale penale internazionale previsto dal Trattato di Roma del 1999 e se a quel Trattato avessero già aderito sia la Russia che gli Stati Uniti, si può immaginare che sarebbe stato possibile giudicare con serenità i responsabili di queste cose? E avrebbe quel Tribunale la forza e la volontà, e con quali concrete prospettive, di perseguire i governi dei Paesi che hanno ospitato e agevolato i responsabili dell'attacco portato al mondo civile con il massacro delle torri gemelle di New York (un attacco sorprendentemente concomitamte con l'odio razzista seminato alla conferenza di Durban) senza andare incontro alle sicure vendette dell'intolleranza islamica? O c'è da pensare che quel Tribunale sarebbe lo strumento di cui si servirebbe una parte del mondo, sia pure a scopo esclusivamente declamatorio, per cercare di portare sul banco degli imputati il Satana statunitense che, agli occhi di tanti europei che non hanno dimenticato, fu pur sempre l'Angelo che ci liberò dalla barbarie nazista? Finché queste domande rimarranno senza risposta, in molti si dubiterà che questo tipo di Tribunali possano avere un futuro se non per ripetere l'esempio di Norimberga che fu un processo dei vincitori contro i vinti, e che avrebbe avuto un omologo rovesciato se l'America fosse stata sconfitta: con Truman sul banco degli imputati per aver ordinato di sganciare le bombe direttamente su Hiroshima e Nagasaki, senza neppure tentare prima una prova dimostrativa che non sacrificasse tante vite umane. Non dimentichiamo poi che, dopo la conclusione del processo di Norimberga contro i "grandi" gerarchi del nazismo, erano in corso le indagini per incriminare i responsabili minori (ma non meno crudeli) di quei crimini, quando scoppiò la guerra fredda per cui, sia gli americani che i russi capirono che a nessuno conveniva di inimicarsi i tedeschi, e quel Tribunale chiuse i battenti. E del resto, siamo proprio sicuri che se fosse esistito un Tribunale penale internazionale competente a processare Pinochet, il processo che si sarebbe celebrato contro di lui non avrebbe riacceso gli animi e fatto cessare l'altro processo, quello di pacificazione interna del Cile ormai concluso, in omaggio al principio fiat justitia et pereat mundus? La maggioranza di noi europei avremmo optato per questa soluzione, ma cosa avrebbero pensato i cileni che avevano da tempo archiviato, guardando al domani, la loro tragedia? Non è poi del tutto peregrina l'idea che il Tribunale, legittimandosi in nome di una indistinta umanità, finirebbe con l'essere inevitabilmente autoreferente dato che non si innesterebbe in un ordinamento giuridico, inteso nel suo significato genuino di organizzazione politica di un corpo sociale che si esprime in una pluralità di istituzioni stabili. In questa prospettiva chi ci preserverebbe dal rischio che esso possa trasformarsi in una sorta di conferenza di Durban permanente al servizio di una certa parte del mondo? Vincenzo Caianiello è presidente emerito della Corte Costituzionale ^ top | |