![]() | Contro la paura di Sergio Belardinelli Le tesi di Hans Jonas hanno prodotto cattive utopie: è ora di smentirle In un certo periodo della nostra vita accade quasi sempre che soffitte, cantine e sottoscala siano luoghi abitati dall'uomo nero; luoghi dove, per vincere la paura, si entra fischiettando o parlando da soli ad alta voce. E solo con il passare degli anni impariamo a riderci sopra. Accade anche che si abbia paura che il compagno di giochi ci chieda di andare in bicicletta senza mani, come sa far lui, e che, per evitare figuracce, si trascorrano interi pomeriggi nel cortile di casa, finché non si è imparato, mantenendo viva negli anni la grande soddisfazione per esserci riusciti. Sono due paure che possono manifestarsi con la stessa intensità, ma assai diverse l'una dall'altra. La prima non ha un oggetto vero e proprio; ci si appiccica addosso in modo quasi paralizzante e sentiamo di non poterci far nulla: scomparirà soltanto una volta che saremo fuori della soffitta. La seconda invece ha un oggetto preciso e sappiamo benissimo che per farla scomparire non dobbiamo far altro che imparare ad andare in bicicletta senza mani. Naturalmente la fenomenologia della paura è molto più complessa di quanto questi esempi lascino intendere. Può accadere, infatti, che la paura che il nostro compagno di giochi si accorga che non sappiamo andare in bicicletta senza mani si accompagni a una paura ancora più grande di fronte all'idea di lasciare il manubrio. In questo caso non abbiamo scampo; possiamo soltanto escogitare espedienti affinché nessuno se ne accorga. Può anche accadere tuttavia che proprio la paura di fare figuracce sia talmente grande da spingerci a fare di tutto pur di vincere la paura di andare in bicicletta senza mani. E si potrebbe continuare. In ogni caso quale insegnamento possiamo trarre da questi esempi? Anzitutto questo: la paura, quali che siano il suo oggetto o i suoi oggetti, appartiene all'equipaggiamento biologico dell'uomo. Al pari del dolore, il quale segnala una disfunzione o una ferita del nostro organismo, la paura segnala ciò che ci minaccia; essa rappresenta sempre una sorta di appello alla nostra intelligenza a tirarci fuori da determinate situazioni. A questo proposito l'esperienza ci insegna che una minaccia ci appare più o meno grave a seconda della capacità che abbiamo di padroneggiarla. Più ci sentiamo impotenti e più abbiamo paura; più abbiamo paura e più diventiamo impotenti, in un vortice sempre più paralizzante. La paura infatti è, sì, un campanello d'allarme per la nostra intelligenza, ma, di per sé, non ci dice nulla su come certe situazioni andrebbero padroneggiate. Come ben sappiamo, essa tende piuttosto a inibire le nostre capacità; tanto è vero che il primo insegnamento che la nostra intelligenza trae dalla paura è che è difficile agire in modo intelligente quando si è impauriti. La paura ci mette sul chi va là; e se diciamo che esistono paure intelligenti e paure stupide, paure infantili e paure che sarebbe stupido non avere, è perché siamo convinti che, quando abbiamo paura, dobbiamo anzitutto fare i conti con la realtà, ossia con ciò che concretamente ci minaccia. Per fare un esempio, la paura dell'uomo nero può non essere meno intensa della paura che abbiamo per le conseguenze di una nostra azione, eppure, non appena le commisuriamo alla realtà, sentiamo che sono due paure diverse. La realtà è il vero banco di prova delle nostre paure. Proprio per questo diciamo che esistono paure reali e paure immaginarie, rimedi reali e rimedi immaginari. Voler esorcizzare, poniamo, la paura della morte andando tutti i giorni dal medico equivale un po' a fischiettare in soffitta per paura dell'uomo nero. Fatta questa lunga premessa, bisogna tuttavia riconoscere che qualche volta può essere la stessa complessità del reale a rendere difficile stabilire se una paura o un rimedio possono considerarsi giustificati. È il caso della paura crescente nei riguardi delle conseguenze ecologiche di un certo sviluppo scientifico-tecnico-industriale delle nostre società e delle nuove sfide etiche, tecniche e politiche che esso porta con sé. Hans Jonas, l'autore di uno dei libri più importanti sull'argomento, pubblicato nel 1979 con il titolo Das Prinzip Verantwortung (Il principio responsabilità), sosteneva che si dovesse rispondere al potere sempre più minaccioso della tecnica sulla natura e sugli uomini con una vera e propria "euristica della paura", che riuscisse a porre dei limiti, secondo quello che sarebbe dovuto diventare il nuovo imperativo categorico della nostra civiltà: "Agisci in modo che le conseguenze del tuo agire siano compatibili con la sopravvivenza futura di una vita degna dell'uomo". In poche parole, allorché si tratta di soppesare le prospettive nefaste e quelle favorevoli di un determinato sviluppo, si deve attribuire alle prospettive nefaste un peso maggiore, poiché l'uomo può vivere ugualmente anche senza i vantaggi di tale sviluppo, ma potrebbe perire per via delle sue conseguenze deleterie. Per sapere in che cosa consiste il nostro bene, è dunque molto meglio affidarci alle nostre paure che ai nostri desideri. E la paura ci dice oggi che dobbiamo limitare l'uso del nostro sapere e tenere bassi i nostri obbiettivi e le nostre aspirazioni. Questo è un po' il succo del discorso di Jonas. Si tratta in effetti di un discorso molto importante che ha avuto, tra gli altri, il merito indiscusso di rimettere al centro della discussione filosofica il problema del limite. Se però guardiamo all'uso prevalente che ne viene fatto in certi settori della nostra cultura, c'è da dubitare seriamente che tale principio possa produrre qualcosa di buono. Jonas, per fare un esempio, era pur sempre consapevole del fatto che, nell'ambito del suo sofisticato tentativo di porre il futuro al centro di una nuova etica per la civiltà tecnologica, l'"euristica della paura" non potesse rappresentare "l'ultima parola", e che in ultimo dovesse essere la nostra conoscenza della realtà a guidare le nostre scelte. Mi sembra invece che oggi il suo principio venga preso troppo alla lettera. Anziché nell'ottica della "conciliazione" tra le istanze della società tecnico-industriale e quelle dell'ecologia, esso viene giocato spesso nell'ottica della contrapposizione; si assumono cioè i "pericoli possibili" connessi alle nostre scelte come se fossero "pericoli reali" e si fa leva sulla paura per impedire qualsiasi scelta della quale non si possa garantire l'assoluta sicurezza. Chi ha paura pretende di aver ragione per il semplice fatto di aver paura. Succede così che l'ottimismo ingiustificato di ieri, la pretesa di realizzare il paradiso su questa terra, sembra aver lasciato il posto a un pessimismo ugualmente ingiustificato, secondo il quale la terra si appresterebbe a diventare una landa desolata. Unico elemento rimasto invariato, l'ostilità nei riguardi del cosiddetto "sistema capitalistico" occidentale. E questo senza rendersi conto del vero pericolo che stiamo correndo: quello di trasformare il mondo in una grande soffitta abitata dall'uomo nero; di rimanere cioè come paralizzati dalla paura e dall'incertezza, sempre più incapaci di reagire in modo razionale sia di fronte ai pericoli "reali" che a quelli "possibili" e quindi di lasciare che le cose si facciano da sole. Non ci vuole molto a capire che una società altamente industrializzata, quale è la nostra, che negasse l'importanza di certe istanze ecologiche, prima o poi distruggerebbe se stessa; così come una cultura ecologica incapace di accettare i vincoli della società industriale si ridurrebbe semplicemente a una cattiva utopia. Se dunque è ingiustificata la fiducia di coloro che ritengono che tutto sia tecnologicamente realizzabile, senza alcun riguardo ai pericoli che tale realizzazione potrebbe portare con sé, poiché tanto la tecnica saprà comunque rimediare agli eventuali danni prodotti dal suo sviluppo, è altrettanto ingiustificata la posizione di coloro che, di fronte a un pericolo "possibile", non sentono ragioni e, forti soltanto della paura, vogliono impedire che si corrano rischi. La cosa può anche non piacerci, ma è la nostra stessa vita che è rischiosa. Meglio attrezzarci dunque a convivere con un'incertezza condivisa e magari "controllabile", che tener dietro a sicurezze impossibili. Per una serie di motivi, che in questa sede possiamo soltanto accennare, si tratta di un compito molto difficile. Da un punto di vista filosofico, possiamo dire che il nostro potere crescente sulla natura e sulle contingenze della vita sociale e individuale ci ha prima illusi di poter tenere tutto sotto controllo e poi delusi di fronte a un'incertezza e a una finitezza persistenti, che però, a differenza di ieri, non riusciamo più ad accettare. Mai come oggi abbiamo parlato tanto di libertà e di rischi, e mai come oggi, a tutti i livelli, abbiamo tanto desiderato la sicurezza. L'idea che prima o poi la nostra vita finirà e che l'entropia consumerà la stessa vita dell'universo ci è sempre più insopportabile. Per paura tendiamo come a rimuoverla. Ma proprio la paura potrebbe rendere più difficile quello che, da sempre, è forse il nostro compito più importante: usare la ragione, non per eliminare o per accelerare la fine, ma semplicemente per procrastinarla. Le cose non stanno meglio, allorché le osserviamo da un punto di vista sociologico. Come è stato mostrato in modo esemplare da Niklas Luhmann, il fatto che la maggior parte dei pericoli dipenda oggi da decisioni umane produce nella società pericolose fratture tra i "decisori" e coloro che sono destinati a subire gli effetti di una data decisione. Nelle società del passato il pericolo di un terremoto o di un'invasione nemica rappresentava in genere un elemento di coesione sociale; oggi accade il contrario. Di fronte a un qualsiasi pericolo siamo portati immediatamente a imputarlo a qualcuno. Di chi è la colpa? Chi ha deciso la tal cosa? La nostra società sembra attraversata da una sorta di "doppia morale": quando decidiamo di fumare una sigaretta o di effettuare un sorpasso pericoloso dimostriamo chiaramente di essere disposti a correre dei rischi, ma ci arrabbiamo facilmente se qualcuno fuma nella nostra stanza o ci sorpassa pericolosamente in autostrada. Soprattutto, in quanto cittadini, in quanto membri di una collettività, siamo sempre più insofferenti nei riguardi dei pericoli che scaturiscono dalle decisioni politiche. Per farla breve, accettiamo volentieri i rischi che scaturiscono dalle nostre decisioni, ma non accettiamo quelli che scaturiscono dalle decisioni altrui. Si tratta di un problema molto serio, dietro al quale si intravedono i tratti della profonda crisi che attanaglia la civiltà occidentale. Accantonata poco a poco l'idea di una ragione capace di fare i conti con la realtà, di interrogarne il senso, di interrogarsi sul bene del singolo individuo e della comunità, con la fiducia di poter conseguire una conoscenza adeguata della realtà e di poter giustificare norme di comportamento individuale e sociale condivisibili, ci siamo affidati sempre più a una ragione "calcolante", "strumentale", certamente potente, ma sempre più incapace di fare i conti col senso della nostra vita individuale e sociale. Il risultato è che ci ritroviamo potentissimi, ma ciechi, chiusi ciascuno nella nostra monade individuale e sempre più in preda alle nostre paure. Dovremmo dedurre la razionalità delle nostre scelte calcolando e confrontando la grandezza di un possibile danno con la probabilità che esso si verifichi, ma, paradossalmente, sono proprio i nostri "calcoli" che non ci convincono più. Per quanto siano ragionevoli, non è detto infatti che essi vengano accettati da tutti, specialmente quando sono in gioco possibili catastrofi. L'esperienza dimostra anzi che ognuno sembra in grado di manipolare a proprio vantaggio i dati relativi ai calcoli dei rischi e dei benefici di una determinata scelta. Se poi aggiungiamo il discredito morale che solitamente viene gettato a piene mani su coloro che, in materie rischiose, hanno opinioni diverse dalle nostre, ecco che il quadro acquista contorni addirittura inquietanti. Per fare un esempio di questi giorni, chi ha paura di avere nelle vicinanze un campo coltivato con sementi geneticamente modificate difficilmente si lascerà tranquillizzare dai benefici che se ne potrebbero trarre né dagli argomenti di chi cerca di dimostrare che i rischi a esso connessi sono inferiori a quelli che corriamo ogni giorno attraversando la strada per andare dal droghiere; semplicemente non vorrà sentirne parlare e magari lo distruggerà, con la certezza, addirittura, di avere sventato un crimine. È quanto stanno facendo gli anti-global francesi. A questo punto, però, sorge spontanea una domanda: come faranno le istituzioni liberaldemocratiche a sostenere questo genere di conflitti e "scissioni" che si vanno producendo nella nostra società? La paura di catastrofi ambientali, il discredito morale gettato su chi ha opinioni diverse dalle nostre, gente che si sente per questo autorizzata a scendere violentemente in piazza contro il potere democraticamente costituito, sono ingredienti più che sufficienti per dire la pericolosità del clima nel quale stiamo vivendo. Contrariamente a quanto sarebbe richiesto, l'incertezza non è più il fondamento della discussione e del confronto, nella fiducia di arrivare a compiere scelte ragionevoli e condivise anche nei casi più difficili; è diventata piuttosto il fondamento della paura, la quale, però, come ben sapeva Hobbes, è la principale risorsa di tutti i regimi illiberali. Forse il nostro "ambientalismo" dimentica troppo spesso che, oltre alla natura, andrebbero tutelate anche le risorse culturali e politico-istituzionali, senza le quali difficilmente avremmo una vita degna dell'uomo. Sergio Belardinelli insegna Sociologia politica presso la facoltà di Scienze Politiche di Bologna | |