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Cassandre addio
di Sergio Ricossa

Dal Club di Roma in poi i fondamentalisti sono stati smentiti

V i sono comandamenti liberali? E perché devono essere dieci e non otto o dodici? Voglio però stare al gioco, e dividerò il breve testo in dieci parti, avvertendo che è una segmentazione fra le tante possibili e lontana da ogni pretesa di ordine e completezza.

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l) L'ambientalismo è un tema importante e bisognerebbe trattarlo con un linguaggio possibilmente chiaro e preciso. Il più delle volte, invece, il linguaggio è troppo vago e ingannevole. Per esempio, l'espressione di moda: "sviluppo sostenibile" è priva di senso. Già non si sa bene che sia lo "sviluppo" (nemmeno lo sviluppo economico, che non è l'aumento del pil, il quale pil a sua volta è una mezza truffa statistica). Precisare, poi, che lo sviluppo lo si vuole "sostenibile" è precisare nulla e al contrario è emettere ulteriori sbuffi di fumo verbale e letterario. Gli inventori del "sostenibile" pare abbiano in mente i bisogni, da rispettare, delle future generazioni, ovvero l'impegno delle generazioni presenti a non essere troppo avide a favore di se stesse. Peccato che le generazioni presenti non abbiano un'unica mente che decide, e se pure l'avessero sarebbero ignorantissime sui bisogni delle generazioni future, e tanto più ignoranti quanto più il futuro è lontano. L'esperienza storica, che riguarda il passato, non l'avvenire, sembra comunque tranquillizzarci: le generazioni presenti lasciano di regola, spontaneamente, magari senza pensarci, senza volerlo, eredità favolose alle generazoni successive che ne vogliano profittare. L'invenzione utilissima del numero zero è stata fatta una volta per tutti i posteri, che ne usano e lo possono fare gratuitamente. Al contrario, l'invenzione inutile del neologismo "globalizzazione", è inutile appunto perché corrisponde a un concetto confuso e inutilizzabile se non come pretesto per spaccare le teste dei "nemici".

2) L'ambientalismo non dovrebbe generare forme di terrorismo culturale o ideologico. Il famigerato rapporto del Club di Roma sui "Limiti dello sviluppo" servì a spaventare i lettori e i loro clienti creduloni, ponendo un manto pseudoscientifico su profezie "apocalittiche". Il metodo applicato dagli esperti (cosiddetti esperti) del Club di Roma era così inopportuno e sviante che, riferito a qualunque epoca storica, dal neolitco alla nostra, portava sempre alla medesima conclusione: la vita sul pianeta Terra stava per terminare se non si attuavano con urgenza i rimedi del medesimo Club di Roma. Il rapporto contribuì a indurre gli arabi a formare un monopolio e portare alle stelle il prezzo del petrolio. I giacimenti... stavano per esaurirsi.

3) All'ambientalismo gioverebbe assai una ragionevole divulgazione scientifica e storica. Ciò che si fa attualmente è ancora troppo poco. Alle basi della cultura popolare (e talvolta anche della cultura di élite) si trovano spesso pregiudizi pericolosi al retto ragionamento. Due esempi soltanto: lo sviluppo economico e le risorse naturali non riproducibili. Troppi seguitano a pensare che lo sviluppo economico sia eminentemente un fenomeno di aumento quantitativo e non, come è più vero, di novità qualitative. Per questo i mercati non si saturano con la facilità supposta dai semplici. Né le risorse naturali finiscono alla svelta, se la nostra intelligenza ne scopre di nuove di continuo. Il petrolio, dopo l'invenzione del motore a scoppio, è come se fosse una nuova, preziosa risorsa, che prima serviva a poco o nulla. L'inventario mondiale delle risorse utili all'umanità si arricchisce di continuo col progredire delle conoscenze: si pensi all'impiego del silicio nei computer, quel silicio che una volta era volgarissima sabbia.

4) L'ambientalismo si allea volentieri a forme di autoritarismo politico, un fenomeno da combattere senza tregua. Torniamo al Club di Roma, che per fortuna nostra non ebbe la forza di imporre le sue stravaganze, ma puntava nella direzione pericolosa di un superpotere mondiale col compito di regolare la vita dei privati (compresa la vita intima: si pensi al controllo del tasso di natalità). Più modestamente è sgradevole che un velleitaro assessore comunale abbia il potere di proibirci l'uso dell'automobile in certi giorni e certi luoghi in nome di una insignificante riduzione dell'inquinamento atmosferico. Si sacrifichi la libertà dei cittadini soltanto se vi sono gravi e validi motivi, non per meri capricci di gerarchi irresponsabili.

5) Per contro l'ambientalismo va riguardato con ampiezza umanistica. Si vuol dire che, senza togliere importanza agli aspetti riguardanti la nostra salute (purezza dell'aria, dell'acqua, eccetera), non si devono dimenticare gli aspetti estetici o culturali: tutela del patrimonio artistico e di quello paesaggistico naturale. Questo campo di attività si presta a un'intensa collaborazione tra il pubblico e il privato, senza bisticci, ché il da fare è immenso, come dirò meglio in seguito. Comunque continuano a valere il principio di sussidiarietà per l'intervento pubblico e quello di agevolazione fiscale per il privato benemerito. E si ricordi che una cortina d'alberi è lo schermo migliore per nascondere qualche inevitabile bruttura architettonica. A proposito di brutture: una parte rilevante dei cittadini considera tali certe opere d'arte contemporanea. Non mi pare il caso che il potere pubblico le imponga o costringa i contribuenti a finanziarle oltre il limite della campionatura dello zeit-geist.

6) L'ambientalismo fa sovente la faccia feroce alla proprietà privata. In realtà, molti beni ambientali sono minacciati perché essi non sono di proprietà privata. Si inquina facilmente l'atmosfera perché essa non ha uno specifico proprietario che la difenda come sua. Quel che è di tutti è come se fosse di nessuno. Ne consegue che talvolta privatizzare giova all'ambiente, quando ve ne sia la possibilità. Privatizzare è pure un modo per rendere i segnali del mercato utili alla tutela dell'ambiente. Ovviamente in tal caso si deve trattare di un mercato di libera e leale concorrenza, i cui prezzi sono buoni segnali di scarsità delle risorse. Tutti gli ambientalisti dovrebbero essere al corrente della ormai vasta letteratura economica sulla possibilità di creare un mercato dei diritti di inquinamento, ma senza credere alla favola del mercato di concorrenza perfetta.
Il vero liberale non è mai un perfettista.

7) L'ambientalismo dovrebbe basarsi su un'opera educativa a vasto raggio, che gli ambientalisti non hanno sviluppato abbastanza e che bisognerebbe cominciare con le prime scuole. Purtroppo le nostre scuole, pubbliche e private, sono in crisi così come le famiglie e altre istituzioni sociali preposte alla buona educazione. La retorica dell'ambientalismo è peggio che inutile senza l'educazione all'ambientalismo, cioè la diffusione popolare del senso del bello, del civile, del pulito, dell'ordinato, del rispetto della natura e della proprietà altrui o di tutti; senza il ritorno a vecchi valori oggi dimenticati se non svillaneggiati e irrisi: il decoro, la decenza, la discrezione, la correttezza nei rapporti interpersonali. Tutto si tiene. Non lo sa, ma non sarà mai un buon ambientalista il giovanotto che sporca i muri altrui con bombolette spray di vernice indelebile. Né quello che passa in motocicletta lasciandosi dietro una scia di rumori infernali. La passione giovanile per il fracasso, ossia per l'inquinamento acustico, non risparmia più quasi alcuna ora del giorno e della notte, e quasi alcun luogo cittadino o rustico.

8) L'ambientalismo italiano è apparentemente agguerrito, ma i risultati che ottiene sono modesti. Non mi piace politicizzare il tema, ma ho l'impressione che i nostri ambientalisti si muovano talvolta più come un partito (di sinistra, anticapitalista) che come una istituzione culturale. Forse è così in tutto il mondo, tuttavia i risultati cambiano da Paese a Paese, e senza dubbio Paesi capitalistici, come gli Stati Uniti, sono enormemente più avanzati nella cura dell'ambiente di altri di storia socialista, come l'ex Unione Sovietica. A parte ciò, noi italiani dovremmo studiare attentamente le esperienze altrui per imitare quelle di successo e non ripetere i fallimenti. Ho avuto la felice occasione di visitare molti parchi nazionali americani, affidati alle cure di ranger bene addestrati, restandone ammirato.

9) I rapporti tra ambientalismo e caccia e pesca "sportiva" (spero che le virgolette non offendano la potente lobby dei cacciatori e pescatori "sportivi") vanno regolati con un sistema preferibilmente privato di riserve di ripopolamento dove uomini, cani e selvaggina operino in territori retti in modo da scontentare il minor numero di persone anche fra gli amici degli animali. Il buon ambientalista è amico degli animali, compresi i gatti randagi. È in un certo senso scandaloso e poco augurale per l'ambientalismo che ai gatti randagi provvedano per lo più povere vecchiette e quasi mai giovani dell'uno o dell'altro sesso. L'osservazione critica che bisogna pensare ai bambini denutriti del Terzo mondo, piuttosto che ai gatti randagi, è uno stupido ricatto emotivo, giacché i due problemi sono ovviamente non comparabili, se si sa ragionare.

10) L'ambientalista liberale ama leggere liberal.

Sergio Ricossa insegna Politica economica all'Università di Torino



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