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Carte segrete, anzi note
di Mauro Canali

L'abitudine di pescare alla rinfusa negli archivi americani produce risultati discutibili e "revisioni"azzardate come avvenuto a Peter Tompkins ed Ennio Caretto
Alcuni articoli di Ennio Caretto apparsi in agosto sul Corriere della sera, relativi a documenti esistenti nei fondi archivistici dell'Organization of Secret Services, hanno sollevato le perplessità di Giorgio Bocca, il quale, dalle colonne dell'Espresso, ha commentato con una punta di legittimo sarcasmo che se "i fondi segreti degli archivi americani sono questa spazzatura, converrebbe secretarli per un altro mezzo secolo". La polemichetta Bocca-Caretto di per sé esauritasi in poche battute può offrire tuttavia lo spunto a qualche considerazione di più ampia portata. Non ce ne voglia l'autorevole storico della Resistenza e della Rsi se non ci troviamo d'accordo con le sue conclusioni circa l'importanza dei fondi dell'Oss e quelli della sua erede Cia; relativamente al secondo conflitto mondiale, Resistenza e dopoguerra, riteniamo che essi rappresentino, anche per la nostra storia, delle fonti insostituibili. Ma, come tutti i documenti di carattere riservato, sono anche fonti infide. La consapevolezza di ciò avrebbe dovuto imporre a Caretto un approccio meno sommario e frettoloso. Inoltre, il giornalista del Corriere della sera, che frequenta gli archivi americani, come fa intendere da diversi anni con i suoi servizi, sa anche che a rendere ancora più complicato l'approccio ai fondi Oss e Cia sono gli interventi censori degli attuali servizi segreti americani, che intervengono ancora in modo così esteso a porre il veto a una discreta parte della documentazione da rendere talvolta del tutto inintellegibili i documenti risparmiati e rimasti nei folders. In definitiva, si tratta di una documentazione importante che però richiede continui e pazienti riscontri. Lo sanno bene, del resto, quegli studiosi italiani di cose americane, che si vedono costretti a pazienti ricerche e lunghe permanenze presso i Nara di College Park. Tale situazione, proprio perché rende complessi i riscontri, se da una parte induce alla prudenza lo studioso, dall'altra galvanizza gli "Indiana Jones" della ricerca documentale, che non esitano in ogni occasione a delineare le ipotesi più avventurose e strampalate. Siamo certi perciò che più che sollevare dubbi sull'importanza di alcuni fondi archivistici americani, di cui Bocca è del tutto convinto, egli intendesse deplorare il malvezzo che va imponendosi tra una certa nostra pubblicistica a sovraprezzare il valore dei documenti esibiti solo perché provenienti da archivi americani. Ancora più criticabile appare tale atteggiamento quando poi si affida anche alle più insignificanti acquisizioni documentali il compito della riscrittura della nostra storia. È giusto tuttavia osservare che alcune responsabilità, per tali incursioni sul terreno storiografico da parte di amateurs della storia, risalgono anche alle resistenze e alla sclerosi di una certa storiografia, la quale, sorda et pour cause alle necessità di rinnovamento degli studi sul nostro più recente passato, rese più evidenti dalla copiosa messe di fondi che sempre più vengono resi disponibili, si è da tempo attestata a difesa di una interpretazione rituale e sacralizzata dell'esperienza resistenziale e dei primi governi repubblicani, raccogliendo le sue forze attorno allo slogan facile ma perdente della lotta al "revisionismo", e includendo in esso talvolta anche ciò che di innovativo viene prodotto dalla ricerca storica. Un caso esemplare dell'intreccio tra l'invadenza giornalistica del campo storiografico e la discutibile attrazione che ormai esercitano gli archivi americani sull'immaginario di alcuni settori della nostra pubblicistica viene fornito dalle accoglienze riservate da alcuni settori della stampa specializzata a una recente opera dell'ex agente dell'Oss Peter Tompkins, che, durante l'ultimo conflitto mondiale, operò attivamente in Italia, e che di tale esperienza ha lasciato due testimonianze di un certo interesse, Una spia a Roma (Garzanti '64) e L'altra Resistenza (Rizzoli '95). Ora si presenta inopinatamente nelle vesti di storico e, annunciando appunto di aver messo le mani su non ben precisate "carte segrete" di Mussolini giacenti negli archivi americani, ci propone una versione "revisionata" di alcuni particolari momenti della storia del fascismo. Una versione, evidentemente più sintetica, di tale lavoro, era stata molti anni fa rifiutata, come lo stesso autore riferisce, da un editore americano, che preferì pubblicare le più interessanti, ne siamo convinti, memorie dell'ex agente dell'Oss; veniamo altresì informati che la casa editrice italiana che lo pubblica lo ha acquisito "benché mancassero ancora gli ultimi capitoli". Dalle carte segrete del Duce (Marco Tropea, 382 pagine, 34 mila lire), si presenta senza note e senza riferimenti archivistici, e, in linea con una certa tradizione divulgativa di stampo anglosassone, (pensiamo ad esempio ai divertenti profili biografici scritti da Gore Vidal) nella veste di curioso, e talvolta avventato, miscuglio di romanzo e di costruzione storica.
È bene precisare subito che, in realtà, le famose carte segrete di Mussolini che danno il titolo al lavoro, e che Tompkins presenta come inedite, non sono altro che le copie microfilmate dagli Alleati nel 1945 dei documenti che compongono gli archivi fascisti, i cui originali sono a Roma presso l'Archivio Centrale di Stato. Sono le carte su cui hanno lavorato, e assai proficuamente, generazioni di valenti studiosi del fascismo. Fanno pertanto la loro apparizione nel lungo racconto di Tompkins le arcinote carte della Segreteria particolare del Duce, quelle della Polizia politica, del Minculpop e via discorrendo. Quindi nulla vi è di inedito e "segreto"; tutto era già noto e utilizzato da oltre cinquant'anni. Dopo un frettoloso esame delle origini del fascismo, costellato di non pochi gravi errori interpretativi, - un tema che fu in Italia oggetto di appassionati e fecondi dibattiti tra le varie scuole storiografiche - Tompkins finisce per focalizzare la sua attenzione su due particolari momenti della storia del fascismo, il delitto Matteotti e la fine cruenta di Mussolini. Su entrambe le questioni egli non apporta alcun nuovo contributo, limitandosi ad attingere al lavoro di altri studiosi che si erano ovviamente avvalsi della documentazione originale esistente all'Acs. Per il delitto Matteotti, Tompkins utilizza in sostanza il mio lavoro, quello di Capecelatro e di Scalzo, mentre su tutti i misteri e i falsi misteri che hanno circondato la morte di Mussolini fa ampio riferimento ai lavori di vari studiosi come Zanella, Andriola, Tabasso, Cavalleri e Bandini. La questione più interessante che tale curiosa vicenda ha sollevato è tutta esterna al lavoro di Tompkins e riguarda l'atteggiamento di alcuni settori della stampa specializzata, (si sono distinti in particolare l'Unità, Il Messaggero e Il Venerdì di Repubblica) i quali, di fronte alla notizia che le cosiddette "carte segrete del Duce" erano inedite e provenivano dagli archivi americani, non hanno avuto alcun dubbio, e senza cercare il minimo riscontro, hanno dedicato ampi spazi al lavoro, sottolineando appunto il carattere inedito ed "esplosivo" di queste carte segrete che segrete non erano, e rispolverando l'immancabile leit motiv (non poteva mancare) della necessità che si imponeva, alla luce di questa documentazione, di riscrivere nientedimeno che l'intera storia del fascismo.

Mauro Canali insegna Storia dei partiti e dei movimenti politici all'Università di Camerino

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