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Terzo Millennio, le paure e le speranze
di Nikolaus Lobkowicz

Gli obblighi verso la nostra coscienza e quelli verso "lo spirito dei tempi": si può riuscire a concilialri?Giovanni Paolo II viene talvolta descritto come il o addirittura come l'ultimo filosofo della morale del Ventesimo secolo. Chi sapesse solo questo di lui potrebbe pensare che il suo contributo più importante alla storia del nostro tempo consista nel rammentare ai suoi contemporanei quelle norme o, addirittura, quelle leggi etiche a cui essi dovrebbero attenersi. Il che non sarebbe poi del tutto sbagliato. Il direttore del maggiore quotidiano polacco, Adam Michnik, ha sottolineato - e non a torto - la notevole capacità di Wojtyla di toccare la coscienza dei suoi ascoltatori, persino di quelli che sono lontani dalla fede cristiana. A questo carisma dobbiamo il fatto che il crollo del comunismo, prendendo le mosse proprio dalla Polonia, ha avuto luogo in modo così silenzioso e del tutto pacifico. Sebbene - come dimostra un comunicato segreto del marzo 1979 - i comunisti polacchi vedevano nel loro concittadino eletto Papa un nemico, durante il suo primo viaggio in Polonia nel giugno dello stesso anno anche i comunisti al potere lo ascoltarono con attenzione, ed evidentemente si sentirono così toccati nella loro coscienza da non ricorrere - come sarebbe stato senz'altro possibile - ancora una volta alla violenza quando il loro regime stava crollando. Ancora oggi molti polacchi ricordano quei giorni come un miracolo: nell'intero Paese non fu commesso alcun delitto, neanche un piccolo furto.
Anche il fatto che Karol Wojtyla, quando era professore di teologia morale all'Università cattolica di Lublino, si sia occupato intensamente di Max Scheler (su questo allievo di Husserl aveva scritto la sua dissertazione per l'abilitazione alla docenza), potrebbe far pensare che Wojtyla, o meglio Giovanni Paolo II, abbia da comunicare al mondo soprattutto insegnamenti morali; in fondo l'opera maggiore e più famosa di Scheler è una critica dell'etica di Kant. Tuttavia quest'idea si rivela in fin dei conti alquanto riduttiva. Lo mostra in definitiva già solo lo stesso influsso di Scheler, la cui critica non si rivolge infatti contro i contenuti delle massime etiche illustrate da Kant, bensì in ultima istanza contro il fatto che Kant non sapeva tener conto del concetto di persona, che comprende l'uomo intero. Uno dei temi fondamentali della filosofia di Scheler era la logique du coeur di Pascal: il fatto che - come già aveva visto Sant'Agostino - l'uomo non è solo un "essere pensante", come viene continuamente ripetuto a partire da Aristotele, ma che il centro e la radice di tutte le azioni umane è "il cuore". L'uomo è immagine di Dio non solo perché ha un intelletto, ma soprattutto perché ha un cuore capace di amare, e perché questo costituisce il centro del suo essere persona.
Naturalmente Wojtyla non è mai stato semplicemente uno scheleriano; per chi come lui era era stato educato all'acuta sottigliezza della Scolastica, il pensiero di Scheler che, nonostante tutta la sua genialità, mancava ampiamente di rigorosità, alla fin fine non poteva che risultare insoddisfacente. Non è certo un caso che Scheler - il quale per molto tempo era apparso come la grande speranza della filosofia cattolica - dal 1920 circa, mostri una propensione sempre più chiara verso il panteismo, e che, quando tale sua propensione incontra la riprovazione dei suoi lettori, soprattutto di quelli cattolici, paragoni se stesso, nel suo isolamento, sempre più spesso a Spinoza. Ma l'approccio scheleriano permette a Wojtyla di sviluppare un'ontologia personalistica, che trova il suo fondamento nell'esperienza interiore, e che continua a determinare il suo pensiero anche quando egli diventa Papa. Al centro del pensiero di Giovanni Paolo II sta l'uomo, l'uomo così come Dio l'ha creato e come dopo il suo peccato originale l'ha ricreato (e stretto a sé ancora più intimamente), dunque l'uomo come Dio vuole che sia. In fondo per lui l'etica non è niente di più, ma anche niente di meno, che la totalità delle determinazioni, che in ultima istanza conseguono dalla natura e gli permettono di essere sé stesso nel pieno senso della parola. Già nella sua opera maggiore Osoba i czyn (Cracovia 1969), il tema "libertà" sta al centro dell'antropologia flosofica di Wojtyla: una libertà in base alla quale io non esisto mai soltanto "per me", bensì sempre anche "per gli altri". Parte della natura dell'uomo, così come la intende Wojtyla, è inoltre la "partecipazione", che trova la sua espressione più profonda nell'amore. Non è un caso che Wojtyla abbia pubblicato un libro sul rapporto tra uomo e donna e che, a partire dal settembre del 1979, per quattro anni abbia tenuto una serie di 130 conferenze, di quindici minuti ciascuna, che avevano per tema la "teologia del corpo". L'uomo è una persona e questa persona si realizza in un corpo; perciò il cristiano può, anzi deve vivere pienamente la sua corporeità (e dunque anche la sua sessualità) e non deve essere vittima del manicheismo latente che per secoli ha gravato sul pensiero cristiano.
Al teologo della morale, polacco, che da più di due decenni è Vescovo di Roma e dunque capo della Chiesa cattolica, sta a cuore non semplicemente l'etica o la morale, bensì la giusta comprensione dell'uomo. Anche quando egli nei suoi viaggi per il mondo ricorda ai fedeli che la Chiesa rifiuta gli anticoncezionali, suscitando talvolta reazioni negative, lo fa non per imporre una norma astratta, ma per presentare un'immagine dell'uomo determinata dalla fede cristiana. Per il cristiano, infatti, la morale non è un punto centrale, in quanto "i comandamenti" sono effetto e conseguenza di qualcosa di più fondamentale, di una visione dell'uomo come creatura e immagine di Dio. Quest'idea si palesa già nell'enciclica inaugurale Redemptor hominis della primavera del 1979. In questa lettera apostolica - allora accolta con sorpreso entusiasmo anche da chi non era vicino alla Chiesa e oggi quasi del tutto dimenticata - Giovanni Paolo II tratteggiava il programma teologico ed ecclesiologico del suo pontificato, ponendo al centro del suo discorso Cristo e la sua Chiesa, due temi classici dei messaggi papali. Ma questi temi venivano trattati in maniera nuova e con una nuova freschezza. Già il solo titolo era significativo. Certo, i cristiani hanno visto da sempre nel loro Signore e Maestro un salvatore, o più esattamente: Il Salvatore; ma ciò che suonava del tutto insolito (e che toccò la coscienza dei lettori) era il fatto che il nuovo Papa dava rilievo al fatto che Cristo non è il Salvatore soltanto di coloro che lo hanno seguito, o addirittura soltanto delle anime, ma dell'uomo. Anche il risalto dato all'idea a suo modo audace formulata dal Concilio che, facendosi uomo, il figlio di Dio si era "per così dire congiunto con ogni essere umano", come anche l'affermazione che il "cammino della Chiesa" non era altro che l'uomo, lasciavano intendere che cosa Giovanni Paolo II avrebbe posto al centro del suo pensiero e del suo apostolato: il destino di ognuno di noi; non solo e neanche principalmente il destino ultraterreno, la salvezza dell'anima, ma anche e soprattutto il nostro destino qui sulla Terra. Senza dire nulla di veramente nuovo, Giovanni Paolo II ha richiamato in modo sempre nuovo l'attenzione sull'amore e sulla misericordia di Dio (si pensi all'enciclica Dives in misericordia), ha ricordato che Dio ci ama e che è la nostra salvezza, e che perciò noi non potremo aver ragione neanche dei compiti e dei problemi che ci troviamo ad affrontare in questo mondo se lo perdiamo di vista. Il messaggio, che egli ripete ormai da più di due decenni, è la speranza, e non un giudizio severo né tanto meno il pericolo della dannazione. Una delle differenze maggiori tra Giovanni Paolo II e ad esempio Pio XII sta nel fatto che il primo si adopera costantemente per fare coraggio a noi cristiani e implicitamente a tutti i contemporanei, richiamandosi e richiamando tutti al Salvatore, che a questo coraggio dà il suo fondamento e la sua motivazione più profonda. Naturalmente il Papa sa dell'ammonimento di Cristo che Dio, se noi lo rifiutiamo, alla fine ci potrà rifiutare; ma ciò che sembra preoccuparlo maggiormente è il fatto che in questo mondo tutto va male se noi sprofondiamo nella disperazione, se noi agiamo contro la nostra coscienza, nel cui intimo - come viene detto in Gaudium et Spes - noi siamo soli con Dio e sentiamo la sua voce.
Specialmente dopo la pubblicazione di Dominus Iesus è stato affermato da più parti che la Chiesa cattolica è tornata a "concezioni preconciliari"; si è in un certo qual modo delusi per il fatto che la Chiesa non abbia proseguito nel cammino di quella "liberalizzazione" che si è ritenuto di poter ravvisare nei testi, o più esattamente, nel tanto evocato "spirito" del Concilio Vaticano II. Ma questo è stato fin dall'inizio un malinteso: nel Concilio la Chiesa non è diventata "più liberale", ma ha riflettuto in modo più profondo sull'eredità che le ha lasciato il Signore. Se non si tiene conto di questo, non si può comprendere Giovanni Paolo II: non è cambiato il messaggio che la Chiesa ha da trasmettere al mondo; ciò che è cambiato è in fondo solo il modo in cui essa trasmette questo messaggio. Essa ha imparato a vedere i bisogni, i disagi e le indigenze dell'uomo, anche e soprattutto quelli dell'uomo contemporaneo del mondo industrializzato, che si considera così "illuminato"; essa ha deciso di condurre con tutti, anche con gli atei, un dialogo il cui scopo non è la conversione ma la reciproca comprensione; ha compreso che molte delle cose che ha rifiutato con veemenza a partire dall'illuminismo in realtà non sono che parti separate ed estraniate del suo proprio depositum e che essa stessa è corresponsabile dell'abisso che divide il cristianesimo dalla cultura moderna. Ma ciò non significa che la Chiesa è disposta e potrebbe essere disposta a far propri tutti i valori che le si fanno incontro nel mondo di oggi. Se, infatti, non rimanesse fedele all'eredità dell'uomo divenuta logos, così come è stata tramandata per due millenni, la Chiesa tradirebbe se stessa, rinuncerebbe a se stessa, e inoltre non avrebbe più nulla da dire al mondo; se non si sentisse inflessibilmente vincolata a questa fedeltà, essa rinuncerebbe e tradirebbe anche l'uomo. Poiché se è vero il suo messaggio, la Chiesa sa di più e sa cose più profonde sull'uomo rispetto a tutti i saperi del mondo. L'importanza che per il Papa riveste la fedeltà al depositum fidei ha trovato espressione anche nella sua dichiarazione che la Chiesa non può ordinare sacerdote la donna, perché - questa la semplice motivazione - non ne ha ricevuto mandato. Non si tratta di una messa in dubbio dell'uguaglianza di uomo e donna, né di un rifiuto di idee femministe, bensì della semplice constatazione che la Chiesa non può né deve seguire tutti gli sviluppi dello spirito dei tempi, poiché il figlio di Dio ci ha lasciato un'eredità che noi dobbiamo preservare anche là dove non siamo in grado di comprenderla pienamente. Il fatto che uomo e donna siano uguali non esclude delle differenze; e alcune di queste differenze, non solo quelle biologiche, evidentemente fanno parte del piano di salvezza divino.
Questo non impedisce a Giovanni Paolo II di considerare alcuni sviluppi dell'era moderna come un autentico progresso. C'è un esempio, che raramente viene tenuto in dovuta considerazione, di come Giovanni Paolo II prende sul serio l'istanza fondamentale dell'era moderna, la libertà. L'unico documento del Concilio con cui la Chiesa cattolica si lascia alle spalle una convinzione coltivata per secoli è la dichiarazione sulla libertà di religione Dignitatis humanae. Ancora Pio XII aveva sostenuto che l'errore non avesse diritto di esistenza, che lo si doveva sì tollerare se la pace sociale non poteva essere preservata altrimenti, ma che solo la verità aveva un diritto di esistenza. La dichiarazione sulla libertà di religione, l'ultimo testo approvato dal Concilio Vaticano II, contrappone a questo diritto della verità il diritto della persona: al di là del fatto che le sue convinzioni siano giuste o sbagliate, ogni uomo ha il diritto di seguire la sua coscienza. Nessuno può impedirglielo fintanto che non minaccia palesemente l'ordine pubblico. I padri del Concilio giunsero a richiedere che questo diritto alla libertà di religione venisse fissato nelle leggi fondamentali della società borghese, il che vale a dire, concretamente, nelle costituzioni.
Nella sua enciclica Centesimus Annus, Giovanni Paolo II ha compiuto un passo ulteriore e decisivo in questa direzione. Mentre Giovanni XXIII, in Pacem in Terris, un'enciclica che venne pubblicata quando il Concilio era in pieno svolgimento, parlava di una "dignità dello Stato", questa nuova enciclica sulla dottrina sociale cristiana parla ormai solo della dignità e dei diritti della persona. L'uomo, il singolo uomo concreto, è l'unico soggetto di diritti che nessuno deve ledere, né lo Stato né la nazione né qualsiasi altro organismo. È questa una presa di posizione per lo Stato costituzionale, che non potrebbe essere più chiara: lo Stato costituzionale deve essere ideologicamente neutrale, poiché solo in questo modo può adempiere al suo compito - quello di produrre pace e giustizia - in un mondo che è diventato pluralistico. Per secoli la Chiesa e, più tardi, - in parte fino a oggi - gli Stati nazionalistici, per non parlare di Stati che si sentono vincolati a una ideologia, hanno per così dire sacralizzato la comunità politica, hanno posto i diritti di quest'ultima al di sopra di quelli dei loro cittadini. In tale contesto la Chiesa si è richiamata persino alla Lettera ai Romani: "Non c'è autorità se non da Dio", per cui l'autorità dello Stato partecipa per così dire a quella di Dio e i cittadini - come affermava ancora Giovanni XXIII - servono Dio se obbediscono allo Stato. Per Giovanni Paolo II, lo Stato è una istituzione umana, parimenti corrompibile come gli uomini stessi.
D'altra parte ciò non ha impedito a Giovanni Paolo II di ricordare che la nostra coscienza per sua propria natura è in obbligo verso la verità e che la libertà realizza il suo senso autentico quando essa è vincolata alla verità. Si è creduto di poter rilevare in ciò (per esempio nell'argomentazione proposta in Centesimus Annus e in quella di Veritatis Splendor) una contraddizione. Ma tale contraddizione è facilmente risolvibile: che io - come viene esposto nella dichiarazione sulla libertà di religione - sia tenuto a rispettare la personale dignità della coscienza dell'altro, anche quando questi non è nel giusto o addirittura è troppo superficiale per seguire la sua coscienza, non cambia nulla nel fatto che io sono obbligato verso la mia coscienza e quindi, almeno, verso una sincera ricerca della verità. Se l'altro abusa della sua libertà di coscienza, lo potrà in ultima istanza giudicare solo Dio; nessuna autorità di questo mondo può e deve, a questo riguardo, imporgli nulla, tranne nel caso in cui egli minacci palesemente l'ordine pubblico. Cristo stesso ha "rimproverato la miscredenza dei suoi ascoltatori", ma rinviando "la punizione divina al giorno del giudizio". Se io trascuro la mia coscienza e così facendo rinnego la voce di Dio che in essa è possibile ascoltare, questo lo potrò giudicare in ultima istanza soltanto io stesso di fronte alla mia coscienza e quindi al cospetto di Dio. Io sono obbligato verso la mia coscienza e quindi verso la verità, nella misura in cui sono in grado di riconoscerla; anche l'altro ha questo obbligo, ma ciò riguarda lui e Dio, non me. Io non rispetterei il suo diritto di persona se volessi costringerlo a seguire "la mia" verità; come viene detto in modo pregnante in Centesimus Annus: "La verità cristiana non è di questo genere".
In fondo questi sono pensieri molto semplici e da sempre familiari ai cristiani, anche se la Chiesa per certi aspetti li ha a lungo, troppo a lungo trascurati. Quando ce li ricorda o si appella a noi affinché non li perdiamo di vista, Giovanni Paolo II non vuole rinfacciarci quello che facciamo male, ma vuole esortarci a restare fedeli alla nostra umanità. E vuole darci coraggio: darci il coraggio di staccarci da noi stessi e di affidarci a Cristo. "Lui, il figlio di Dio" - si legge in Redemptor Hominis - "parla agli uomini anche da uomo: è la sua fedeltà alla verità, il suo amore, che tutto comprende". Poiché non è altri che Lui "che annuncia pienamente l'uomo; questo è - se così si può dire - la dimensione umana nel mistero della salvezza". In Cristo Dio è diventato uno di noi: è "entrato nella storia dell'umanità; come uomo è diventato soggetto di questa storia, uno tra i tanti, tra miliardi, e allo stesso tempo unico!".
Così Giovanni Paolo II ci viene incontro in fin dei conti soprattutto come testimone della speranza. Nella fase finale dell'era moderna, in cui noi viviamo, si è diffusa - specialmente nei tradizionali Paesi della cristianità - uno strano sconforto, una strana mancanza di speranza. Gli orrori del Ventesimo secolo, che sono legati ai nomi di Hitler e Stalin, sembrano voler convincere l'uomo che la nuova epoca, iniziata sotto il segno dell'illuminismo, è sfociata in una catastrofe. Persino la più grande conquista di quest'epoca, la scienza, sembra essersi trasformata in un nemico dell'uomo; i suoi esiti minacciano di distruggere l'ambiente e di rendere il mondo inabitabile, la scienza inizia a volgersi contro di noi che l'abbiamo ideata e per lungo tempo l'abbiamo esaltata: si pensi solo alle leggi olandesi sull'eutanasia e ai sogni di sostituire l'uomo - così com'è ed è sempre stato - con un mostro che a quanto pare potrà sopravvivere per un tempo lunghissimo, ma che alla fin fine non è più un uomo come noi: fragile e mortale eppure proprio per questo con una sua particolare dignità. A questo mondo, ai molti uomini che si sono situati nell'aldiqua come se non ci fosse nient'altro, e che tuttavia non riescono a gioirne, Giovanni Paolo II, da ormai circa ventitre anni, dice che noi non dobbiamo avere paura. Poiché c'è qualcuno che ci ha salvato e che ci salverà sempre e solo se ci affidiamo a lui: "Non abbiate paura, Cristo sa che cosa è nell'uomo, lui solo lo sa", disse Giovanni Paolo II ai suoi ascoltatori durante la sua investitura nell'ottobre del 1978. La sua ultima enciclica, la lettera apostolica Novo millennio ineunte del gennaio 2001 ripete la stessa esortazione, sebbene il Papa, che all'inizio del suo ufficio veniva ammirato per la sua freschezza quasi giovanile, nel frattempo sia molto provato nel fisico, e gravemente malato: "Andiamo avanti pieni di speranza! Un nuovo millennio si stende davanti alla Chiesa come un vasto oceano, sul quale bisogna avventurarsi, contando sull'aiuto di Gesù Cristo. Il figlio di Dio, che per amore dell'uomo duemila anni fa si è fatto uomo, compie anche oggi la sua opera. Abbiamo bisogno di occhi attenti per vederla, e soprattutto di un grande cuore per diventare noi stessi i suoi strumenti".
La biografia di quasi mille pagine pubblicata due anni fa dallo studioso americano George Weigel ha come titolo Witness to Hope. Se io considero come titolo ideale di queste mie riflessioni "testimone della speranza", è perché nessuna altra espressione mi pare riassumere meglio il contributo del nostro Papa alla storia del nostro tempo. Anche e soprattutto perché oggi possiamo constatare con commosso turbamento quanto gravoso sia diventato per Giovanni Paolo II il suo ufficio. La parola greca per "testimone" è martyros; il fatto che sia diventato il martire della speranza che egli ci annuncia, conferisce al messaggio di Giovanni Paolo II una credibilità che è incomparabilmente più grande di quella che potrebbe offrire una filosofia della morale per quanto ponderata e approfondita essa fosse. Poiché si tratta di una speranza che in certo qual modo è contagiosa, e che perciò può dare coraggio anche a coloro che non hanno ancora trovato Cristo. Naturalmente soltanto se essi tengono aperto il loro cuore per un messaggio che penetra più profondamente di tutto ciò che è empirico e contraddice coloro che credono di non aver bisogno di Dio perché vogliono determinare il nostro destino in base alle proprie idee, in cui la dignità umana spesso non trova posto alcuno.

Traduzione dal tedesco di Francesco Fiorentino

Nikolaus Lobkowicz è direttore dell'Istituto centrale di Studi per l'Europa Centrale



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