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Il Papa e i suoi infedeli nel supermarket globale
di Franco Cardini

Lo scontro tra il turbocapitalismo e i difensori delle diversità
Il secolo da poco chiuso, il Novecento, è stato uno splendido e terribile secolo di paradossi. Dal punto di vista della Chiesa e della fede cattolica, ce n'è uno che colpisce in modo speciale. All'inizio del Ventesimo secolo, il Papa era un prigioniero in Vaticano. Trionfava il Ballo Excelsior e la scienza proclamava che il mondo poteva fare a meno di Dio. Oggi, il Pontefice viaggia in tutto il mondo: ed è accolto dappertutto come il personaggio più autorevole della Terra. Il suo volto è forse il più noto tra quelli che appaiono sugli schermi televisivi. Intanto, la scienza non è per nulla più sicura di poter fare a meno di Dio. Uno scienziato come Paul Davies sostiene esplicitamente la possibilità scientifica della creazione. Una vittoria totale del cristianesimo cattolico, dunque? Un'inversione epocale di tendenza rispetto al processo di laicizzazione avviatosi nel Sedicesimo secolo e diventato irreversibile nel Diciottesimo? Assolutamente no. Torniamo al nostro iniziale paradosso. Ai primi del Novecento il Papa era prigioniero in Vaticano e l'ateismo scientifico trionfava: ma i popoli restavano cristiani, la folla e le plebi mantenevano intatta la loro fede gerarchica e contadina in Dio e nella Chiesa (parlo dei Paesi cattolici, beninteso). Oggi accade il fenomeno mirabilmente descritto nel libro Lo scisma sommerso di Pietro Prini. Nei Paesi cattolici è quel che un tempo si definiva la plebe - e che oggi si chiama, con massmediale retorica, la "società civile" - a essere protagonista d'una corale, implicita apostasia di massa. Nei Paesi cattolici d'Occidente trionfano individualismo, utilitarismo e libertinismo diffusi e ormai quasi acristicamente praticati: un amoralismo sostenuto dall'indifferenza e corretto da un conformismo perbenistico che impedisce di esplicitare formalmente un'abiura che a livello intimo è chiara. La Chiesa mantiene un fermo Magistero, in temi che vanno dal diritto alla vita alla giustizia sociale: ma i cattolici non l'ascoltano. Dal profilattico alla speculazione finanziaria fino all'evasione fiscale (settimo: non rubate), il "popolo cristiano" - si fa per dire… - fa esattamente l'opposto di quel che insegna il Grande Vecchio Bianco idolatrato dalle telecamere. Ma non illudiamoci che questa sia soltanto una bizzarra contraddizione, che sfugge ai più. Lo sanno benissimo tutti: il Papa e suoi fans infedeli. C'è disillusione, forse c'è perfino rancore nella pervicace e cronicizzata disobbedienza di questi nei confronti di quello. Si era ingannato, l'Occidente, sulla personalità di Wojtyla. Eppure era tutto chiaro, fin dall'inizio. Bastava quella "M" dorata sulla sua insegna a spiegare tutto: certo, si sarebbe dovuti essere un po' meno ignoranti, un po' meno disattenti e inesperti nella decifrazione dei simboli. Quella "M" di Maria parlava l'evidente linguaggio del cattolicesimo mariano, con tutta la sua carica mistica, gerarchica ed escatologica. Ma gli occidentali s'ingannarono: tutti, liberali e socialisti, destre e sinistre, credenti e laicisti. Questo Papa ha dato la definitiva spallata al comunismo: e tutti lo hanno ritenuto un "Papa anticomunista". Quale puerile, grossolano errore! Il Grande Vecchio Bianco non è, non è mai stato più anticomunista e anticollettivista di quanto non sia antiliberista e antindividualista. Questo Pontefice venuto dalla fredda propagine nordorientale del mondo cattolico, da quella Polonia abituata a considerar la fede cattolica parte della propria identità nazionale - contro tedeschi luterani, russi ortodossi, tartari musulmani: e contro la modernità laica - considera socialismo e liberismo non opposti e avversari fra loro, bensì complementari e in qualche modo complici, nemici entrambi della carità cristiana e del solidarismo cattolico. Ecco la chiave di lettura alla luce della quale interpretare questo santo provocatore che prende a spallate il comunismo ma che poi lancia nei confronti dell'Occidente liberista accuse che solo Solgenitsyn riesce a uguagliare in durezza; questo seminatore di scandali che non esita a stringere la mano a Pinochet e a Fidel Castro e a denunziare la barbarie insita nel processo di globalizzazione. Ma anche su questo bisogna intendersi: la globalizzazione non è un optional dell'Occidente; non è una scelta contingente, né un incidente di percorso.
La globalizzazione è "da sempre" inscritta nel Dna dell'Occidente. A dirla con Nietzsche e con Frobenius, è il suo kismet, il suo Schicksal, il suo "Fato": cosa ben diversa dal volgare "destino". La globalizzazione, nella sua fase più recente e, almeno finora, finale, disincanta definitivamente la storia dell'Occidente come storia della modernità: qualcosa di ben diverso dalla storia del mondo antico o della cristianità medievale romano-germanica, per quanto nell'uno e nell'altra vi fossero senza dubbio, in nuce, fermenti che all'Occidente moderno (e/o se si preferisce, alla modernità) hanno condotto. Il punto di rottura, di esplosione e di disvelamento, il giro di boa, l' Ausbruch, si è verificato ai primi del Cinquecento: allorché l'Occidente ha portato a compimento quella che, appunto, sarebbe definibile come "l'eccezione occidentale".
Nessun popolo, nessuna cultura nella millenaria storia dell'umanità aveva mai - prima dell'Occidente moderno - infranto decisamente e sistematicamente i limiti di un mondo distinto in "compartimenti stagni", in cui era molto raro e tutto sommato casuale che le civiltà invadessero l'una l'area dell'altra e dove le comunicazioni reciproche restavano episodiche e modeste. L'Occidente ha rotto con la sua filosofia, le sue navi e i suoi cannoni questo millenario equilibrio: è stato l'unico - con i suoi eroi eponimi e i suoi santi patroni: Prometeo e Faust - a elaborare concetti e forme tecnologiche in grado di farlo.
Tutte le culture della storia della civiltà avevano elaborato sistemi di produzione atti a rispondere ai bisogni collettivi. Solo l'Occidente ha genialmente ideato un sistema di produzione che contasse sui bisogni sentiti come reali e ne creasse di nuovi: un sistema in grado di produrre beni non per rispondere a bisogni e richieste, bensì per ampliare gli uni e provocare le altre. Molte culture avevano elaborato una Weltanschauung universalistica: l'Occidente moderno ha tradotto in termini di dominazione colonialistica e di sfruttamento capitalistico materiale e concreto quelle istanze concettuali e spirituali. L'Occidente moderno ha tradotto l'universalismo in termini mondialistici. Ma l'esilio di questo processo, mezzo millennio dopo il suo inizio, palesa i caratteri obiettivamente anticristiani delle sue terre promesse; e mostra in modo inequivocabile quanto sia stato ragionevole e razionale che esso si sia presentato come processo di laicizzazione. Nel suo viaggio in Siria e nella sua visita alla moschea di Damasco, Giovanni Paolo II non ha soltanto ribadito la sua ferma convinzione che le tre fedi di ceppo abramitico debbano collaborare per contrastare non solo l'ateizzazione pratica del mondo, ma anche il progresso dello spiritualismo connesso con la new age e le cosiddette "nuove religioni", versante metafisico e metarazionale del supermarket consumistico. New age e "nuove religioni" sono, difatti, il religious side della globalizzazione. E non a caso propongono miti e culti del tutto scissi da qualunque forma di tradizione culturale e di radicamento comunitario. È solo l'individuo che, in piena autonomia, può scegliere quale religione meglio si attagli al suo carattere. Anche se, va da sé, buone e opportune forme di propaganda contribuiranno a "indirizzare" la sua "libera scelta". Mantenere come un tesoro le differenze, le diversità e le distinzioni religiose e culturali: e, al tempo stesso, lavorare a ridurre quanto più si possa le sperequazioni fra le persone e i popoli. Questo il messaggio elaborato da Giovanni Paolo II ed esplicitato fra due grandi episodi epocali: il dialogo a L'Avana col presidente Castro e la visita alla moschea umayyade di Damasco. Ma questo messaggio è una chiara e ferma dichiarazione di guerra alla filosofia di fondo della globalizzazione: che consiste appunto nella riduzione fino all'azzeramento delle diversità e delle distinzioni religiose e culturali (fino alla cocacolizzazione, alla nikeizzazione, all'adidasizzazione e alla macdonaldizzazione del mondo), ostacolo all'istituzione del Supermarket Mondiale, e naturalmente nell'approfondirsi del divario tra la ridotta e sempre più ristretta élite dei gestori e degli sfruttatori delle ricchezze e delle risorse del pianeta e le masse sempre più ampie degli sfruttati e dei proletarizzati. In questo coerente progetto rientra la cancellazione degli Stati e la riduzione dei governi a "comitati d'affari" dei centri direzionali della gestione finanziaria, tecnologica e produttiva.
Due ostacoli si oppongono a quest'ideologia brutalmente ipermaterialista, che Edward N. Luttwak ha definito "turbocapitalista": la Chiesa cattolica e alcuni ambienti islamici, con i loro pervicaci caratteri solidaristici, antindividualisti e antiutilitaristi.
Riuscirà il turbocapitalismo a batterli, svuotando e addomesticando la prima e sbaragliando - magari anche militarmente - i secondi? È probabile. La vera cosa interessante da vedere e da capire, sarà assistere a come il grossolano neofordismo di cui si alimenta l'ideologia turbocapitalista riuscirà ad affrontare la crisi delle forme di energia e di risorse planetarie, che a causa sua si vanno rapidamente esaurendo. Mi farebbe proprio piacere ascoltare le vostre giustificazioni e le vostre recriminazioni, o felici e ottimisti cantori del Domani Globalizzato, quando grazie a voi l'acqua e l'aria saranno diventati più preziosi del petrolio e dell'uranio, e dovremo combattere per respirare e per dissetarci. Allora, forse, apparirà chiaro che ai primi del Ventunesimo secolo avremmo dovuto sul serio procedere a una rigorosa distribuzione delle ricchezze del pianeta e a una non meno seria programmazione dei consumi. Altro che ingegneristiche furbanterie di G8, di Wto e di Fmi, tese a perpetuare e a giustificare l'ingiustizia e lo sfruttamento.

Franco Cardini insegna Storia medievale all'Università di Firenze



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