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Quanto siamo disposti a rischiare per la libertà?
di Karl Ballestrem, docente di filosofia all'università cattolica di Eichstätt, Germania

Una nota famiglia della Germania del Sud ha potuto apprendere di recente da antichi documenti provenienti dall'archivio del castello, come si sono comportati i suoi antenati al tempo della Riforma. Quando questi riconoscevano da lontano un predicatore riformato che si avvicinava alla cittadina appartenente al loro dominio, montavano a cavallo, gli andavano incontro e lo impiccavano al primo albero disponibile. Può essere che un tale entusiasmo per il cattolicesimo apparisse a molti, già a quei tempi, esagerato, ma essi si sentivano con la coscienza perfettamente a posto, poiché ciò che facevano sarebbe dovuto servire sia alla salute dell'anima dei sudditi, sia all'ordine pubblico. L'esempio mostra ciò che molti a quel tempo pensavano e ci illumina, tra l'altro, su una questione ancora oggi attuale: "Avere la coscienza pulita" non vuol dire "Fare il giusto". Come tutti sanno, dopo la Riforma, è passato molto tempo prima che venisse trovata una soluzione duratura al problema del pluralismo religioso. Apparve innanzitutto plausibile, e così poi è avvenuto, che lo Stato e la Chiesa si unissero strettamente, e, attraverso la repressione, o l'allontanamento di coloro che professavano altre fedi,ripristinassero l'omogeneità sociale. Solo lentamente si è affermata la convinzione che, sia tramite la separazione fra Stato e Chiesa sia con il ricorso alla tolleranza nei confronti delle minoranze religiose, si potesse ottenere la giustizia e la pace nella società. È risultato particolarmente difficile alla Chiesa cattolica fare propria tale convinzione. Fino al Concilio Vaticano II la Chiesa concedeva la tolleranza solo nel caso in cui fosse necessaria. Chi crede di riconoscere in ciò una contraddizione, che si spiega solo per motivi d'opportunismo politico, si sbaglia di grosso. Tale atteggiamento è scaturito dalla preoccupazione della Chiesa di proteggere gli esseri umani da false dottrine. Per tale motivo valeva il principio: nessuna libertà per l'errore! Sullo sfondo di questo retroscena storico, la dichiarazione sulla libertà religiosa (Dignitatis Humanae) del Concilio Vaticano II appare come una dottrina parzialmente nuova. Per rispetto della dignità umana, che lascia al singolo la libertà di cercare la verità, la Chiesa dichiara il proprio accordo con i principi liberali della libertà religiosa in quanto diritto umano. Essa dichiara espressamente che questo diritto non vale solamente per coloro che cercano o hanno trovato la vera religione di Gesù Cristo, ma anche per coloro "che non adempiono il loro dovere di cercare la verità e di attenersi a quest'ultima". Libertà dunque anche per l'errore! Si potrebbe ritenere che la Chiesa, accordando all'errore la facoltà d'esistere, rinunci al proprio diritto di verità. Ma non è così. La Chiesa rinuncia solo a imporre tale verità ad altri. Ciò è conforme alla tradizione ecclesiastica dell'insegnamento nei confronti della fede dei singoli, ma la contraddice per quanto riguarda l'ordinamento statale. Lo stesso Pio XII ha ancora sostenuto il modello ideale di uno Stato cattolico, che conceda alla Chiesa una posizione privilegiata, e permetta alle altre confessioni l'esercizio privato della religione solo per il mantenimento del bene comune. Nello Stato cattolico la legislazione si sarebbe dovuta orientare al diritto naturale e divino, nel modo in cui questi erano stati interpretati dalla Chiesa cattolica (con la conseguenza che non solo l'aborto, ma anche l'adulterio, la contraccezione, l'omosessualità e la pornografia erano vietati e punibili per legge). In questo Stato non era il popolo a essere sovrano, ma Cristo Re nei confronti del quale tutti - in particolare i politici - avrebbero dovuto sentirsi obbligati. La dichiarazione sulla libertà di religione è stato il testo più discusso del Concilio. Si formarono tre gruppi. Il gesuita Courtney Murray, è stato l'ispiratore di un ampio gruppo di vescovi che sosteneva un'opinione coerentemente liberale, secondo il modello costituzionale statunitense . Il cardinale Ottaviani e l'arcivescovo Lefebvre appartenevano a un secondo gruppo che esercitò una radicale opposizione ai liberali. Tra questi due gruppi estremisti, una schiera di padri conciliari che accoglievano con soddisfazione la libertà di religione poiché considerata diritto umano universale e, allo stesso tempo, intendevano rendere comprensibile che in questo non si faceva alcun riferimento a un relativismo in materia di moralità. A questo terzo gruppo apparteneva il giovane arcivescovo di Cracovia Karol Wojtyla il quale non ha smesso, anche in veste di Papa, di sostenere questa posizione moderata.
In quanto vescovo in uno Stato comunista, conosceva il valore della libertà di religione ottenuta combattendo duramente. Da allora la difende come diritto umano fondamentale che deriva dalla "trascendenza della persona nella sua dignità". Egli critica chi vuole soffocare la libertà altrui facendosi unico detentore della verità. "La Chiesa non chiude gli occhi neppure di fronte al pericolo di fanatismo o fondamentalismo di coloro che credono di poter imporre ad altri la loro concezione su cosa sia vero e giusto, in nome di una presunta ideologia scientifica o religiosa. La verità cristiana non è di questa natura" (Centesimus Annus 46). Fides et Ratio dà un'impressione di ciò e con quale alta pretesa si presenta l'insegnamento cristiano: poter dare risposte alle ultime domande dell'esistenza umana con mezzi appartenenti alla fede e alla ragione. Chi si presenta con una tale pretesa, in un mondo del pluralismo moderno, della indifferenza post-moderna, della specializzazione e della cultura del dialogo, verrà percepito come una strana roccia primitiva ma anche come una minaccia. Chi rappresenta una tale opinione, con la pretesa di essere nel giusto, è oggi ritenuto da molti nemico della libertà e verrà identificato come un fanatico o un fondamentalista. Non è invece, al contrario, singolare quando i liberali fanno del relativismo la condizione necessaria per la libertà politica? Se tutto è relativo allora, probabilmente, lo è anche il valore della libertà. Non si trova proprio all'inizio della nostra moderna cultura dei diritti umani la frase: "We hold these truths to be self-evident"? E non è una buona abitudine dei nostri Stati di diritto che a coloro che mettono in discussione le libertà fondamentali dei loro concittadini, anziché offrire il dialogo offrono il carcere? Per il resto il Papa si trova in buona compagnia ancora su un altro aspetto quando, proseguendo sulla strada di un'antica tradizione cristiana, resta fedele alla verità di una metafisica umana. Teorici del totalitarismo quali Hannah Arendt e Eric Voegelin sono arrivati alla conclusione che proprio i soggetti ciechi di fronte alla realtà, disorientati e sradicati, non resistono alla tentazione totalitaria e alla seduzione utopistica. La pretesa di verità dell'insegnamento cristiano non rappresenta alcun pericolo per la libertà, dei cristiani come dei non cristiani. Il cristianesimo sottolinea il valore della libertà, oggi più e meglio di prima, anche il valore della libertà politica. Affinché gli uomini non siano condannati alla libertà (Sartre), ma possano vivere in libertà, devono cercare la verità in senso esteso e, allo stesso tempo, esistenziale. Se questi riconoscono, con l'aiuto di una ragione illuminata dalla fede, che l'essere umano è la creatura prediletta, l'immagine di Dio, riconoscono che qualunque essere umano, pur così debole, gode di un'incomparabile dignità. La libertà morale del cristiano non significa perciò, in alcun modo, autonomia morale nel senso che gli esseri umani possono creare beni e stabilire norme senza riguardo nei confronti dell'ordine creato. Si tratta invece di un assoggettamento volontario alla legge di Dio e alla legge morale naturale. Ciò che il Papa dichiara riguardo alla libertà in generale, ha valore anche per la libertà politica, la quale può portare solo ordine giusto e pacifico se questa viene compresa come assoggettamento volontario del popolo a una costituzione orientata ai diritti fondamentali e, infine, all'inviolabile dignità dell'essere umano. Contrapponendosi all'opinione in base alla quale l'agnosticismo e il relativismo sono la base più adeguata della democrazia, il Papa evidenzia come "nel caso in cui non ci fosse una verità ultima che guida l'azione politica dandole un orientamento, le idee e le convinzioni potrebbero venir facilmente sfruttate illecitamente per fini di potere. Una democrazia senza valori si trasforma facilmente, come dimostra la storia, in un totalitarismo dichiarato o subdolo" (Centesimus Annus 46).
Non c'è dubbio: il Papa difende lo Stato democratico contro le ideologie totalitarie, accanto alle quali colloca anche gli ideali di sovranità popolare di matrice radical-democratica. Ma non c'è così il rischio che rimanga nell'immaginario dell'insegnamento ecclesiastico il modello di un'omogenea società cattolica all'interno di uno Stato che concede alla Chiesa il monopolio di definire il comune fondamento dei valori? Credo che la risposta a queste domande si possa desumere sia dagli scritti didattici del Papa: 1) La Chiesa conosce il prezzo della libertà e lo deplora. È pronta ad accusare quando in Stati democratici vengono violati diritti fondamentali e viene minacciato il bene comune. Parla sempre di "scandalo dell'aborto", ma anche della mancanza di giustizia sociale o dell'immoralità dei politici che fanno prevalere i propri interessi privati e di partito su quelli della comunità (Centesimus Annus 47). 2) La Chiesa è pronta a pagare questo prezzo. Non esorta mai a limitare il pluralismo e la democrazia al fine d'ottenere l'affermarsi della propria verità. In Paesi nei quali la Chiesa, dopo il 1989, ha pensato alla possibilità di pattuire privilegi in stretta collaborazione con il potere, d'ottenere immediata influenza sulla politica e di limitare i diritti democratici di gruppi, religioni e rappresentanti d'ideologie differenti, il Papa ha consigliato di mantenere la dovuta distanza dal potere. 3) La Chiesa insegna e annuncia ciò che ha riconosciuto come verità, e utilizza tutti i mezzi di un sistema pacifico e democratico, per convincere altri a esercitare un influsso sulla coscienza giuridica della popolazione e sulle leggi dello Stato. Nello stesso tempo rispetta la libertà e l'opinione di altri. "Il cristiano vive la libertà e le presta servizio affinché possa sempre offrire la verità che egli, fedele alla sua missione, ha riconosciuto. Nel dialogo con altri individui presterà attenzione a ogni contributo di verità che egli incontrerà nella storia umana e nella cultura del singolo e delle nazioni; non rinunzierà però a rappresentare tutto ciò che gli hanno insegnato, la sua fede e il corretto uso della ragione" (Centesimus Annus 46).




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