![]() | Tra tanti Papi incompresi vince la sua idea di libertà di Giulio Andreotti, senatore a vita Scrivere di un Papa vivente, specie se si è convinti di dovere esprimere obiettiva ammirazione, è difficile. Si rischia di apparire soggetti al "servo encomio". Rammento in proposito una critica che feci alla biografia di Pio XII di mons. Gilla Gremigni, mentre mi piacque moltissimo il disincantato volumetto di don Primo Mazzolari ("Anch'io voglio bene al Papa"). Povero Pio XII! Non lo si lascia riposare in pace negandone coraggiose benemerenze e imputandogli a torto silenzi e omissioni. Ma forse facciamo male, per difenderlo, a cadere nella trappola polemica di questi detrattori che sono ispirati - lo sappiano o no - a una faziosa interpretazione della risposta che dette a chi voleva una parola di sostegno alla causa degli Alleati. A parte che la Chiesa non si esprime sulle guerre, dopo la vittoria chi avrebbe imperato in Europa sarebbe stato Stalin e non gli altri. Ritenere questa una indulgenza verso Hitler è iniquo. Gli è che riteneva comunismo e nazismo ambedue nefasti. Ed è assurdo chiedere tra due epidemie se si consideri più grave la peste o il colera. Ma il mondo contemporaneo vive di immagini. Così, accanto a formidabili virtù di Giovanni XXIII, si lascia da qualcuno astutamente accreditare il profilo di un aperturista, dalle maniche larghissime e da quasi indifferentismo globale. Quando un giorno ho invitato un sacerdote troppo libertario a leggere alcuni passi del documento finale del Sinodo Romano, mi ha garbatamente accusato di approssimazione, avendo io rammentato l'obbligo per il clero di non mimetizzarsi nell'abbigliamento e di avere sulla testa almeno uno zucchetto. Ho inviato al reverendo il testo integrale, che ho peraltro trovato solo in lingua latina. Non so se sia stato tradotto in volgare. Di Paolo VI si continua spesso a scrivere che era di carattere incerto, anzi amletico. È storicamente più giusto dire invece che la sua grande sensibilità culturale e umana gli rendeva dolorosa ogni espressione di contrasto, ma mai su questioni importanti fu transattivo o indulgente. Soffriva in silenzio e sulle fuoriuscite dagli obblighi di Stato si ispirava al monito divino per cui va auspicata la conversione e non la morte del peccatore. Il brevissimo pontificato di papa Luciani, mentre nel nome scelto significa sintesi tra gli ultimi due predecessori, ha un significato profondo nella storia della Chiesa. Un Conclave che dopo quattrocentocinquantacinque anni avesse scelto direttamente uno straniero sarebbe stato identificato come antitaliano, suscitando polemiche feroci e persino censure alla Democrazia cristiana. Ma non solo è vero che quei trentatre giorni di Giovanni Paolo I lasciarono una profonda traccia (nel catechismo popolare dei suoi discorsi, ad esempio, con l'immagine ardita e toccante di Dio-Madre) ma la scelta successiva operata dallo stesso Collegio di cardinali evitò qualsiasi vera o pretestuosa speculazione. Conoscitore di Roma e della nostra lingua, Giovanni Paolo II veniva dalla Chiesa perseguitata e poteva con un carisma unico farsi difensore degli umili in un concetto di umanesimo integrale, nel quale la socialità è nello stesso tempo costitutivo essenziale e punto di riferimento universale. Ai partecipanti alla Conferenza dell'Unione interparlamentare nel 1982 affidò questa fondamentale definizione: "La libertà religiosa non è che una delle facce di un prisma unico di libertà. Senza libertà generale non si ha libertà religiosa e senza libertà religiosa non esiste libertà". Tra tanti discorsi, moniti ed encicliche di questi ventitre anni sono le parole che più mi hanno colpito. ^ top | |