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Come moderno un Papa antimoderno
di Biagio de Giovanni

Il ruolo acceleratore della Chiesa nella crisi del Novecento
Che cosa rappresenta il papato di Giovanni Paolo II di fronte alla modernità? a un mondo così lontano da una professione di fede? e nel quale però egli è entrato con tutta la forza - e certe volte quasi si direbbe la violenza - della sua personalità carismatica? Spesso, la sensazione è semplicemente quella di un contrasto, un conflitto irriducibile, come di una potenza tutta esterna che si mette in cammino, raccoglie lungo il suo percorso ciò che di quel mondo crede di vedere, ma alla fine contrapponendovisi in forma aspra, dichiarata. In questo, Giovanni Paolo II ha portato non solo uno stile diverso dai pontefici che lo hanno preceduto, ma una diversa visione che sembra accompagnarsi a un personale tragitto. Giovanni XXIII e Paolo VI sono stati, in modi differenti, due interpreti "moderni" della modernità, ambedue - può sembrare paradossale per un pontefice - coinvolti in una interpretazione "dall'interno" della laicità, il primo con un Concilio che intendeva liberare la Chiesa dal peso onnivoro di una gerarchizzazione della verità, aprendo alle "verità" del mondo; il secondo, attraverso una visione austera e ascetica - ma laicamente ascetica - della parola della Chiesa, altamente intellettualizzata, e insieme continuamente messa in rapporto con la semplice profondità del messaggio evangelico.
Intorno a questi due Pontefici, il mondo si presentava con una sua relativa stabilità, diviso nei grandi scontri di egemonia che si andavano però progressivamente allentando nella necessità del compromesso. Ma gli spazi del mondo erano abbastanza rigorosamente strutturati, la storia mondiale non lasciava scenari troppo aperti o interrotti, e questo stato di cose faceva intravedere un "ordine" mondiale nel quale i ruoli delle diverse potenze - Chiesa compresa - erano, non dico prestabiliti, ma certo disegnati intorno a strutture forti, che in una certa misura erano pure conservative di un equilibrio. Solo in questo quadro si può comprendere l'azione di quei due Pontefici, che avevano nel mondo comunista un interlocutore storico.
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Dopo il 1989 tutto muta, ed è ben conosciuta la rilevante influenza dell'azione di Giovanni Paolo II sull'esito delle vicende che culminarono in quell'anno. Se si volesse qualificare in una prima direzione il suo rapporto con il mondo moderno, ecco una prima riflessione: Giovanni Paolo II ha interpretato politicamente e criticamente il ruolo della Chiesa, collocandola dentro la crisi del Novecento, come un suo acceleratore. Certo, l'origine polacca del Papa ha avuto un ruolo non indifferente, ma qualunque sia l'intreccio delle cause, sicuramente Giovanni Paolo II ha collocato la Chiesa nella modernità come una potenza politica, decisa a influire direttamente sulla vita storica dei popoli, e ha contributo in questa direzione a chiudere i conti con la storia del comunismo, con la quale aveva intrecciato un complicato rapporto culturale e "teologico". La forza della Chiesa è stata coinvolta e impegnata direttamente entro il mutamento strutturale del mondo moderno, come non era avvenuto mai prima nel Novecento, quasi che lo stesso atteggiamento teologico di questo Pontefice fosse insofferente a troppe distinzioni, e anelasse a riprender possesso della storia, una forza reale capace di inserirsi e influire su una crisi obiettiva. Mai come con Giovanni Paolo II, la Chiesa è apparsa, a creder mio, potenza politica mondiale, e se si parla del suo rapporto con la modernità, questo sarebbe un primo orizzonte da approfondire, non scevro di conseguenze sulla stessa visione dei compiti della Chiesa, che esce allo scoperto, vuole stare nelle cose, mantenendo il primato di una visione teologica la quale intende misurarsi con le potenze obiettive della terra, per conquistare influenza in un mondo che torna a manifestarsi fluido.
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Dopo le vicende seguite al 1989, tutto ciò è diventato veramente manifesto, e ha preso una direzione precisa sulla quale bisogna soffermarsi. È l'irrompere del globalismo che diventa preminente. Per la prima volta in modo integrale, il globalismo diventa forza pratica unificante della storia, e capace - se si vuole - di destorificare la storia. Il pontificato di Giovanni Paolo II, in quanto ha sicuramente accelerato la crisi del comunismo, ha pure contribuito a che questa potenza pratica si installasse saldamente nella stessa forma del mondo. Ma dal momento in cui questa potenza è diventata reale, l'azione del Pontefice si è sforzata di disegnarsi su di essa, in una direzione che può essere rappresentata così: globalismo visibile nell'azione della Chiesa, che ha rotto ogni confine, non più solo o tendenzialmente Occidente, non più solo Terzo Mondo, ma il mondo nella sua unità senza confini, nelle sue diseguaglianze sempre più drammatiche, nei suoi orizzonti sconfinati. I viaggi, le encicliche su tutti i più diversi problemi, i concistori con diecine e diecine di nuovi cardinali d'ogni parte del mondo immessi nel comando della Chiesa, tutto è andato in una direzione onnivora, dietro la quale c'era (c'è) una interpretazione del mondo contemporaneo, visto come indebolito nelle sue strutture di rappresentanza, snervato nei suoi tratti fortemente politici, multiversum senza forma e senza memoria, nel quale solo l'unità carismatica di un Messaggio può penetrare, se convinto della propria trascendente verità, sovraccarica peraltro di mediazioni: culti mariani, beatificazioni e celebrazioni di santi, tutto un mondo di Mediatori che si rafforza e arricchisce, come a riempire vuoti di rappresentanza altrimenti incolmabili, spazi che un Evangelo più semplice lascia liberi per facilitare il dialogo diretto con il Dio della Croce. Quello che è stato guardato come il neo-medievalismo della Chiesa, sembra legato proprio all'atteggiamento di questo pontificato verso il mondo diventato globale. Si tratta di un passaggio particolarmente significativo, quanto più si tenga presente che di "neo-medievalismo" si parla anche ad altro proposito, per quelle teorie del potere le quali muovono dall'idea che, finita la storia della sovranità, ogni potere oggi debba fare i conti con la moltiplicazione dei micropoteri, dei corpi intermedi, nel quadro di una perdita di senso della rappresentanza politica. In relazione all'atteggiamento della Chiesa cattolica, questo punto è dirimente: essa ha subito interpretato il globalismo come straordinaria occasione per rientrare nella veste di una potenza formata in un mondo senza confini, dove non si trovano più invalicabili frontiere o Stati-nazione forti di una propria consolidata identità, e moltitudini di uomini possono esser colti nella loro talvolta sofferta coralità, ed esser presi in un discorso di speranza e insieme di potenza. Al globalismo risponde il neomedievalismo della Chiesa, che indica quanto la Chiesa di Giovanni Paolo II abbia afferrato la crisi della "modernità organizzata" e cerchi di farsi spazio come potenza universalizzante, che deve tener conto, assai meno di prima, di tutto un terreno di mediazioni, le quali erano necessarie in un mondo fortemente strutturato. Il neomedievalismo della Chiesa comprende pure una dinamica possibile di processi di evangelizzazione di collettività (in società spesso disperate e misere), dove è caduta la speranza della mediazione politica, legata ai vecchi equilibri e scontri per le diverse egomonie: si pensi solo, per fare un esempio politico di prima grandezza, a quanto ha giocato il ruolo dell'Unione Sovietica nel Terzo Mondo per decine di anni e ai vuoti che si sono aperti con la sua fine. La Chiesa cattolica sta nel mondo con la consapevolezza della sua globalità, e in questo senso essa sembra tornare come Chiesa medievale, unico potere unico, cui spettano pure nuovi compiti di critica verso quell'altra unica potenza (il mercato) che sembra aver corso nella storia: Chiesa e Impero ancora una volta a confronto? È il globalismo che ha mutato il rapporto fra Chiesa e mondo contemporaneo, e alla sua irruzione non poco ha contribuito l'azione del Pontefice attuale.
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Ma in quello che ho chiamato neomedievalismo, c'è anche dell'altro, che tocca più direttamente l'idea che Giovanni Paolo sembra avere della modernità, dal punto di vista di una visione generale. La sua azione non va guardata solo in rapporto a quella che può definirsi come la risposta a un mutamento della morfologia e della struttura del mondo, bensì è immanente alla sua idea della modernità, che traspira da ogni suo atto concreto e dalla visione del mondo che egli trasmette. La raccoglierei in una idea dominante: pessimismo sul moderno; ansia di fronte ai processi di scristianizzazione che esso induce; risposta, dunque, che da un lato rivaluta la Chiesa-gerarchia, la cui interna struttura va difesa e rafforzata come una sorta di riduzione delle fede, dall'altro si getta nel mondo, con la forza della profezia apocalittica, nel contatto diretto con masse sterminate, bagni di folla che sono il contraltare di quel terribile rischio presente ormai dappertutto, dato nell'allontanamento degli uomini in una secolarizzazione senza valori e senza difese. Con una espressione ancor più determinata, è la secolarizzazione moderna ciò che induce l'attuale Pontefice a quel pessimismo profondo sul suo destino, cui fa da controfaccia la concentrazione del suo pensiero in una fede che chiede "plebiscito", grandi atti pubblici, raduni dove un numero immenso di persone (si pensi al Giubileo dei giovani) testimoniano una fede. In tutto questo, insisto, non c'è tanto la serenità dell'incontro, ma la chiamata a raccolta del popolo cristiano, mentre tutto intorno i sentimenti e i pensieri degli uomini sembrano preparare agnosticismo e allontanamento senza precedenti dell'umanità dalla fede. Anche su questo, lontananza profonda da Giovanni XXIII e Paolo VI. Giovanni XXIII aveva spinto assai avanti la sua idea di laicità, egli amava il mondo moderno come lo può amare un cristiano che ha rigettato ogni integralismo, apprezzando nella dimensione laica una condizione dello spirito cristiano - non la premessa di una necessaria e cattiva secolarizzazione -, l'elemento determinante di una separazione fra "sacro" e "profano", per cui proprio il compimento della laicità garantisce più di ogni altra cosa la libertà del cristiano, secondo una ispirazione luterana che non voglio certo attribuire a papa Giovanni, ma che - con le forme sue - stava dentro la sua sensibilità. Paolo VI, il seguace di Maritain, accoglieva del moderno la sua dimensione umanistica, intellettualmente umanistica, raffinatamente legata al mondo di quelle rappresentazioni. Nessuna apologia del moderno, ma anche qui una tendenza a distinguere, a stare dentro il moderno per mettere in movimento, nel suo divenire, nella sua storicità, una interpretazione della vicenda umana che non gli si dovesse semplicemente - e tragicamente - opporre. L'umanesimo cristiano era la sua cifra, ma se c'è un pontefice che mette in mora questa cultura, quello è Giovanni Paolo, in questo senso Pontefice antimoderno, non perché non cerchi di comprendere il mondo che gli sta dinanzi, ma perché lo afferra attraverso categorie "integrali", dogmatiche, nelle quali il divenire del moderno è inchiodato e fissato, senza che si manifesti una vera volontà di penetrazione. Quel legame con il mondo attuale, attraverso il filtro del globalismo, finisce con il rappresentare la celebrazione di una caduta della sua storicità, l'assunzione del mondo come un tutto, con il quale si entra in rapporto attraverso il discorso della "gerarchia" interprete della verità. Si potrebbe dire che Giovanni Paolo II avverte la tragicità del moderno, e cerca, senza trovarla, una lettura adeguata a questo suo tratto. Forse la sua "modernità" sta qui, la sua capacità di suggestione in questa miscela di antichi richiami e di comprensione di una crisi di cui avverte il tragico divenire.
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Si pensi al problema della scienza e ai nuovi contrasti insorti in questi anni, dalla bioetica agli embrioni, all'insieme delle questioni che si annodano intorno al tema della vita. Che cosa di più incisivo per comprendere il rapporto del Papa con la modernità? Si potrebbe rispondere alla domanda con uno schema forse troppo consueto per spiegare tutto: la Chiesa che combatte la libertà della ricerca, Chiesa e scienza come mondi che tornano a opporsi. Pezzi della storia del mondo moderno, da Bruno a Galilei a Vanini, che sembrano tornare in forme ovviamente diverse; pentimenti che vanno in fumo. C'è del vero, in questo eterno ritorno, e come! Ma forse non è una verità che copre l'intera dimensione del problema. Anche qui, una tragica visione della scienza come potenziale manipolazione della vita, il tentativo di contrastare una modernità che sembra andare non si sa verso dove. E il senso del tragico, in un mondo che nevroticamente lo allontana da sé. È difficile semplificare, come si potrebbe essere tentati di fare. Il pontificato di Giovanni Paolo rappresenta questa irta connessione di opposti, questo escludere-includere, questo allontanarsi dalla comprensione e calarsi tutto dentro di essa. Il Pontefice che sembra qualche volta intuire il possibile prevalere del secolarismo agnostico, e proclama a voce altissima - dall'interno della sua visione - il deserto della storia che ne deriverebbe.

Biagio de Giovanni insegna Storia delle dottrine politiche all'Università di Napoli



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