Sì alla globalizzazione (se non è esclusiva)
di Robert Sirico
Perché non è vero che Wojtyla sia contro la mondializzazione
I tormentoni in politica vanno e vengono, ma da un po' di tempo a questa parte uno ha conquistato la scena: la globalizzazione (1). La parola mette assieme sia una designazione geografica quanto una prospettiva filosofica, e in tutt'e due i casi implica uno slittamento d'attenzione dallo Stato nazionale verso questioni internazionali e multinazionali. È una parola che ha dimensioni sia positive sia normative: essa sembra abbracciare la realtà contemporanea di un'integrazione economica internazionale e l'impossibilità di un'economia autarchica, e le conseguenze che questo dato di fatto incontra sia in termini di biasimo che di elogio. "Globalizzazione" viene usata poi come antonimo di isolazionismo o nazionalismo, parole che sono analogamente strette fra il significato e la funzione delle frontiere nazionali. Al di là di questo aspetto, c'è qualche dubbio che le parole rispecchino davvero un'agenda politica coerente. Uno può essere a favore di una pace globalizzata o di una guerra globalizzata. Del libero scambio globalizzato o di un protezionismo globalizzato. Di un capitalismo globalizzato, o di un socialismo globalizzato. Andiamo a considerare alcune applicazioni della parola "globalizzazione" in diverse condizioni politiche ipotetiche, ma non del tutto irrealistiche. La moneta di un Paese asiatico è in caduta libera, ed è stato suggerito che la Federal Reserve americana intervenga in aiuto di questa moneta sui mercati di scambio internazionali. Coloro che si oppongono a provvedimento sostengono che così facendo si farebbero dei danni sul piano morale: il Paese asiatico in questione non migliorerebbe lo stato dei proprio conti, e continuerebbe di conseguenza sulla strada dell'inflazione. Chi propone invece un provvedimento del genere denuncia chi non è d'accordo come "isolazionista anti-globalista", nonostante la questione del libero mercato internazionale non sia in discussione. La Banca mondiale sta finendo i soldi, avendo riposto la maggioranza dei suoi liquidi in progetti infrastrutturali nelle nazioni in via di sviluppo che hanno fallito e non hanno generato profitti. Inoltre, la Banca mondiale sta progettando altri interventi con l'obiettivo di salvare dalla bancarotta alcuni Paesi, che nonostante ripetute iniezioni di denaro da Washington stentano a decollare. Chi si oppone a una politica del genere sostiene il libero mercato, ma non il sogno di un management mondiale esercitato da agenzie internazionali, chi invece sostiene tali politiche comincia a disegnarne un rozzo ritratto, e intona la cantilena che coloro che si oppongono a maggiori sussidi siano soltanto nazionalisti e isolazionisti che rigettano la globalizzazione. Gli Stati Uniti lanciano bombe contro una nazione africana il cui leader non è stato eletto democraticamente, e lo fanno perché suppongono che il leader in questione abbia aperto le porte del suo Paese al riciclaggio di denaro sporco. Le bombe colpiscono aree in cui vivono i civili e distruggono infrastrutture importantissime per la popolazione. I raid sono seguiti da anni di sanzioni economiche che hanno come risultato decine di migliaia di morti. I sostenitori di questa politica imbracciano il globalismo come il loro credo morale, mentre a chi vi si oppone, viene rinfacciato di ignorare le responsabilità mondiali dell'America. L'Agenzia per lo sviluppo internazionale, un altro organismo governativo, interviene in un'area economicamente depressa dell'America Latina. Osservando la disparità fra popolazione e cibo a disposizione, l'Agenzia decide che è necessaria una campagna per il controllo delle nascite. I membri del Congresso sono oltraggiati che il denaro dei contribuenti americani venga usato per promuovere una politica denatalista, e tagliano i sussidi a questa Agenzia, che risponde denunciando i politici come contrari alla globalizzazione. Da questi esempi, dovrebbe essere chiaro che nessun'etica politica può essere identificata come costantemente "globalista" o costantemente "nazionalista". Favorire il libero scambio e lo sviluppo mondiale può essere "globalista" ma, allo stesso tempo, non si può dire che favorire una politica internazionale pacifista oppure opporsi a nuovi stanziamenti per le agenzie internazionali sia opposto rispetto alle coordinate filosofiche di un'economia globale. Essere "isolazionista" sulle questioni riguardanti guerra e pace non significa necessariamente essere a favore del mercantilismo e del protezionismo come politiche economiche. Uno può essere globalista in economia ma isolazionista per quel che riguarda l'uso delle agenzie militari e internazionali.
Sulla destra dello spettro politico, negli Usa, noi troviamo gruppi che rigettano la globalizzazione in economia e l'uso dell'esercito nei conflitti stranieri (2), e allo stesso modo troviamo chi sostiene l'isolazionismo in economia e supporta costantemente l'uso della forza come mezzo di politica internazionale (3). A sinistra, invece, non è raro trovare gruppi che rigettano sia la globalizzazione economica sia l'interventismo militare, ma invece simpatizzano con la pianificazione internazionale patrocinata dall'Onu (4). Nessun dubbio che vi siano molte combinazioni politiche che possono essere citate su questa falsariga, ognuna delle quali fallisce nel distinguere fra forme desiderabili e forme indesiderabili di globalizzazione. Questa ambiguità terminologica, ma non la stessa confusione intellettuale, si riflette analogamente nel pensiero cattolico. Dobbiamo fare qualche distinguo. La Chiesa, guidata da Giovanni Paolo II, ha costantemente abbracciato la globalizzazione fino a che è coerente con il pensiero sociale cattolico (5). Quando invece non è coerente con questo insegnamento, la globalizzazione è dichiarata in contrasto con la dignità e i diritti umani. Intendo dimostrare che questa posizione è interamente condivisibile e consistente logicamente. Andiamo a vedere alcuni recenti esempi dell'uso delle parole "globalista" e "globalizzazione" nelle prese di posizione della Chiesa.
Il 30 giugno 2000, l'arcivescovo Diarmuid Martin, allora segretario del consiglio pontificio per Giustizia e Pace, parlò alla sessione speciale dell'Assemblea generale delle Nazioni Unite a Ginevra. Disse: "Nessun settore della società può da solo essere risolutivo in modo soddisfacente. Da Copenaghen, in cinque anni, noi abbiamo inoltre compreso che nessuna nazione singola o blocco economico può sperare di risolvere problematiche che hanno ormai assunto una dimensione globale. Dev'essere creata un'autentica comunità internazionale in cui ciascun settore e ciascuna nazione si assuma ruolo e responsabilità appropriati, in un quadro d'insieme di solidarietà e rispetto per i diritti e la dignità di ogni persona. Ora più che mai nella storia umana noi abbiamo bisogno di un ordine internazionale in cui le relazioni fra gli Stati siano basate sul rule of law e sul rispetto per norme su cui vi sia ampio accordo internazionale e che siano basate su solidarietà e fiducia reciproche. Tutti gli Stati, ricchi o poveri, devono avere ugual accesso al processo di decision making nel mondo globalizzato. Il termine "globale" deve diventare sinonimo di "inclusivo"! Per usare le parole di papa Giovanni Paolo II, abbiamo bisogno di "globalizzazione con solidarietà, globalizzazione senza marginalizzazione". Non c'è, infatti, nessuna alternativa sostenibile alla solidarietà. L'altra opzione sarebbe un mondo basato su relazioni protezionistiche, a loro volta fondate su paura, sospetto ed esclusione" (6).
In questi commenti noi troviamo un'enfasi sulla solidarietà del popolo nelle sue relazioni politiche ed economiche. È questa solidarietà - il loro interesse comune come gruppo unito da una missione e da uno scopo - che viene identificata con la globalizzazione. Il protezionismo è giustamente condannato come suo opposto, perché, con politiche del genere, alcuni produttori hanno dei benefici a spese di altri produttori e di consumatori che non sono sussidiati. L'ordine internazionale cui ci si richiama nelle parole dell'arcivescovo Martin non è quello delle agenzie internazionali, ma piuttosto costituisce una cornice giuridica consacrata sia alla fiducia reciproca che all'inclusione di tutti i popoli. La validità dell'ordine globale viene giudicata in base al parametro relativo a quanto sia inclusiva, se accoglie ricchi e poveri o, al contrario, marginalizza un segmento della popolazione (per esempio: il protezionismo, che esclude i non-protetti).
Il punto è stato poi elaborato qualche mese dopo dall'arcivescovo Renato Martino, che ha parlato davanti all'Assemblea generale delle Nazioni unite, il 28 settembre 2000. "È chiaro che nessun Paese ha mai avuto uno sviluppo di successo rigettando le opportunità offerte dallo scambio internazionale e dagli investimenti esteri. Allo stesso tempo, comunque, l'inserimento nell'economia globale non è una panacea che assicuri uno sviluppo immediato garantito, e misure addizionali - interne quanto internazionali - sono necessarie perché la globalizzazione funzioni per tutti" (7). Ancora una volta, abbiamo una netta presa di distanza dalle misure protezionistiche e l'idea che il rule of law sia indispensabile per l'integrazione economica. La globalizzazione è considerata necessaria ma non sufficiente.
Papa Giovanni Paolo II ha toccato l'argomento, convergendo sulle stesse tesi. Il 4 giugno 2000, parlando ai giornalisti riunitisi per il Giubileo, ha detto che la globalizzazione offre grandi opportunità ma allo stesso tempo rappresenta il pericolo - per loro in quanto giornalisti - di diventare "più vulnerabili a pressioni di tipo ideologico e commerciale. Questo dovrebbe portare voi giornalisti a interrogarvi sul significato della vostra vocazione come cristiani nel mondo delle comunicazioni" (8).
Quindi noi dobbiamo vedere la globalizzazione come un fenomeno connesso alla commercializzazione, il Papa lo ha sottolineato ancora di più nei suoi commenti per il Giubileo dei lavoratori, il primo maggio 2000: "Le nuove realtà che stanno avendo un potentissimo impatto sul processo produttivo, come la globalizzazione della finanza, dell'economia, del commercio e del lavoro, non devono mai violare la dignità e la centralità della persona umana, e nemmeno la libertà e la democrazia dei popoli. Se la solidarietà, la partecipazione e la possibilità di guidare questi cambiamenti radicali non solo la soluzione, essi sono certamente la necessaria garanzia etica che così individui e popoli non diventano strumenti ma protagonisti del loro futuro. Tutto questo può essere raggiunto e, visto che è possibile, diventa un nostro dovere perseguirlo" (9).
Quello che va sottolineato qui, non è lo scetticismo verso uno sviluppo economico inarrestabile quanto piuttosto la tendenza opposta: il fatto che egli dica che l'economia di mercato è una realtà che va temperata, non rovesciata. Il primo di maggio, giornata che nella politica europea celebra le vittoriose battaglie dei socialisti, il Papa ha espressamente negato che gestire la transizione verso il mercato sia la soluzione ma, piuttosto, ha spiegato come questa transizione al mercato vada letta come parte di una garanzia etica: il mercato serve l'uomo, non viceversa.
Allo stesso modo, durante l'anno giubilare, il Papa ha parlato ai parlamentari dell'Unione europea (2 settembre 2000), e ha aggiunto al tema della solidarietà la preoccupazione per la sussidiarietà. "È occasione di grande soddisfazione per me vedere che il principio fruttifero della sussidiarietà è sempre più invocato. Esposto dal mio predecessore papa Pio XI nella sua celebrata enciclica Quadragesimo anno nel 1931, questo principio è uno dei pilastri del pensiero sociale della Chiesa. È un invito a distribuire responsabilità ai vari livelli dell'organizzazione politica di una data comunità - ad esempio: regionale, nazionale, europeo - in modo che solo quelle responsabilità che i livelli inferiori non sono in grado di esercitare soddisfacendo il bene comune siano trasferite a livelli più alti" (10). Qui abbiamo scoperto che la solidarietà, e dunque la globalizzazione, devono significare qualcosa al di là del consolidamento dell'istituzione del governo. La globalizzazione, a livello dei governi, deve essere regolata dall'imperativo morale che i diritti degli ordini inferiori siano rispettati nelle loro proprie funzioni.
Il tenore generale di queste considerazioni - la distinzione fra due forme di globalizzazione, una che è necessaria e l'altra che è potenzialmente pericolosa - è compatibile con la tradizione liberale classica (11). Perché anche il liberalismo classico parla di due tipologie di globalizzazione, una generalmente positiva e una generalmente negativa (12). Nella categoria generalmente negativa noi abbiamo la globalizzazione del governo e del settore pubblico finanziario. Sotto quest'etichetta possiamo includere: il potere e l'influenza della Banca mondiale, del Fondo monetario internazionale e, da un certo punto di vista, la World Trade Organization. Al punto che tutte queste istituzioni finiscono per imporre ai Paesi del Terzo mondo una determinata tipologia di regimi, regolatori e fiscali. Grazie alla Wto, regolamentazioni del lavoro e sull'ambiente sono state imposte a economie povere che non possono permettersele. Nella categoria negativa possiamo inoltre includere l'influenza di un singolo governo nella politica interna di altri Paesi. Con particolare riferimento a quei singoli Stati che intervengono in maniera da distruggere o inficiare il progresso politico e culturale di realtà meno fortunate. Certamente, non c'è nulla di male riguardo la diplomazia. Ma quando un Paese fa pressione politica o economica per imporre ad altri una condotta conforme ai suoi desideri, tutto il bene che viene dal processo di globalizzazione dei mercati viene distorto in una forma di dominazione imperiale, che causa ritorni di fiamma del nazionalismo. Inoltre le sanzioni commerciali, che il Santo Padre ha specificatamente condannato, sono veramente ingiuriose verso i poveri e sono controproducenti. Potenzialmente incompatibili con la forma positiva di globalizzazione sono i sussidi di cui beneficiano le imprese multinazionali che hanno base in un Paese ma operano in Paesi stranieri. Il Congresso americano, ad esempio, finanzia molti programmi per il marketing di prodotti oltreoceano, o che restringono l'accesso di beni stranieri nei mercati interni americani. Spesso gli Stati Uniti hanno sostenuto il peggior tipo di sviluppo economico, il tipo che è imposto ad altri Paesi anziché scelto dalle persone che ci vivono. In ultima istanza, in questa categoria, dobbiamo aggiungere l'influenza delle organizzazioni per lo sviluppo globale sulle politiche sociali adottate in particolari Paesi. Parlo per esempio dell'Agenzia per lo sviluppo internazionale, che impone il controllo delle nascite e incoraggia anche Paesi cattolici ad adottare politiche che permettano l'aborto legalizzato. Tali organizzazioni per lo sviluppo hanno distrutto ogni possibilità di sviluppo economico e culturale in molti Paesi. Questo tipo di globalizzazione esercita generalmente una cattiva influenza sul mondo in quanto esso destabilizza lo sviluppo di società e culture diverse. Esso toglie al popolo il potere culturale e politico e lo assegna a certe agenzie multinazionali. Non è necessario imporre omogeneità politica ai Paesi stranieri. Ciò finisce per creare conflitti e spesso porta alla guerra. Il peso di queste politiche, poi, ricade soprattutto sui più poveri. Queste politiche esacerbano il divario fra ricchi e poveri e vanno contro la loro domanda di giustizia. Portano a reazioni sproporzionate e autolesioniste in forma di nazionalismo aggressivo e protezionismo (13).
La seconda tipologia di globalizzazione, nella cornice del liberalismo classico, è quella che porta verso un libero scambio e una cooperazione economica e culturale. In questa categoria includerei l'economia di mercato internazionale. Il magnifico dispiegarsi dell'economia globale avviene spontaneamente quando degli uomini liberi cooperano per alzare il proprio livello di vita. Libero scambio significa l'espansione e la complicazione della divisione del lavoro, come la crescita della qualità della vita di tutti. Questo è sempre uno stupendo sviluppo sociale perché mostra l'infinita varietà di persone che ci sono al mondo, e consente alle persone di usare i loro talenti al servizio degli altri sulla base della cooperazione, non in virtù della coercizione. Questo permette a un numero sempre maggiore di persone di avere l'opportunità di migliorare le proprie vite, e quindi di ridurre la distanza fra ricchi e poveri.
Allo stesso modo, la globalizzazione tecnologica è compatibile con i diritti umani e il bene comune. Più che mai, i popoli del mondo dipendono l'uno dall'altro per fare progressi tecnologici. Non possiamo più dire che questo o quel prodotto sia stato costruito esclusivamente in un Paese. Virtualmente ogni prodotto di consumo si deve alla capacità produttiva di più di una nazione. Questi scambi promuovono un mutuo beneficio e la comune destinazione dei beni. La cooperazione economica e tecnologica non è l'unica base di una globalizzazione vigorosa. Uno dei più grandi miracoli dell'innovazione tecnologica è che essa ha decisamente accresciuto i contatti tra persone nel mondo con diverse culture. La miopia culturale è impossibile nel mondo di oggi. Questo rende assai difficile per i demagoghi attaccare Paesi e gruppi per usarli in qualche gioco politico. Questo dà potere ai cittadini contro coloro che vorrebbero opprimerli e diffonde i diritti umani e la giustizia sociale. L'immigrazione libera è un'altra faccia della globalizzazione che libera le persone dalla dannazione di venire intrappolate in quel loculo dove sono nate, e rende possibile ad alcuni di fuggire da regimi politici particolarmente oppressivi. La risultante diversificazione delle società aiuta a diffondere l'importante principio di sussidiarietà, perché è chiaro che una popolazione fortemente diversificata non può essere controllata da un singolo centro di potere. L'immigrazione libera rappresenta una valvola di salvezza rispetto alla tendenza verso il dispotismo.
La globalizzazione politica non va d'accordo con la solidarietà perché essa garantisce potere al governo e connette interessi, anziché la società e le persone che la formano. Non va d'accordo inoltre con la sussidiarietà perché essa centralizza il potere in mano ad alcune istituzioni non legate da vincoli di responsabilità. Viceversa, la globalizzazione economica, culturale e tecnologica - in un quadro d'insieme giuridico - è un inno alla solidarietà dell'intera famiglia umana e alla sussidiarietà perché permette che i problemi di un particolare gruppo possano essere risolti dalle istituzioni a esso più vicine. Questo tipo di globalizzazione - che possiamo chiamare globalizzazione del libero scambio, della cooperazione, e dello sviluppo culturale - è una grande conquista del nostro tempo, e ispira ottimismo verso il futuro.
La maggior parte delle tendenze politiche nel mondo di oggi riguardano entrambi gli aspetti della globalizzazione, il che dimostra perché è necessario che siano esaminati con attenzione ai dettagli e ai precetti morali. Nei casi citati all'inizio di questo saggio, noi possiamo vedere che ognuno di essi contiene un frammento di globalizzazione - alcuni meritori, altri no - ma il dibattito che li circonda è molto confuso riguardo le problematiche fondamentali. Infatti il dibattito oggi non distingue il mercato e i sussidi, l'integrazione economica internazionale dall'interferenza economica internazionale, lo scambio culturale e l'imposizione politica. Dimostra insomma di non aver preso atto né della posizione cattolica né di quella liberale sul tema della globalizzazione, posizioni fra le quali vi è una relazione molto stretta.
La più chiara dichiarazione sulla relazione fra le idee liberali classiche sulla globalizzazione e l'insegnamento sociale della Chiesa, viene dall'invito presentato da papa Giovanni Paolo II alle Nazioni unite, il 7 aprile 2000 (14). Sua Santità ha incominciato col sottolineare che i cambiamenti del nostro tempo non sono sostanzialmente diversi da quelli dei tempi passati perché "ci sono sempre state guerre, persecuzioni, povertà, disastri ed epidemie"; ciò che li rende diversi è "la cresciuta interdipendenza fra i vari Paesi del mondo" che ha dato a queste minacce ai diritti umani "una dimensione globale, che abbisogna di nuovi modi di pensare e di nuove tipologie di cooperazione internazionale". Ancora una volta, il problema non è la globalizzazione che porta "un'incredibile espansione del commercio mondiale e uno stupefacente progresso nei cambi della tecnologia, delle comunicazioni e dello scambio di informazioni". Ciò è "parte di un processo dinamico che tende ad abolire le distanze che separano popoli e continenti". E conduce "alla globalizzazione della società e delle culture" e promuove una "visione olistica dello sviluppo" che dirige la nostra attenzione oltre l'economia e verso le questioni relative alla giustizia. Comunque, "la possibilità di esercitare influenza in questo nuovo scenario globale non è equivalente per tutte le nazioni", e quindi le decisioni tendono a essere prese da un "piccolo, ristretto gruppo di nazioni". Le nazioni più potenti tendono a dominare le più deboli, "soprattutto in settori come la difesa della vita e la salvaguardia della famiglia" - un riferimento che sicuramente include i problemi dell'aborto e del controllo delle nascite, ma non si riferisce a essi soltanto. "I leader delle nazioni devono stare attenti a non sovvertire quello che la comunità internazionale e la legge hanno laboriosamente tessuto per preservare la dignità della persona umana e la coesione della società".
Qual è il ruolo delle Nazioni Unite, per estensione di altri analoghi corpi della legislazione o della diplomazia, in questo processo? Non è quello di un governatore, né di un dittatore e neppure di un corpo legislativo democratico. È piuttosto il ruolo di servire "come luogo di incontro per Stati e società civile". In questo modo, esso servirebbe come veicolo per la promozione della pace senza violare il principio di sussidiarietà. In questo invito del Papa, e in altri scritti della tradizione sociale cattolica, noi ritroviamo i temi della visione d'insieme del liberalismo classico, se possibile rinforzati: pace, libertà, scambio, diritti umani, solidarietà e sussidiarietà. E in base al principio di fondo del generale "diritto all'iniziativa economica" in cui ciascuno è chiamato a fare uso dei propri talenti e contribuire all'abbondanza dei frutti di cui tutti beneficiano (15), troviamo il sostegno per la visione di una globalizzazione che si sviluppa in modo libero e spontaneo e invece il rifiuto di una globalizzazione imposta o artificialmente consolidata. E questa distinzione fondamentale può dissipare la confusione che regna oggi sulla parola "globalizzazione".
Note
1)Su questo tema, si veda Thomas Friedman, The Lexus and the Olive Tree: Understanding Globalization (NY: Anchor Books, 2000), trad.it: Le radici del futuro, Mondadori, Milano, 2000;
2) Si veda Patrick Buchanan, The Great Betrayal: How American Sovereignty and Social Justice Are Being Sacrificed to the Gods of the Global Economy (NY: Little, Brown, and Co., 1998);
3) Tipiche in questo senso le posizioni di Edward Luttwak. Si veda: Edward Luttwak, The Endangered American Dream: How to Stop the United States from Becoming a Third-World Country (NY: Touchstone Books, 1994) e Luttwak, Turbo-Capitalism: Winners & Losers in the Global Economy (NY: Harperperennial, 2000), trad.it. Il turbocapitalismo, Mondadori, Milano, 2000;
4) Gli esempi sono molti, ma si veda in particolare James H. Mittelman, The Globalization Syndrome (Princeton: Princeton University Press, 2000);
5) Si veda: P. Cleveland, G. Gronbacher, et. al. A Catholic Response to Economic Globalization (Grand Rapids, Mich: Acton Institute, 2001); The Social Agenda: A Collection of Magisterial Texts, Rev. Robert A. Sirico, Rev. Maciej Zieba, eds. (Vatican Press, 2000);
6) L'Osservatore Romano, edizione settimanale in inglese, 12 luglio 2000, pag. 6;
7) L'Osservatore Romano, edizione settimanale in inglese, 11 ottobre 2000, pag. 4;
8) L'Osservatore Romano, edizione settimanale in inglese, 7 giugno 2000, pag. 1;
9) L'Osservatore Romano, edizione settimanale in inglese, 10 maggio 2000, pag. 4;
10) L'Osservatore Romano, edizione settimanale in inglese, 4 ottobre 2000, pag. 6;
11) Si veda: David Conway, Classical Liberalism: The Unvanguished Ideal (Londra: Palgrave, 1999); Ludwig von Mises, Liberalism: In the Classical Tradition (Irvington-on-Hudson, FEE, 1996 [1927]) trad.it Liberalismo, Rubbettino, Soveria Mannelli, 1997; Charles K. Rowley, Classical Liberalism and Civil Society (London: Edward Elgar, 1997);
12) Quest'argomento si basa sulla distinzione enucleata in un trattato contemporaneo: Razeen Sally, Classical Liberalism and International Economic Order: Studies in Theory and Intellectual History (Londra: Routledge Advances in "International Political Economy", 1998);
13) Le relazioni causali sono spiegate in: Wilhelm Röpke, International Order and Economic Integration (Dordrecht-Holland: D. Reidel Publishing, 1959), pagg. 94-115;
14) L'Osservatore Romano, edizione settimanale in inglese, 12 aprile 2000, pag. 4;
15) Centisimus Annus, 32, 34.
Robert Sirico è presidente e fondatore dell'Acton Institute (Grand Rapids, Michigan), studioso di libertà e religione
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