XX secolo: l'assalto all'identità
di Luigi Negri
La crisi delle coscienze personali coincide con la crisi della coscienza europea
Si è chiuso il secolo forse più anticristiano di ogni tempo, se ne apre un altro non meno incerto. Ma il secolo anticristiano, quel secolo che ha combattuto il cristianesimo prima con sistemi di pensiero e di prassi così apparentemente perfetti da illudere l'uomo di poter forgiare la storia con le sole forze della sua ragione, poi attaccando alle fondamenta lo spirito religioso dell'uomo e dei popoli con l'ideologia del relativismo morale e dell'indifferenza religiosa; quel secolo ha visto rinascere, dalle macerie dell'uomo distrutto e offeso nella sua dignità, la possibilità di una umanità nuova da vivere nell'oggi delle vicende del mondo. È l'annuncio del fatto cristiano. Il Magistero di Giovanni Paolo II è senz'altro la prima fonte di turbamento per la mentalità contemporanea, per la capacità con la quale ha saputo riproporre in forme nuove l'unico evento che costituisce da duemila anni il centro della vita della Chiesa e rappresenta una concreta possibilità di vita per l'uomo che vuole prendere sul serio il problema del proprio destino. Ormai più di vent'anni fa un cardinale polacco veniva scelto, contro ogni previsione, per guidare la Chiesa universale e subito il nuovo Papa polacco, inaugurando il pontificato, affermava che nell'imprevisto dell'Incarnazione e nel fatto della Redenzione stava e starà sempre fino alla fine dei tempi il senso della storia. L'umanità percepì subito nell'evento dell'elezione e in quell'annuncio fatto al mondo un segno concreto di speranza per il proprio desiderio di libertà. Il Papa ha percosso l'orgoglio occidentale, dicendo che l'uomo è naturale mendicanza del Mistero che fa tutte le cose e che l'ontologia della creazione culmina in modo definitivo nell'evento di Redenzione operata da Gesù Cristo. Del tutto sui generis, però, il metodo dell'annuncio. È stato lo stesso Papa della Redemptor hominis ad affermare che la novità scaturisce dalla tradizione e a forare l'orizzonte della sensibilità culturale contemporanea con una originalità di prospettiva che, parafrasando uno dei suoi più noti discorsi (vedi l'Allocuzione all'Unesco del 1980), porta davvero "al di là del cerchio e del significato contemporaneo della cultura occidentale sia mediterranea che atlantica".
L'enciclica Redemptor hominis appare oggi come il documento programmatico del pontificato, il centro in cui convergono le linee d'impostazione che si dipartono e che vengono sviluppate in tutte le opere successive del Magistero. Le pagine dedicate alla dimensione umana del Mistero della Redenzione sono capitali per interpretare il problema della natura e della vocazione dell'uomo in questo nostro tempo. Da una lettura dell'enciclica appare in modo chiaro che l'identità dell'uomo è come tale la grande questione irrisolta della modernità. Riandiamo con la mente all'eredità spirituale della civiltà occidentale che il secolo appena trascorso ha visto nella sua fase culminante e conclusiva, e ascoltiamone un bilancio nelle parole di Giovanni Paolo II. "Dove sono oggi i solenni proclami di uno scientismo che prometteva di dischiudere all'uomo spazi infiniti di progresso e di benessere? Dove sono le speranze che l'uomo, proclamata la morte di Dio, si sarebbe finalmente collocato al posto di Dio nel mondo e nella storia, avviando un'era nuova in cui avrebbe vinto da solo tutti i propri mali? Le tragiche vicende che hanno insanguinato il suolo d'Europa in spaventosi conflitti fratricidi; l'ascesa di regimi autoritari e totalitari, che hanno negato e negano la libertà e i diritti fondamentali dell'uomo; i dubbi e le riserve che pesano su un progresso che, mentre manipola i beni dell'universo per accrescere le opulenze e il benessere, non solo intacca l'habitat dell'uomo, ma costruisce anche tremendi ordigni di distruzione; l'epilogo fatale delle correnti filosofico-culturali e dei movimenti di liberazione chiusi alla trascendenza; tutto questo ha finito per disincantare l'uomo europeo, spingendolo verso lo scetticismo, il relativismo, se non ancora facendolo piombare nel nichilismo, nella insignificanza, nell'angoscia esistenziale". Il testo è del 1982, ma potrebbe essere stato scritto oggi. Si pensa ormai con aria compassata al "secolo delle ideologie" e l'espressione è diventata quasi uno stereotipo, una categoria filosofico-storica per pensare il Novecento. Ma dobbiamo vedere l'ideologia in modo completamente diverso ed essere molto più radicali. Ci viene ancora una volta in aiuto il Magistero del Papa. Sorprende che nel Magistero si parli allo stesso modo di crisi della coscienza personale come anche di crisi della coscienza europea. Come si può attribuire una coscienza a quella vecchissima realtà geografica, storica e culturale che è la nostra Europa, quando la coscienza è tradizionalmente considerata quella peculiarissima realtà propria soltanto dello spirito umano? C'è una spiegazione. L'identità della persona è rimasta coinvolta nel fenomeno di crisi degli archetipi dell'ethos europeo, nella grave perdita di identità della sua cultura. Nel corso della storia si è interrotta la corrente di significato che orientava l'identità personale alla Trascendenza e la coscienza personale ha subìto una flessione verso un orizzonte puramente mondano, interno al saeculum e alla sua logica di autonomia. Fin dai primordi delle nazioni europee, l'incontro con il cristianesimo ha fatto maturare in esse la consapevolezza che la coscienza vive per l'ideale, per la verità e il bene. Questo rapporto, prima del suo stravolgimento, verificatosi con lo sviluppo della linea ateistica interna alla modernità, ha cambiato e rigenerato le strutture elementari dell'ethos: la coscienza, gli atteggiamenti, i rapporti e i criteri d'azione di interi popoli sono stati ontologicamente definiti, nel corso della loro plurisecolare vicenda storica, dal rapporto con un ordine ideale percepito dai singoli e dalle società come riferimento essenziale per la loro vita. La nostra generazione ha vissuto in prima persona il dramma delle ideologie e sa che cosa esse significano. Oggi l'ideologia appare il retaggio di un recente passato che l'uomo contemporaneo vede in modo per lo più disincantato, un tempo ormai trascorso, irreversibile, estraneo alla sua vita. Questa posizione contiene però un grave errore di prospettiva, che non si deve sottovalutare. Al di là di una valutazione storica o puramente sociologica, l'ideologia è l'attacco più grave che possa essere inferto all'identità della persona, perché la vera natura dell'ideologia è la menzogna. Allora non è poi così lontana dall'uomo di sempre, perché la menzogna nasce nel cuore dell'uomo: l'uomo non è solo capace di bene, ma è anche capace di male. È la realtà, drammaticamente quotidiana, del peccato.
La menzogna investe la storia assumendo la forma dell'ideologia, ossia di una costruzione teorica e pratica, accettata come vera, che pretende di dare un senso esclusivamente intramondano alla vicenda umana. Il presupposto dissimulato di tutte le ideologie è che l'uomo non si comprende con il Mistero, ma soltanto con la sua propria ragione, con il suo sentimento, o con l'inconscio, o con l'istinto, o con un progetto politico e sociale. Il Magistero di Giovanni Paolo II contiene, nel suo mirabile inizio, la sorgente di luce che ha saputo illuminare un tempo drammatico per l'uomo di questo secolo e rimetterlo di fronte alla verità del suo essere. L'ideologia non ha saputo sconfiggere la morte e la dissoluzione, quando invece facevano parte del suo progetto la liberazione dal bisogno, la realizzazione della perfetta felicità, l'abolizione del limite di cui l'uomo ha sempre fatto esperienza dentro di sé. Ma il Papa della Redemptor hominis ha saputo comunicare di nuovo all'uomo la verità del Vangelo sul senso dell'esistenza: che il cuore umano è desiderio di una Persona, che nessuna attesa è vana perché Dio si è rivelato all'uomo in Cristo e in questo evento definitivo sta l'unica possibilità di salvezza per l'uomo. Le ideologie hanno fallito non sotto l'aspetto della costruzione di questo o quel sistema in quanto tale, ma perché non hanno corrisposto e anzi, hanno ingannato la domanda dell'uomo. Essa non è rimasta semplicemente inevasa, è stata tradita sull'altare dei falsi idoli. Invece Dio, rivelando se stesso all'uomo in Gesù Cristo, ha rivelato non solo la verità su di Sé, ma ha rivelato anche la verità sull'uomo. Ecco la piena manifestazione dell'identità umana prima ancora che cristiana! Il fondo dell'essere dell'uomo è il desiderio che l'Assoluto possa manifestarsi. Questo desiderio può essere ragionevolmente riconosciuto o, all'opposto, rifiutato nella sua portata, ma nulla cambia nell'ontologia della persona: l'uomo è questo desiderio. Questa è la natura dell'uomo, la sua identità: l'uomo è per natura apertura al Mistero.
Il cristianesimo è l'annuncio di un fatto: che in Cristo, oggi e sempre, l'uomo possiede la dignità della grazia dell'adozione divina e incontra la verità definitiva sul proprio essere uomo. L'identità umana, se è per natura apertura al Mistero, cristianamente è partecipazione a quel Mistero che si è rivelato. Ma è il Mistero il segreto della natura stessa, e in Cristo il Mistero si è rivelato in modo definitivo! Cristo, Redentore dell'uomo, diventa per l'uomo il miracolo di una nuova nascita: l'identità dell'uomo redento da Cristo è un uomo che è infinitamente più dell'uomo, perché il Mistero rivelato si è offerto come compagnia, nella storia, alla sua avventura umana.
La fede è l'inizio di un'antropologia nuova, perché dall'esperienza della fede nasce un giudizio nuovo che investe la totalità dell'esistenza. Non è questa una pretesa di carattere confessionale, perché la realtà mondana conserva tutta la sua pienezza di significato e non viene svuotata di senso a favore di una visione clericale della vita; Cristo non ha chiesto all'uomo di sacrificare la sua esperienza d'uomo, si è offerto invece come possibilità di una vita nuova, più umana, dentro le cose del mondo. "Non sono più io che vivo, è Cristo che vive in me", dice S. Paolo (Gal. 2, 20); e dice anche, riferendosi allo stato di vita del cristiano: "Possediamo il pensiero di Cristo" (1 Cor. 2, 16). Lungi dall'essere un atto di presunzione, è il riconoscimento da parte del cristiano del fatto oggettivo che, avvenuto dentro l'orizzonte della sua vita, determina una mentalità nuova, un modo nuovo d'essere. Il Papa ha affrontato la concezione predominante della modernità, l'affermazione che il soggetto umano è tutto e, senza negarne gli aspetti positivi, ne ha provocato l'incontro con lo sguardo profondamente umano che nasce dalla fede in Cristo. L'Incarnazione e la Redenzione sono l'avvenimento di una mens completamente nuova, irriducibile alla logica del potere che ha permeato la tarda modernità. Questo è uno dei punti capitali di tutto il Magistero e costituisce un autentico punto di svolta dentro la modernità: l'identità cristiana è autenticamente vissuta se diventa cultura. Cultura, nella nuova accezione pensata da Giovanni Paolo II è il compimento, la maturazione, lo sviluppo critico della coscienza personale che avviene nell'ambito dell'avvenimento cristiano e della vita della Chiesa. La centralità della cultura non può non colpire chi legge attentamente i documenti del Magistero di Giovanni Paolo II fin dal suo inizio, quando a questo tema è stato dato grandissimo rilievo. Non solo il Papa ha affermato la centralità del nesso fede-cultura per la vita del cristiano, ma ancor prima il suo stesso Magistero, nel metodo, è l'applicazione consapevole di un nuovo approccio verso la realtà e la storia. Come non pensare alle pagine della Redemptor hominis dedicate alla "dimensione umana del Mistero della Redenzione"? Lo sviluppo di questo tema non va solo in direzione delle sue implicazioni teologiche ed ecclesiali, ma risulta essenziale per comprendere la "situazione dell'uomo redento nel mondo contemporaneo". L'uomo, "prima e fondamentale via della Chiesa", è al centro delle preoccupazioni della Chiesa ed essa non cessa di interrogarsi sempre più a fondo, per quanto è possibile, sulle molteplici situazioni che condizionano la sua esistenza, come afferma il n. 14 della Redemptor hominis: "Essendo quindi quest'uomo la via della Chiesa, via della quotidiana sua vita ed esperienza, della sua missione e fatica, la Chiesa del nostro tempo deve essere, in modo sempre nuovo, consapevole della di lui "situazione". Deve cioè essere consapevole delle sue possibilità, che prendono sempre nuovo orientamento e così si manifestano: la Chiesa deve, nello stesso tempo, essere consapevole delle minacce che si presentano all'uomo. Deve essere consapevole, altresì, di tutto ciò che sembra essere contrario allo sforzo perché la vita umana divenga sempre più umana, perché tutto ciò che compone questa vita risponda alla vera dignità dell'uomo. In una parola, deve essere consapevole di tutto ciò che è contrario a quel processo". Segue nell'enciclica una profonda analisi, nella quale si mostra come l'epoca che viviamo sia "contro le esigenze oggettive dell'ordine morale". In quel che accade nelle umane vicende l'uomo non solo comprende e si dà una ragione di tutto quello che entra nell'orizzonte della sua esperienza, ma anche non cessa mai di comprendere se stesso e di accrescere la propria autocoscienza. Ebbene, molti fattori lasciano supporre che nel mondo della cultura e della tecnica contemporanee l'uomo, anziché realizzarsi, abbia smarrito se stesso, sia divenuto incapace di dare un senso alla propria esistenza.
Il Magistero di Giovanni Paolo II mette pienamente in atto una caratteristica che la Dottrina sociale cattolica ha sviluppato nel corso della sua secolare formulazione, ma che è venuta via via assumendo una importanza sempre maggiore nel secolo appena trascorso: essa contiene e sviluppa una vera e propria interpretazione della storia contemporanea. In tal senso la Dottrina sociale è la declinazione di un metodo culturale che definisce la natura della Chiesa (sotto l'aspetto sociale) e della vita del cristiano (sotto l'aspetto esistenziale): la vita in Cristo è una interpretazione della storia. Non già, si badi bene, una interpretazione di carattere astratto o libresco, ma una interpretazione come sviluppo critico dell'ontologia nuova avuta in dono nella fede. Richiamando le parole del Papa: una fede che non diventa cultura è una fede non pienamente accolta, non interamente meditata, non fedelmente vissuta.
Vediamo più da vicino il concetto di cultura in Giovanni Paolo II, perché esso sta alla base del dialogo culturale e interreligioso che il Pontefice ha condotto e attua tuttora con totale dedizione. L'identità cristiana non è qualcosa di statico, ma di essenzialmente dinamico, contenendo l'idea che l'amore si realizza nel dono e nella comunicazione di sé. L'identità, come dato ontologico originario, si attua come realizzazione di un compito che viene svolto con un metodo preciso. Questo metodo è l'educazione e il suo contenuto è la partecipazione all'altro della profonda umanità della fede, ossia della sua ragionevolezza, del suo valore per la vita. Più il cristianesimo si apre a un confronto leale con le altre culture - e questo è avvenuto come mai prima d'ora negli ultimi anni - più le culture vengono sollecitate a un'autentica presa di coscienza di sé. Che paradosso: l'autocoscienza della fede cristiana ha rappresentato di fatto per tutti gli interlocutori non una violenza ma la più sincera provocazione alla (propria) identità! Come è potuto avvenire questo? Citiamo dall'Allocuzione all'Unesco: "La cultura è un modo specifico dell'esistere e dell'essere dell'uomo. L'uomo vive sempre secondo una cultura che gli è propria, e che, a sua volta, crea tra gli uomini un legame che pure è loro proprio, determinando il carattere interumano e sociale dell'esistenza umana. Nell'unità della cultura, come modo proprio dell'esistenza umana, si radica nello stesso tempo la pluralità delle culture in seno alle quali l'uomo vive. In questa pluralità, l'uomo si sviluppa senza perdere tuttavia il contatto essenziale con l'unità della cultura in quanto dimensione fondamentale ed essenziale della sua esistenza e del suo essere". Certa modernità, per non avere dato una fondazione adeguata all'identità del soggetto, avendo subordinato alla logica del potere il desiderio di verità e di bene che costituisce il cuore dell'uomo, si è preclusa di conseguenza la possibilità di pensare una cultura in senso veramente personale. La conseguenza è stata che la cultura, divenuta mero prodotto - fosse anche una somma di conoscenze -, anziché dischiudere dinanzi all'opera dell'uomo il campo dei veri valori, ha finito per disumanizzare la trama di vicende, relazioni e rapporti nella quale il soggetto vive, in rapporto alle persone e in rapporto alle cose. La cultura invece è la dimensione, profondamente e irriducibilmente personale, per cui l'uomo accoglie nella sua coscienza il complesso dei problemi che lo costituiscono (qual è il senso della vita, qual è il valore per cui vale la pena vivere?) e ne tenta la soluzione con gli strumenti di cui la natura lo ha dotato: la ragione e la volontà. "Modo specifico dell'essere dell'uomo", la cultura è il problema del destino umano nell'uomo in quanto ragionevolmente accolto e sviluppato criticamente. In virtù del destino di totalità cui è chiamato, l'uomo aspira a realizzarsi dando una forma più umana alla realtà, impattandosi con essa nell'orizzonte della capacità dinamica e creativa del proprio spirito. Occorre pertanto recuperare il giusto ordine nelle dimensioni dello spirito umano, affermare che l'uomo non consiste soltanto nell'"avere", che non può essere concepito unicamente in relazione al mondo delle sue produzioni - o delle sue conoscenze particolari - ma deve essere visto per quello che realmente è, ossia "l'unico soggetto ontico della cultura, il suo unico oggetto e il suo termine". La cultura come dimensione orienta l'uomo all'essere, lo incrementa nel suo essere e solo secondariamente nell'avere; in questa lettura esistenziale l'avere ha un suo significato solo in relazione all'essere, solo se permette un di più di essere.
Ora, la risposta della fede al problema del destino dell'uomo è cultura, anzi è il compimento della cultura: come afferma il Papa nella Redemptor hominis, "nel mistero della Redenzione l'uomo diviene nuovamente espresso, e, in qualche modo, è nuovamente creato. Egli è nuovamente creato! "Non c'è più né giudeo né greco; non c'è più schiavo né libero; non c'è più uomo né donna, poiché tutti voi siete uno in Cristo Gesù" (Gal. 3, 28)". L'uomo che vuole comprendere se stesso fino in fondo deve avvicinarsi a Cristo, perché in Lui è svelata la pienezza del Mistero. Come non riconoscere che se Dio si è fatto incontro all'uomo nella sua umanità, assumendo la sua natura d'uomo, "questo legame è in effetti creatore della cultura nel suo fondamento stesso" (All. all'Unesco)?
Qui sta il punto che dà tutto il senso e il valore al dialogo, per il cristianesimo. "Cattolico" significa universale, ma universale nel senso della capacità di valorizzare qualsiasi posizione realmente umana, che comprenda se stessa a partire dall'esperienza della propria soggettività, da uno sguardo realmente affezionato alla realtà del proprio cuore. L'identità è condizione del dialogo e il vero dialogo è il segno più eloquente che il processo educativo ha "coltivato" la capacità del soggetto di far propria la verità dell'esperienza dell'altro, la sua umanità, la sua cultura. L'identità non implica la violenza, come sembra invece ribadire un dogma del laicismo contemporaneo, perché la violenza nasce piuttosto dalla scarsità di formazione morale. Implicherebbe la violenza, se fosse una falsa identità, se fosse fondata sulla giustapposizione di una schema astratto, di un progetto ideologico, all'esperienza di uno spirito autenticamente religioso, di uno spirito che parte dal di dentro della propria esperienza vista nella sua unità e nella sua totalità. La soggettività e il dialogo sono allora i due poli che provano l'autenticità della cultura. La vera cultura, se è il fatto fondamentale dell'uomo, deve implicare l'uomo nella totalità dei suoi fattori, nella sua unità, l'uomo che vive a un tempo nella sfera dei valori materiali e in quella dei valori spirituali. Ma l'uomo nella sua totalità è l'uomo riconosciuto e affermato nella sua natura, nella sua capacità di trascendenza, nella sua strutturale capacità di affermare l'Altro. Questo è il nesso cultura-soggettività. C'è anche un rapporto tra la cultura e il dialogo, non meno importante del primo per una verifica della giustezza del metodo. Se la cultura è l'espressione della personalità umana nel fondo del suo essere, allora dovrà portarne la caratteristica fondamentale, che è la libertà: la capacità di determinarsi autonomamente di fronte ai valori, la capacità di portare la responsabilità intera delle proprie scelte. Se l'uomo è libero, la cultura, che è "ciò per cui l'uomo accede di più all'essere" e ciò che esprime in sommo grado la sua personalità, è libera e deve essere difesa nella sua libertà. Ci sembra opportuno concludere con una riflessione di Giovanni Paolo II rivolta Agli uomini di cultura, nel 1980, a Rio de Janeiro: "L'imposizione contraddice la cultura, perché contraddice quel processo di libera assimilazione personale da parte del pensiero e dell'azione, che è propria della cultura dello spirito. Una cultura imposta non soltanto contrasta con la libertà dell'uomo, ma ostacola il processo formativo della stessa cultura che nella sua complessità, dalla scienza al costume, nasce dalla collaborazione di tutti gli uomini".
Luigi Negri insegna Introduzione alla teologia e Storia della filosofia moderna all'Università Cattolica di Milano
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