Wojtyla d'Europa
di Ernst Nolte
Recuperare le Chiese protestanti e il loro liberalismo: ecco la strada per ridare identità al Vecchio Continente. Ma non è facile
Non può sussistere alcun dubbio circa il fatto che Karol Wojtyla, il primo non italiano sul soglio pontificio da più di 400 anni, abbia portato nella massima carica della Chiesa cattolica, e lì mantenuto, non poco della sua coscienza nazionale polacca. Ecco che cosa disse, giovane vescovo di Cracovia, in una predica: "La storia e la cultura della Polonia sono il risultato del cristianesimo. A esso dobbiamo il fatto di possedere il nostro carattere nazionale, la nostra letteratura e la nostra tradizione. Conservando tutto questo, custodiamo la nostra identità nazionale". Come Papa, egli non esitò nel 1985, nella Lettera Slavorum Apostoli, in occasione della ricorrenza dei 1100 anni dell'operato degli "apostoli degli slavi" Cirillo e Metodio, a fare una considerazione personale, scrivendo che tutti potevano comprendere con quale gioia il primo figlio di origine slava - chiamato a occupare dopo quasi 2000 anni la sede vescovile di San Pietro - celebrava questo giubileo. In tal modo, egli in fondo non fa che inserirsi nella tradizione di quella istituzione che è la sola in Europa a conservare una vivente coscienza storica, che risale a molte centinaia d'anni, per cui ad esempio essa può celebrare l'anniversario dei 1600 anni del primo Concilio di Costantinopoli. È dunque naturale per il papa Giovanni Paolo II parlare dell'imminente "Terzo millennio dell'era cristiana" e in un'epoca di autocritica dell'Europa, e, apertamente e con accento positivo, ricordare la "comune cultura e storia millenaria delle nazioni europee strettamente legate l'una all'altra". Anche quando egli ha rinfacciato ai regimi comunisti di aver tentato, dopo il 1945, di "cancellare la memoria storica e la radice secolare delle culture dei Paesi dell'Est europeo", nondimeno la sua visione è così poco eurocentrica allo stesso modo in cui il suo patriottismo polacco non è nazionalistico. In uno dei suoi viaggi in Africa egli ha potuto di fronte a un grande pubblico, in Gabon, fare questa straordinaria affermazione: "Siate fieri di essere gabonesi". Si potrebbe dunque affermare che l'"Europa di Karol Wojtyla" è l'"Europa cristiana", anzi addirittura l'Europa latino-cattolica, che si attribuisce una missione universale, e da qui facilmente spiegare l'incisiva critica a certi fenomeni europei come aborto, assolutizzazione dell'economia ed eccessivo razionalismo, che hanno fatto sorgere per questo Papa, in ambienti progressisti, la fama di "conservatore".
Per quanto paradossale essa sembri, è nondimeno giustificata la domanda se, anziché dell'"Europa di Wojtyla", si debba parlare più esattamente del "Wojtyla dell'Europa", e cioè del Papa, che nella successione del Concilio Vaticano, si è dedicato al riequilibrio fra la Chiesa e l'Europa moderna ovvero il mondo moderno, e dunque alla eliminazione di aspre divisioni. Questa domanda rende necessaria un'analisi storica retrospettiva. L'Europa fu cattolica fino alla Riforma, e fino ad allora vi fu addirittura la Chiesa latina d'Occidente e la Chiesa orientale greco-bizantina-ortodossa. "Cristiana" si poteva definire l'Europa quando le potenze vincitrici con lo zar di Russia, nel vertice dopo la sconfitta di Napoleone, nel loro accordo invocarono la "Santa Trinità". Se alla fine del Diciannovesimo secolo, termini come "Stati culturali" o anche "potenze imperialistiche" erano divenuti correnti, certamente un concetto come "concerto europeo" non era ancora scomparso dall'uso. Un più adeguato concetto è quello di "sistema liberale", e se non si assume in modo troppo ristretto il concetto di "borghese", cioè nel senso che esso si adatta solamente alla società "borghese" della monarchia francese di luglio, si può allora parlare di una "Europa borghese". Questa Europa sempre più "pluralistica", che si richiamava soprattutto all'"illuminismo", nel frattempo non si contrapponeva soltanto all'Europa cattolica del Medioevo, come spesso si pensava, ma si richiamava a quella separazione fra un potere "spirituale" e un potere "temporale" - fra papato e impero -, che implicava una frattura nella società, che le società unitariamente costituite, come quella islamica, nonostante tutti i loro conflitti interni, non conoscevano. La riforma approfondì questa frattura, tuttavia dall'Olanda e dall'Inghilterra prese le mosse quella tendenza al riequilibrio, che poi si chiamò illuminismo. La dura ostilità alla Chiesa di Voltaire e d'Holbach non ebbe l'ultima parola, e l'illuminismo favorì contro le sue stesse intenzioni il nazionalismo, mentre la Chiesa cattolica si trasformò da Chiesa di prelati a Chiesa di popolo. Questa "Europa borghese" può essere definita, in termini grossolanamente concisi, come la società sottoposta ai processi apparentemente opposti della pluralizzazione differenziante e di un riequilibrio livellante, cosicchè i nemici di ieri potevano divenire semplici avversari, mentre nascevano di continuo nuove opposizioni, anzi antagonismi. L'ultima grande spiegazione antagonista fu quella del marxismo ovvero del bolscevismo, e l'ultima grande tendenza al riequilibrio fu la collaborazione delle confessioni cristiane in passato mortalmente ostili l'una all'altra nei partiti cristiano-democratici del tempo di guerra e del dopoguerra. Basta richiamare solo per un momento le dure dichiarazioni ostili dell'enciclica di Pio IX Quanta cura e del relativo Syllabus errorum, per comprendere quanto Giovanni Paolo II possa essere considerato, pur nella piena e chiara condanna del comunismo, come un protagonista delle tendenze verso un riequilibrio.
Già del giovane Wojtyla viene raccontato come egli sottolineasse la fratellanza fra tutti gli uomini e in particolare la comune filiazione divina. Papa Pio IX avrebbe giudicato le grandi prediche del suo successore, che chiedevano in tutto il mondo, davanti a milioni di ascoltatori, il rispetto dei "diritti umani", non per ultimo il diritto alla libertà religiosa, manifestazioni di una deistica "religione naturale" secondo il modello di John Toland o di Immanuel Kant. I "fondamentalisti" cattolici intorno all'arcivescovo Lefebvre, già da subito mossero al Papa violenti rimproveri, giudicandolo addirittura un eretico, in quanto egli faceva almeno credere di attribuire alla dottrina del supplizio eterno solamente un significato simbolico - quella dottrina cioè così provocatoria per la coscienza moderna, e che è il complemento della dottrina quasi altrettanto inconcepibile della libertà ed eternità dell'esistenza individuale. Per quanto la dichiarazione di un non cristiano riportata in un libro su Wojtyla non sia probabilmente vera, tuttavia essa se non altro è stata ben trovata: ciò che l'arcivescovo di Cracovia ha detto al Concilio, si presenta bene, perché riecheggia "Socrate e Spinoza".
Una delle possibilità di sviluppo per la Chiesa di Giovanni Paolo II dovrebbe dunque essere quella di corrispondere ampiamente alla linea di sviluppo dell'"Europa borghese": la Chiesa cattolica a distanza di quasi 500 anni recupera la nascita delle Chiese evangeliche-protestanti, le Chiese protestanti fanno incondizionatamente proprio il liberalismo, ma non il liberismo radicale, tutte le religioni del mondo si riuniscono, senza rinunciare alle loro individualità, in una religione dell'umanità, che certamente da parte sua affronta in modo ostile il più recente stadio di sviluppo del mondo tecnico-scientifico, e cioè quell'antiteismo che come suo fine superiore, spesso ancora inconfessato, progetta la totale trasformazione dell'uomo stesso.
Tuttavia il passo più concreto verso il livellamento delle differenze finora presenti è difficile e più gravido di conseguenze e lascia intravedere un'altra tendenza di sviluppo. Si tratta del riequilibrio con l'ebraismo, che non è più o meno un'"altra religione" ma, in quanto deposito del giudaismo nell'Antico Testamento, l'origine stessa del cristianesimo. Dopo il 1945, come nessun altro fenomeno, l'ebraismo, nonostante la sua storia di quasi tre millenni, si è delineato come qualcosa di assolutamente nuovo, sconosciuto fino ad allora, e cioè come oggetto della distruzione di massa nazionalsocialista, dell'"olocausto" e dei suoi milioni di vittime. Già Pio XII aveva perseguito non certo un riequilibrio, ma comunque una riconciliazione con l'ebraismo, e dopo la sua morte, anche da parte di molti ebrei gli fu espressa una sconfinata gratitudine, perché attraverso le sue disposizioni molte potenziali vittime avevano trovato rifugio in conventi e altre istituzioni ecclesiastiche. Ciononostante, cinque anni più tardi, l'opera drammatica di un tedesco, Der Stellvertreter di Rolf Hochhuth, fece del "silenzio del Papa" il tema di una rappresentazione piena di indignazione, dura e che sfiorava il caricaturale. Essa rimproverava a Pio XII il fatto che egli non avesse pronunciato una "dichiarazione di guerra" contro il regime nazionalsocialista - così come aveva fatto Chaim Weizmann di fatto di fronte all'attacco di Hitler contro la Polonia nel nome dell'ebraismo. La critica non fu accolta in questi duri termini dal Concilio, tuttavia nella dichiarazione Nostra aetate non fu negata una relazione con l'ostilità cristiana nei confronti degli ebrei, definita "antisemitismo", e la tendenza di fatto bimillenaria dei cristiani ad addossare la condanna a morte di Gesù di Nazareth "agli ebrei", a parlare addirittura di un "popolo deicida", venne condannata con parole inequivocabili.
Cristiani ed ebrei venivano ora indicati come "figli di Abramo secondo la fede" e, in latino solenne, il Concilio condannava "le dichiarazioni di odio, le persecuzioni, le manifestazioni di antisemitismo, mostrate da alcuni uomini e in alcune epoche". Se indubbiamente non poco esso articolò nella resistenza contro questa dichiarazione, che formalmente si occupava del rapporto fra la Chiesa e le altre religioni del mondo, pure né i moniti dei vescovi arabi né la dichiarazione del cardinal Ruffini di Palermo, per cui anche gli ebrei dovessero essere esortati ad amare i cristiani, incontrarono così tanta approvazione da mettere in pericolo l'uscita stessa della dichiarazione.
Giovanni Paolo II ha proseguito la via intrapresa da Giovanni XXIII e da Paolo VI con maggiore coerenza e a tale riguardo non furono chiaramente senza importanza la vicinanza del suo luogo di nascita, Wadowice, con Auschwitz e le sue amicizie giovanili con compagni di scuola ebrei. Nella prima visita di un Papa in una sinagoga, il 13 aprile 1986 a Roma, Giovanni Paolo II chiamò gli ebrei "i nostri fratelli prediletti, anzi i nostri fratelli maggiori", e formulò, con un forte applauso della comunità, un inequivocabile rifiuto "dell'antisemitismo". Non molto tempo dopo egli rimarcò in modo esplicito la pesante colpa della Chiesa nei confronti degli ebrei. Nell'anno 1994 seguì il riconoscimento diplomatico dello Stato di Israele, richiesto da parte dell'"ebraismo mondiale" (come diceva l'autodesignazione) lungo differenti vie e con insistenza dal Papa. "Sembra proprio", disse Wojtyla all'amico ebreo di gioventù Jerzy Kluger, il quale aveva giocato un ruolo rilevante per il riconoscimento di Israele soprattutto dietro le quinte, "che la Chiesa sia corresponsabile del clima che alla fine ha portato al bagno di sangue dell'Olocausto". Conseguentemente egli trasformò, nelle linee guida ufficiali del settembre 1997, la lotta all'antisemitismo e la comprensione del giudaismo in un elemento centrale dell'educazione cattolica.
I problemi, che questa tendenza alla rigiudaizzazione del cristianesimo sollevava erano ancora più gravosi di quelli che erano stati provocati dalla tendenza verso la religione deistica dell'umanità. Chi, senza chiare differenziazioni, riunisce nel concetto "dell'antisemitismo" tutti i fenomeni di ostilità e di critica nei confronti degli ebrei, fa in linea di principio la stessa cosa che in sé racchiudeva il precedente rifiuto "degli ebrei"; disconoscendo il carattere "dialettico" nel rapporto fra la religione più giovane e quella più antica, egli è costretto a intendere come anticristiani tutti quei "passi ostili agli ebrei", che anche la filologia più critica non può far sparire dai Vangeli; egli deve avviare una "ripulitura" in grande stile degli scritti dei padri della Chiesa, dello stesso Paolo, e alla fine deve sottrarre l'Olocausto da ogni riferimento storico. In tal modo egli, inevitabilmente, viene sospinto verso quella "religione dell'Olocausto", che non a Dio crede, ma al manifestarsi del "male assoluto" sulla Terra, per cui conseguentemente rimane soltanto un'unica "colpa mortale", e cioè "l'antisemitismo". Il nuovo giudeo-cristianesimo, che potrebbe sorgere in conseguenza del Concilio Vaticano II e dell'attività di Giovanni Paolo II, sarebbe una genuina religione certamente simile a quella "kantiana" religione dell'umanità e per giunta ampiamente "europea" - vale a dire legata alla terra del tramonto e dell'inizio, come si potrebbe dire - anche se non è affatto certo che essa possa affermarsi contro i molti ostacoli che si oppongono al suo dominio. E cioè tanto il moderno scetticismo quanto il relativismo (o meglio: relazionismo) della interpretazione storiografica della storia. Esiste una terza via, che la Chiesa cattolica può intraprendere, e proprio sotto il segno di Giovanni Paolo II - una via che non porta né a un incondizionato livellamento con la "modernità borghese" né al manifestarsi di un nuovo giudeo-cristianesimo, ma a una contro-posizione, che probabilmente significherebbe la perdita di tutto quello che Giovanni Paolo II ha mantenuto o nuovamente consolidato: e cioè le possibilità mondiali di una influenza e di una stima estesa quasi ovunque. Individuare nelle encicliche e negli interventi di Giovanni Paolo II soltanto le tendenze verso la religione dell'umanità e verso il giudeo-cristianesimo, significa farne una lettura molto unilaterale. Il cristianesimo, fin dal suo inizio - diversamente dall'ebraismo e dall'Islam - è una religione dei misteri, la religione del mistero della Trinità divina e dell'incarnazione, dell'uomo-Dio, ma anche del peccato originale, che rende impossibile un regno terreno di Dio, e appunto per questo essa deve rappresentare tanto per gli ebrei come per i mussulmani, un "culto idolatrico". Le dottrine fondamentali e i dogmi di questa religione dei misteri o di questo "culto idolatrico", inclusa la convinzione del pieno possesso della verità da parte della Chiesa, nelle comunicazioni di questo Papa divengono talvolta piuttosto marginali, ma comunque formulate con tale energia e intensità, che appare impossibile, a Giovanni Paolo II o a qualche altro papa volersi o potersi mai sciogliere da quei vincoli, che a seconda del punto di vista si possono definire come "prigione" o come "illuminante verità".
Nel frattempo dovrebbe essere del tutto sicuro che una Chiesa che non indietreggi di fronte a questa particolare via, non possa più essere una Chiesa di massa, quando essa non faccia fare un passo indietro al simbolico rispetto al reale (ad esempio la pena fisica eterna dei peccatori in un fuoco reale) e che il suo capo supremo non possa più essere nello stesso senso un "Papa dei viaggi e televisivo", come era ed è Karol Wojtyla, con un ammirevole senso di sacrificio di ogni personale comodità. Proprio la piccola Chiesa di questa "terza via" non rinnegherebbe o condannerebbe certo l'Europa moderna e "borghese", in quanto essa semplicemente vuole essere "qualcosa d'altro", ma dovrebbe formarsi un nuovo concetto di "modernità", anche se dovesse contare soltanto una quantità maggiore di uomini moderni fra i suoi fedeli.
L'unico tentativo, che nel suo sguardo sul futuro può essere concesso allo storico, è quello di rendere verosimili le possibilità future a partire da uno sguardo sul passato. Egli non deve assumere decisioni, quest'ultime infatti riguardano ciascun uomo.
Traduzione dal tedesco di Leonardo Allodi
Ernst Nolte è uno tra i massimi storici contemporanei. Professore emerito dell'Università di Berlino, insegna Storia moderna all'Università di Marburgo
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