
Giamburrasca, cioè quella peste del Giannino Stop-pani - quello del Giornalino di Vamba - era notoriamente un discolaccio, uno studente svogliato e un gran ruffiano; e aveva gran fiuto quando si trattava di raggirar gli adulti imbecilli. Ce n’erano, nell’Italietta… Uno, ad esempio: il direttore del Collegio Pierpaolo Pierpaoli, il quale, scoperto Giannino nell’atto di scarabocchiar sui muri del collegio uno stentoreo «Morte ai tiranni», ha la dabbenaggine di chiedergli chi tali il Giannino consideri. E che cosa volete che risponda un piccolo borghese Franti fiorentino, che naturalmente a quelle baggianate risorgimentali non ci crede per nulla? «Federico Barbarossa, Ezzelino da Padova, il Maresciallo Radetzky». Reazione sussiegosa e impettita dell’istitutore patriottardo: certo, se le cose stanno così… Ve li ricordate Rita Pavone e il grande Steno, indimenticabili interpreti televisivi dell’esilarante scena?
Beninteso, la triade risorgimentale era, tanto per cambiare, falsa e calunniosa almeno quant’era ridicola. Il Barbarossa e il Radetzky magari lo fossero stati un po’ di più tiranni; quanto a Ezzelino, leggetevi bene la cronaca dedicatagli dal Maestro dello studio padovano e pubblico notaio Rolandino di Balaiardo (1200-1276), e forse vi ricrederete anche su di lui. È difficile dire se Rolan-dino fu sul serio un oppositore di Ezzelino III, o se lo diventò col tempo: certo ne registrò con cura i misfatti, che furono molti. Ma fu anche toccato dalla sua cupa grandezza: la sua abilità di governante, i suoi gesti da gran signore, il suo feroce senso dell’onore cavalleresco, la sua splendida superbia che fa apparir in fondo così i meschini i suoi vendicativi nemici. Anche se avevano ragione. Ammesso che poi, tutto sommato, ce l’avessero. Chi abbia ragione in tempi di guerre civili e di vendette, è arduo a dirsi. La splendida descrizione del Veneto e della Lombardia sconvolte dall’avventura ezzeliniana, nel bel latino duecentesco di Rolandino, è adeguatamente resa da Flavio Fiorese, del mondo ezzeliniano studioso finissimo e già traduttore di un altro cronista ezzeliniano, Gerardo Maurisio. I medievisti apprezzeranno le belle pagine di Rolandino, che si vuol sperare già conoscessero, e la dotta encomiabile fatica del Fiorese. Ma se c’è qualcuno, colto ma non specialista, che davvero vuol respirare l’aria del nostro Medioevo fazioso e feroce, delle nostre città del Duecento ricche d’oro e di vendetta, si rivolga sul serio a questo libro. Resterà abbagliato e impietrito dall’orrore dinanzi a questo tiranno che parla come un rètore della Roma repubblicana, che crede con lucida freddezza nelle stelle, che sembra amare più i suoi mercenari saraceni che non i suoi sudditi cristiani; e che alla fine, braccato come un animale dagli avversari, prigioniero e soggetto al ludibrio, sa morire con virilità davvero antica, quasi spaventando ancora - lui, splendida fiera ferita in gabbia - gli omuncoli e i pretonzoli che contro di lui avevano indetto la crociata e che, tanto inferiori a lui nella magnificenza, cercarono tuttavia di emularlo nella ferocia. Lui tigre, loro miserabili iene. Su tutto ciò si sarebbe impiantata la leggenda di Ezzelino «figlio di un dio», al pari di Alessandro. Ma, in tempi di monoteismo abramitico, quel «dio» non può che essere l’Avversario. In una tragedia che ha barbagli euripidei e brividi preshakespeariani, questa è la storia che di Ezzelino racconterà Albertino Mussato nell’Ecerinis. Così scoprirete che anche Rosemary’s baby se l’è inventata il nostro Medioevo.
Rolandino, Vita e morte di Ezzelino da Romano, Fondazione Lorenzo Valla - Arnoldo Mondadori Editore, LXX-665 pagine, 27 euro